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Da Omero a Travis Scott, perché il rap è la nuova poesia epica

Da Omero a Travis Scott, perché il rap è la nuova poesia epica
NEW YORK, NEW YORK – JULY 14: Travis Scott attends the premiere of “The Odyssey” presented by Universal Pictures on July 14, 2026 in New York City. (Photo by Kevin Mazur/Getty Images for Universal Pictures)

Affidando a Travis Scott il primo canto dell’Odissea, Christopher Nolan riporta il poema alle sue origini orali e avvicina la voce degli antichi aedi a quella dei rapper contemporanei.

Prima che diventasse un libro, L’Odissea era una voce. Viaggiava da una bocca all’altra, prendeva forma davanti a un pubblico e affidava al ritmo il compito di tenere insieme nomi, imprese, naufragi e ritorni. Pronunciata, modulata e probabilmente cantata da poeti capaci di trasformare una memoria condivisa in spettacolo.

Questa sua origine dà vita a una delle scelte più sorprendenti compiute da Christopher Nolan per il suo adattamento dell’epopea omerica. Ad aprire il film non è uno degli attori più riconoscibili del suo cast, ma Travis Scott, in piedi sopra una tavola mentre intona il canto di Odisseo davanti a una sala gremita. Il rapper interpreta il ruolo dell’aedo, colui che, nel mondo antico, faceva vivere le storie attraverso la propria voce.

Una presenza che a prima vista potrebbe sembrare un’incursione pop in un universo lontanissimo, ma che per Nolan risponde a un preciso ragionamento. «L’ho scelto perché volevo richiamare l’idea che questa storia sia stata tramandata come poesia orale, qualcosa di analogo al rap», ha spiegato il regista. Non si tratta quindi di modernizzare Omero applicandogli un linguaggio estraneo, quanto di restituire all’opera la sua natura fisica, ritmica e performativa.

Prima della pagina c’era la voce

Attribuita a Omero e composta probabilmente intorno all’VIII secolo a.C., L’Odissea nasce alla fine di una lunga tradizione orale. Gli aedi non ripetevano necessariamente un testo fissato parola per parola, ma ricreavano il racconto durante l’esecuzione servendosi di formule, epiteti, sequenze narrative e immagini familiari. Espressioni ricorrenti come «Odisseo dal multiforme ingegno» o «l’aurora dalle dita di rosa» non erano soltanto ornamenti poetici: offrivano al cantore strutture ritmiche riconoscibili con cui comporre e ricordare il canto.

Secondo gli studi sulla poesia omerica, l’aedo era contemporaneamente autore, interprete e archivio. Non custodiva soltanto una storia, ma la rimetteva in movimento ogni volta, adattando il ritmo e la durata della performance al pubblico che aveva davanti. La fedeltà non consisteva nella ripetizione immutabile delle parole, bensì nella capacità di preservare il nucleo del racconto attraverso continue variazioni.

Il rapper come cantore contemporaneo

Quando Nolan chiese a Travis Scott di salire su una tavola e recitare il canto di Odisseo davanti a centinaia di comparse e ad alcuni degli interpreti più celebri del film, gli affidò esattamente la prova su cui si misurava un antico cantore: catturare l’attenzione di un’intera comunità senza poter contare su altro che ritmo, presenza e parola.

«Volevo qualcuno che, recitando dei versi, fosse credibile nel trattenere l’attenzione della sala in un modo che potessimo comprendere nel mondo di oggi», ha raccontato Nolan. La scelta di Scott dipende quindi meno dalla somiglianza formale tra esametro e rap che dalla loro funzione. Entrambi esistono pienamente quando vengono pronunciati; entrambi trasformano il racconto in un evento condiviso; entrambi chiedono all’interprete di controllare respiro, cadenza, ripetizione e risposta del pubblico.

Il termine stesso MC, “Master of Ceremonies”, conserva questa dimensione. Alle origini dell’hip hop, l’MC non era soltanto chi scriveva versi, ma colui che animava la festa, introduceva il DJ, dialogava con la folla e teneva insieme la comunità raccolta intorno alla musica.

Il rap condivide inoltre con la poesia orale l’uso di strutture che aiutano la memoria e rendono immediatamente riconoscibile una voce: formule ricorrenti, nomi d’arte, autorappresentazioni, genealogie, variazioni su versi già conosciuti. Persino il “sampling” può essere letto come una forma tecnologica di trasmissione orale: un frammento proveniente dal passato viene riconosciuto, scomposto e inserito in una nuova narrazione. La tradizione, in entrambi i casi, non viene protetta rendendola immobile, ma mantenendola abbastanza viva da poter essere trasformata.

Ogni epoca sceglie la voce dei propri eroi

Nella scelta di Travis Scott esiste infine un elemento profondamente coerente con lo stesso Odisseo. L’eroe omerico non sopravvive soltanto grazie alla forza, ma perché sa raccontarsi. Modifica la propria identità, dosa le informazioni, conquista chi lo ascolta e trasforma le proprie disavventure in una narrazione della quale è insieme protagonista e autore. Odisseo è guerriero, viaggiatore e, soprattutto, artefice della propria leggenda.

Anche il rap ha costruito gran parte della sua forza intorno all’autorappresentazione: il racconto delle origini, l’affermazione del nome, l’esaltazione delle imprese e la creazione di un personaggio più grande della biografia individuale. Il rapper, come l’eroe epico, abita continuamente il confine tra esperienza e mito. Non racconta soltanto ciò che gli è accaduto, ma sceglie la forma attraverso cui sarà ricordato.

Ponendo un rapper all’origine del racconto, Nolan ricorda che L’Odissea non appartiene in principio alla pagina, ma alla voce. Prima di diventare il monumento letterario studiato nelle scuole, era una storia capace di fermare una sala, imporre il silenzio e far rivivere uomini scomparsi. Esattamente ciò che accade ancora oggi quando un artista prende il microfono e, attraverso il ritmo, trasforma una vicenda personale in memoria collettiva.

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