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Visite mediche, quando e come puoi pagare solo il ticket anche dal privato

Visite mediche, quando e come puoi pagare solo il ticket anche dal privato
Doctor checking patient’s blood pressure at hospital

Se il SSN non rispetta i tempi di attesa, puoi chiedere un percorso alternativo e in alcuni casi pagare solo il ticket. Ecco come funziona

Una visita neurologica prescritta come “breve” e fissata dopo due mesi, una risonanza magnetica che dovrebbe essere eseguita entro poche settimane ma per la quale il primo posto disponibile arriva molto più avanti, oppure un esame diagnostico per il quale il CUP propone una data incompatibile con la priorità indicata dal medico: è una situazione nella quale si trovano moltissimi italiani e che spesso sembra lasciare soltanto due alternative, aspettare oppure rivolgersi al privato pagando di tasca propria.

In realtà esiste una terza strada, prevista dall’ordinamento e legata proprio al rispetto dei tempi massimi delle liste d’attesa, che consente al cittadino di chiedere al Servizio sanitario l’attivazione di un percorso alternativo quando la prestazione non può essere garantita entro il termine previsto dalla prescrizione. A seconda dell’organizzazione regionale e aziendale, la soluzione può essere individuata in un’altra struttura pubblica, in una struttura privata accreditata oppure, nei casi previsti, nell’attività libero-professionale intramuraria, la cosiddetta intramoenia, con il paziente chiamato a sostenere soltanto l’eventuale ticket che avrebbe pagato attraverso il Servizio sanitario.

È però proprio qui che nasce l’equivoco più pericoloso: non significa che chi trova una lista d’attesa troppo lunga possa scegliere autonomamente uno specialista privato, pagare la fattura e chiedere successivamente il rimborso all’Asl. Il percorso deve essere attivato attraverso il sistema sanitario e secondo le procedure previste dalla propria Regione o azienda sanitaria.

I tempi che il Servizio sanitario deve rispettare

Il punto di partenza è la lettera indicata sulla prescrizione medica, perché per le prestazioni specialistiche ambulatoriali di primo accesso il medico deve specificare il quesito diagnostico e la classe di priorità, che stabilisce entro quanto tempo quella visita o quell’esame dovrebbe essere effettuato.

La classe U, urgente, prevede che la prestazione venga eseguita entro 72 ore; la classe B, breve, entro 10 giorni; la classe D, differibile, entro 30 giorni quando si tratta di una visita specialistica e 60 giorni quando invece si tratta di un accertamento diagnostico; la classe P, programmabile, prevede generalmente un termine massimo di 120 giorni.

Non si tratta quindi semplicemente di lettere utilizzate per organizzare le agende degli ospedali, perché dietro ciascuna classe c’è una valutazione clinica del medico sulla rapidità con la quale è necessario eseguire un determinato accertamento. Se una visita con priorità B viene proposta dopo due o tre mesi, il problema non è soltanto che l’attesa appare lunga: è che la data proposta non rispetta il tempo associato alla priorità assegnata.

Cosa fare quando il CUP propone una data troppo lontana

Il primo passaggio resta la prenotazione attraverso il CUP o attraverso gli altri canali messi a disposizione dal Servizio sanitario regionale. Il cittadino deve verificare se esista una disponibilità compatibile con la propria classe di priorità nell’ambito territoriale di garanzia previsto dalla Regione, tenendo presente che il diritto riguarda soprattutto l’accesso alla prestazione nei tempi corretti e non necessariamente la possibilità di scegliere uno specifico ospedale o uno specifico medico.

Se il sistema non trova alcun appuntamento compatibile, è importante non limitarsi ad abbandonare la ricerca e rivolgersi immediatamente al privato, ma chiedere come attivare il cosiddetto percorso di tutela previsto per il mancato rispetto dei tempi d’attesa.

Le procedure operative non sono identiche in tutta Italia: a seconda della Regione o dell’azienda sanitaria può essere necessario rivolgersi al CUP, all’Urp, alla direzione sanitaria oppure a un ufficio specificamente incaricato della gestione delle liste d’attesa. Proprio per questo conviene conservare la prescrizione e tutta la documentazione relativa al tentativo di prenotazione, compresa la data proposta o l’eventuale comunicazione dell’assenza di disponibilità.

La richiesta serve a mettere formalmente l’azienda sanitaria nelle condizioni di cercare una soluzione alternativa compatibile con la priorità indicata sulla ricetta.

Quando si può arrivare all’intramoenia pagando soltanto il ticket

La base normativa di questa tutela non nasce oggi. L’articolo 3, comma 13, del decreto legislativo 124 del 1998 prevede, in determinate condizioni, che quando l’attesa supera i termini stabiliti l’assistito possa chiedere che la prestazione venga resa nell’ambito dell’attività libero-professionale intramuraria, facendo ricadere sul sistema sanitario la differenza tra il costo effettivo della prestazione e la partecipazione alla spesa dovuta dal cittadino.

In altre parole, quando il percorso viene correttamente attivato e ricorrono le condizioni previste, il paziente può arrivare a ricevere una prestazione in intramoenia sostenendo soltanto l’eventuale ticket previsto dal Servizio sanitario. Se è esente dal ticket, anche questo meccanismo tiene conto dell’esenzione.

L’intramoenia è però soltanto una delle possibili soluzioni. Prima ancora l’azienda sanitaria può trovare un appuntamento in un’altra struttura pubblica oppure presso un erogatore privato accreditato, purché la prestazione venga garantita nei tempi previsti.

Il sistema delle liste d’attesa è stato inoltre rafforzato dal decreto legge 73 del 2024, poi convertito nella legge 107 del 2024, che ha introdotto nuovi strumenti nazionali di controllo e monitoraggio, compresa la Piattaforma nazionale delle liste di attesa presso Agenas, con l’obiettivo di verificare disponibilità delle agende, tempi effettivi e rispetto delle classi di priorità.

L’errore da non fare: prenotare da soli dal privato

È probabilmente il punto più importante, perché è anche quello sul quale un titolo come “visite private pagando solo il ticket” rischia di generare maggiore confusione.

Il superamento dei tempi d’attesa non dà automaticamente diritto a prenotare una visita privata di propria iniziativa e farsi rimborsare successivamente la fattura dall’Asl. La normativa tutela il diritto del paziente a ottenere la prestazione nei tempi previsti, ma la soluzione alternativa deve essere gestita o autorizzata secondo il percorso previsto dall’azienda sanitaria competente.

Se quindi il CUP propone una visita oltre il limite della propria classe di priorità, il passaggio corretto non è telefonare direttamente allo studio privato dello specialista, ma segnalare l’impossibilità di ottenere la prestazione nei tempi previsti e chiedere formalmente l’attivazione del percorso di tutela.

Un dettaglio tutt’altro che secondario, perché una visita privata acquistata autonomamente resta normalmente a carico del paziente e il semplice fatto che la lista d’attesa pubblica fosse troppo lunga non trasforma automaticamente quella spesa in un credito nei confronti del Servizio sanitario.

Il diritto riguarda il tempo della cura, non il medico che si preferisce

C’è infine un altro elemento da conoscere prima di attivare la procedura. Se l’azienda sanitaria individua una struttura alternativa capace di garantire la prestazione nei tempi previsti, il cittadino non può necessariamente pretendere di mantenere la propria preferenza per un determinato ospedale, ambulatorio o specialista e contemporaneamente rivendicare la tutela sui tempi d’attesa.

Il principio alla base del sistema è infatti quello di garantire l’accesso tempestivo alla prestazione necessaria, non la libera scelta di qualsiasi medico o struttura a spese del Servizio sanitario.

Per chi si trova davanti a una lista d’attesa incompatibile con la prescrizione, dunque, le mosse da ricordare sono semplici ma decisive: verificare la classe di priorità riportata sulla ricetta, tentare la prenotazione attraverso il CUP, documentare l’eventuale impossibilità di ottenere una data entro il termine previsto e chiedere all’azienda sanitaria come attivare il percorso di tutela.

Perché tra aspettare molti mesi e pagare centinaia di euro di tasca propria può esistere un’altra possibilità. Il problema è che, ancora oggi, molti pazienti non sanno di poterla chiedere.

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