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Oro, ecco perché il valore del metallo prezioso è in forte calo

Oro, ecco perché il valore del metallo prezioso è in forte calo

Dall’inizio della guerra in Medio Oriente il prezzo dell’oro è calato drasticamente. il metallo giallo ha perso il suo valore di bene rifugio?

L’inizio del conflitto mediorientale ha subito visto il prezzo dell’oro scendere dai picchi massimi raggiunti solo poche settimane prima. Se solo un mese fa, alla metà di febbraio, il metallo prezioso veniva scambiato a più di 5200 dollari l’oncia, nell’ultima settimana il valore è crollato, scendendo intorno ai 4570 dollari.

Diversi i motivi che sembrano intaccare il ruolo dell’oro come bene rifugio, alcuni hanno a che fare con le decisioni della Federal Reserve, altri, invece sono probabilmente da ascrivere alle forti liquidazioni del metallo ora in corso dagli acquirenti mediorientali.

Il paradosso della guerra

Quando Stati Uniti e Israele hanno lanciato i primi attacchi contro l’Iran il 28 febbraio scorso, l’oro aveva reagito come da copione, salendo da 5.296 a 5.423 dollari l’oncia, in linea con il principio secondo cui le turbolenze geopolitiche spingono gli investitori verso i beni rifugio tradizionali.

Poi, però, è arrivata la correzione: una violenta ondata di vendite ha fatto sprofondare il prezzo a 5.085 dollari il 3 marzo. Da lì, la discesa non si è più fermata. Nelle ultime tre settimane, il metallo ha ceduto quasi il 9% dal momento dell’inizio del conflitto, pur restando in territorio positivo da inizio anno con un guadagno intorno al 9%.

Un paradosso difficile da spiegare con le sole categorie della finanza tradizionale; una guerra aperta, con lo Stretto di Hormuz in gran parte bloccato e il petrolio Brent schizzato a 115 dollari al barile, avrebbe dovuto in teoria sostenere il valore dell’oro.

Pare dunque che la forte crescita registrata negli ultimi due anni abbiano trasformato il metallo prezioso in un asset speculativo, disorientando sia i grandi investitori istituzionali sia i piccoli risparmiatori abituati a considerare l’oro come un’assicurazione contro il caos.

La Federal Reserve e il peso dei tassi alti

Uno dei fattori più importanti nel ribasso dell’oro è probabilmente da ricercare nelle decisioni della Federal Reserve. Nella sua ultima riunione, la Fed ha confermato i tassi nel range 3,50%-3,75%, citando l’inflazione ancora elevata e un mercato del lavoro solido.

Le proiezioni aggiornate indicano un solo taglio atteso per il 2026, ma la volatile situazione mediorientale potrebbe cambiare le carte in tavola, tanto che diversi istituti americani scommettono già su un aumento dei tassi entro la fine dell’anno.

Ciononostante, il messaggio ai mercati è chiaro: i tagli sono rinviati. Per un asset privo di rendimento come l’oro, tassi alti significano un costo-opportunità crescente rispetto alle obbligazioni, che ora offrono rendimenti reali positivi.

Non è certo un caso che, parallelamente al calo dell’oro, i rendimenti dei Treasury americani sono saliti, accentuando il deflusso di capitali dal metallo verso la carta.

Le vendite del Golfo e il dollaro come nuovo rifugio

Accanto ai fattori monetari, c’è una dinamica di mercato specifica e finora poco discussa. Il vero “flight to safety” del 2026 non sta premiando l’oro, bensì il dollaro americano, che si è notevolmente rafforzato dall’inizio del conflitto rispetto alle altre valute.

Gli investitori del Golfo e del Medio Oriente, che nei mesi scorsi avevano accumulato ingenti quantità di oro, si trovano ora a dover fronteggiare emergenze di liquidità legate alle ricadute economiche del conflitto.

Il risultato è una massiccia ondata di vendite del metallo per monetizzare in dollari. Paradossalmente, è proprio la guerra a produrre le vendite che deprimono l’oro.  

Ciò significa che allo stato attuale appare molto difficile fare previsioni; il conflitto mediorientale si sta rapidamente tramutando nel più grande shock energetico della storia recente. Le tempistiche della fine della guerra appaiono più incerte che mai, con esse, il prezzo dell’oro.

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