Home » Attualità » Economia » Tfr dei dipendenti pubblici, la Consulta cambia le regole: cosa può succedere ora

Tfr dei dipendenti pubblici, la Consulta cambia le regole: cosa può succedere ora

Tfr dei dipendenti pubblici, la Consulta cambia le regole: cosa può succedere ora

Entro il 14 gennaio 2027 va riformato il sistema che oggi prevede attese fino ad anni e pagamenti a rate della liquidazione. Senza intervento del Parlamento rischio incostituzionalità e impatto da 15,6 miliardi.

Il sistema con cui lo Stato paga il Tfr ai dipendenti pubblici dovrà cambiare. La Corte costituzionale ha stabilito che i lunghi tempi di attesa e la rateizzazione della liquidazione non possono più essere mantenuti. Arriva dunque un ultimatum della Consulta: Governo e Parlamento devono intervenire entro il 14 gennaio 2027 per riformare la normativa. In caso contrario, la Corte potrebbe dichiarare incostituzionali le regole attuali, con un impatto stimato sui conti pubblici fino a 15,6 miliardi di euro. Nessuna rivoluzione immediata però, i giudici costituzionali hanno chiarito che la cancellazione del sistema attuale dovrà essere graduale, per evitare effetti troppo pesanti sul bilancio dello Stato.

Come funziona oggi il pagamento del trattamento di fine rapporto nel pubblico impiego

Ad oggi i dipendenti pubblici non ricevono la liquidazione subito dopo la fine del rapporto di lavoro, come accade nella maggior parte del settore privato. Le regole introdotte nel 2010 durante la crisi del debito pubblico hanno infatti allungato molto i tempi di pagamento. Oggi si aspettano 9 mesi dalla cessazione del servizio prima dell’avvio del pagamento (in passato erano 12 mesi) e la prima rata arriva a un massimo di 50mila euro. La seconda rata, sempre fino a massimo 50mila euro, arriva dopo 12 mesi e per importi più alti per la terza rata si deve aspettare un altro anno. In pratica quando si smette di lavorare servono mesi e anni per avere la liquidazione.

La decisione della Corte costituzionale sul Tfr dei dipendenti pubblici

In passato la Corte Costituzionale aveva invitato lo Stato a intervenire sui tempi, ipotizzando il rischio incostituzionalità di un’attesa così lunga per i lavoratori. Ora invece dall’invito si è passati all’ultimatum: c’è tempo fino al 14 gennaio 2027 per modificare la normativa. Se entro quella data non arriverà una riforma, la Corte potrebbe dichiarare l’incostituzionalità della norma.

Perché lo stop immediato costerebbe molto allo Stato

Uno dei motivi per cui la Consulta non ha cancellato subito le regole attuali riguarda l’impatto finanziario. Secondo i calcoli dell’Inps, eliminare immediatamente tutti i rinvii e le rate comporterebbe un costo per le casse pubbliche di circa 15,6 miliardi di euro. Nel dettaglio 4,2 miliardi servirebbero per eliminare il rinvio iniziale di nove mesi; 11,6 miliardi per abolire la rateizzazione e 15,6 miliardi sarebbe il costo complessivo se entrambe le misure venissero cancellate subito. Un intervento immediato produrrebbe quindi un forte impatto sul bilancio dello Stato, motivo per cui la Corte ha indicato la necessità di una riforma graduale.

La riforma potrebbe arrivare con la prossima legge di Bilancio

La decisione della Consulta rende inevitabile un intervento legislativo nei prossimi mesi. E il tema entra dunque in agenda per la prossima legge di Bilancio, che dovrà iniziare a ridisegnare il sistema di pagamento delle liquidazioni nel pubblico impiego. L’ipotesi più probabile è un percorso di superamento progressivo delle attese e delle rate, spalmato su più anni, per diluire l’impatto finanziario. Una riforma porterebbe nei prossimi anni i dipendenti pubblici così ad avere tempi più brevi per ricevere la liquidazione, una riduzione o eliminazione della rateizzazione e un sistema più vicino a quello del settore privato.

© Riproduzione Riservata