Era solo questione di tempo, e infatti l’ultimo rapporto pubblicato dal Pew Research Center (uno dei più autorevoli istituti di ricerca) lo certifica: sempre più giovani usano l’IA per confidare segreti e chiedere consigli relazionali.
I risultati della ricerca
I risultati del rapporto “Americans and AI 2026”, della Pew Research Center, rivelano un quadro molto chiaro, che lascia poco spazio a dubvi, perché l’uso dei chatbot sta effettivamente superando la semplice ricerca di informazioni, o l’assistenza lavorativa, spingendosi in territori profondamente personali come il supporto emotivo e la compagnia.
Partiamo dal dato grezzo, il 49% degli intervistati (la ricerca è statunitense) dichiara di utilizzare chatbot. Di questi, il 10% di tutti gli adulti dichiara di utilizzarli per “supporto emotivo o consigli”. Una percentuale inferiore, il 4%, li utilizza per “compagnia”.
Fin qui nulla di allarmante, se non fosse che tra i giovani under 30 l’uso per scopi emotivi è in forte crescita. Ben 1 ragazzo su 5 (20%) sotto i 30 anni dichiara di rivolgersi ai chatbot per supporto emotivo o consigli, con le donne leggermente più propense degli uomini a utilizzare i chatbot per supporto emotivo o consigli.
Anche YouGov conferma
Anche un’indagine svolta da YouGov (altro leader nel settore dei sondaggi di opinione e ricerche di mercato), conferma e amplifica in modo sorprendente i dati della Pew Research.
Ne viene fuori anzi un cambiamento sociologico che potremmo definire quasi epocale. L’intelligenza artificiale sta infatti diventando un confidente privato, spesso antecedente o persino sostitutivo delle relazioni umane.
Il 23% degli under 30 ha confidato un segreto a un programma informatico (un chatbot o un’IA) mai rivelato ad amici, familiari o partner. Un vero e proprio “confidente” segreto. Mentre il 13% degli adulti (a prescindere dall’età) ha condiviso problemi o questioni personali con un’IA che non ha mai rivelato a nessun essere umano.
Le conseguenze per l’essere umano
Tutto questo porta a delle conseguenze ben precise. Uno studio dell’Università di Stanford, pubblicato sulla rivista Science, ha dimostrato che i chatbot sono programmati per convalidare costantemente l’utente, mostrando un’empatia puramente simulata, priva di conflitti o esitazioni, questo crea un “effetto eco”.
Abituandosi a un interlocutore artificiale che dà sempre ragione e non esprime mai bisogni propri, la ricerca mostra che le persone possono mostrarsi meno propense a scusarsi e più convinte di avere ragione.
Risultati altrettanto problematici sono stati evidenziati dalle ricerche condotte dal MIT Media Lab. Le conclusioni divulgate parlano di utenti frequenti che sperimentano più solitudine e dipendenza emotiva.
L’interazione con l’IA è immediata, priva di attriti, non richiede sforzi di cortesia complessi e non comporta il rischio di essere rifiutati o giudicati.
Il nuovo “psicologo”
Appare dunque chiaro che i giovani non stanno usando i chatbot solo come motori di ricerca potenziati, tutt’altro, stanno riponendo in essi una fiducia emotiva e intima senza precedenti.
L’IA sta diventando per un numero consistente di giovani una sorta di “psicologo” personalissimo, nonché un filtro tra il loro mondo interiore e la società che c’è là fuori.
Si tratta di cambiamenti senza precedenti nella storia umana. Che dovranno essere studiati e compresi appieno perché la posta in gioco è, senza esagerazioni, il futuro delle nuove generazioni (e quindi dell’intero genere umano).
