Questo è il momento in cui il rumore dei cantieri smette di essere emergenza e diventa linguaggio ordinario dello sviluppo. La grande stagione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza volge alla sua fase conclusiva, ma ciò che resta – e che conta – è la struttura portante che quel ciclo ha rimesso al centro: la filiera delle costruzioni come infrastruttura permanente dell’economia nazionale. Questo focus nasce da una consapevolezza chiara: finiscono i fondi straordinari, non finisce il bisogno di costruire. Case, infrastrutture, rigenerazione urbana, sicurezza del territorio, manutenzione, sostenibilità, innovazione industriale non sono capitoli emergenziali, ma funzioni essenziali dello Stato e del mercato. In questa prospettiva, il settore delle costruzioni non è più soltanto un moltiplicatore congiunturale, ma una leva strutturale di stabilità economica e coesione sociale. Il punto di partenza è la necessità di una visione industriale. L’apertura affidata a Emanuele Ferrarolo, presidente di Federcostruzioni, richiama con forza l’urgenza di un piano organico per l’intera filiera, capace di fare tesoro dell’esperienza del PNRR per superare frammentazioni normative, rigidità burocratiche e discontinuità strategiche. Dal nuovo Codice dell’Edilizia al Piano Casa, la sfida indicata è una sola: trasformare l’eccezione in metodo, restituendo al settore regole stabili, programmazione di lungo periodo e una governance all’altezza della sua centralità economica. Al centro del quadro si collocano le grandi opere, non come simboli di spesa pubblica, ma come infrastrutture abilitanti della competitività nazionale. Dalle reti di trasporto alla logistica, dall’energia alla messa in sicurezza del territorio, la conclusione dei cantieri PNRR rappresenta un vantaggio competitivo che va consolidato con programmazione, continuità e capacità esecutiva. In questa direzione interviene anche il sottosegretario alle Infrastrutture e ai Trasporti Antonio Iannone, che ribadisce come la fase finale del PNRR debba tradursi nel completamento delle opere strategiche e nella messa a sistema dei cantieri capaci di determinare le condizioni di sviluppo dell’intera Nazione. Perché senza infrastrutture non c’è crescita, e senza crescita non c’è sovranità economica. Accanto alle grandi opere, emerge con forza la questione abitativa: la crisi della casa – accentuata dalle trasformazioni demografiche e dai nuovi equilibri del mercato – impone risposte strutturali. Le proposte di Confedilizia e il confronto sulle politiche pubbliche indicano una direzione netta: servono regole certe, tempi rapidi, strumenti che rendano nuovamente attrattivo investire nell’abitare. La casa non è solo un bene economico, ma un presidio di stabilità sociale. Il settore, tuttavia, non chiede nostalgia per la stagione degli incentivi, bensì stabilità. Le piccole e medie imprese, spina dorsale operativa della filiera, pagano più di altre le discontinuità normative e finanziarie. Da qui l’appello a una transizione ordinata: meno picchi, più manutenzione, più riqualificazione diffusa, più cantieri piccoli ma continui. È questa la vera normalità industriale. L’analisi si allarga poi alle pratiche rigenerative del costruire, alla bioedilizia, all’innovazione tecnologica e culturale che trova in appuntamenti come Klimahouse un laboratorio avanzato di futuro: costruire oggi significa integrare sostenibilità ambientale, qualità architettonica, responsabilità sociale e capacità industriale. Non è un vezzo, ma una condizione di competitività. In questo scenario, il ranking di eccellenza assume un valore che va oltre la classifica. Premiare solidità, trasparenza ed etica significa indicare un modello di impresa capace di stare nel mondo che cambia: strutturata, affidabile, internazionale, ma profondamente radicata nel territorio. Le costruzioni, quando sono ben governate, diventano cultura industriale prima ancora che materia. In ultima analisi, il PNRR passa, ma il costruire resta. Resta come industria, come lavoro, come responsabilità collettiva. Perché senza cantieri non c’è manutenzione del Paese, senza imprese non c’è sviluppo, senza visione non c’è futuro.
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