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Mercati e guerre: cosa la storia ci insegna

Mercati e guerre: cosa la storia ci insegna

La Rubrica – Spunti di Mercato

Lungi dall’essere un esperto di geopolitica (ascoltatevi #Stories e Cecilia Sala che è bravissima) provo a dare alcune indicazioni su quali sono le tipiche reazioni dei mercati a eventi simili a quello che stiamo vivendo in questi giorni (attacco americano / israeliano all’Iran).

Percorso tipico abituale: scoppio dell’evento bellico, grande incertezza con interrogativi su durata e “ampiezza” del conflitto, movimenti bruschi di mercato che penalizzano di solito le asset class più rischiose (equity, borse o settori che hanno performato particolarmente bene nei passati mesi, settori direttamente colpiti, high yield, valute da carry trade) e favoriscono i così detti safe assets (oro, valute quale franco svizzero, dollaro americano, yen, bond più sicuri, monetario). 

Il trascorrere dei giorni (3 settimane periodo medio della fase più complicata e volatile) rende il mercato di solito meno “agitato” e si trovano soluzioni ai problemi immediati (trasporto materie prime e merci, catena produttive), emergono opportunità di acquisto (su settori o aree geografiche particolarmente colpite). Infine i mercati “vanno oltre” il conflitto e si concentrano sugli elementi più tipici e importanti (andamento economico, utili, tassi e multipli, decisioni delle banche centrali, ecc.) e pian piano si dimenticano di tutto o quasi tutto (guerra Russia Ucraina ci insegna).

Mercati e guerre: cosa la storia ci insegna
Mercati e guerre: cosa la storia ci insegna

Questo percorso ha un senso poiché sono rarissime le guerre che hanno portato a dei veri bear market azionari o situazioni di forte e duratura pressione lato spread di credito o valutario, in quanto i conflitti non generano abitualmente recessioni economiche (non avviene dalle due grandi guerre mondiali). Un caso atipico è stata la Guerra del Golfo (1990-91, durata complessiva 7 mesi) che si instaurò su un’economia mondiale già debole e creò uno shock energetico molto ampio (prezzo del petrolio più che raddoppiato) con effetti importanti. 

Una delle asset class che è più colpita tipicamente è quella delle materie prime per due motivi ben precisi:

  • La localizzazione geografica del conflitto impatta praticamente sempre una o più materie prime a livello di produzione e/o trasporto. Gas naturale russo, grano ucraino, petrolio saudita, LNG qatariota, cobalto del Congo, nichel della Nuova Caledonia, tutti esempi di episodi passati e presenti di guerre o disordini più o meno importanti.
  • I mercati delle materie prime sono per natura più volatili in quanto meno “liquidi” e quindi facilmente soggetti a forti oscillazioni in caso di eventi inattesi. Petrolio negativo durante il Covid, prezzo gas naturale europeo moltiplicatosi per 15 volte durante prima fase dell’attacco russo all’Ucraina, oil embargo degli anni ’70 con petrolio quadruplicato, grano e soia provenienti da Ucraina bloccati e raddoppio dei prezzi nel 2022.
Mercati e guerre: cosa la storia ci insegna
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Anche su questa asset class, oggetto dell’analisi di oggi, le soluzioni nel medio termine, e quindi di solito su orizzonti temporali più lunghi delle tre settimane di cui parlavamo prima, arrivano, perché il mondo e le persone sono in grado quasi sempre di adattarsi ai cambiamenti. E quindi il petrolio e il gas russo si vendono anche oggi, semplicemente attraverso vie diverse (forse non particolarmente lecite) e a consumatori che abitano più a Est. L’Europa si approvvigiona di gas da nuovi fornitori che stanno invece più a Ovest. 

Vedremo quindi come si riuscirà a risolvere l’importante questione geografica legata allo stretto di Hormuz (100 miglia di lunghezza circa, 21 miglia nel punto più stretto che separa l’Oman dalla costa dell’Iran, dai 50 ai 100 metri di profondità).

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Due elementi forse poco noti ai più:

  • Lo stretto è appunto fra Oman e Iran anche se sono gli Emirati Arabi che occupano la penisola che si estende verso la Persia. Ma come vedete bene dalla foto il sultanato dell’Oman è proprietario della parte più Occidentale (dal 1970) che si chiama Musandam ed è una regione magnifica.
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  • Il traffico di navi piene di petrolio e gas è verso sud in uscita visto che il Golfo Persico a nord è chiuso (da Iran, Arabia Saudita e Iraq). Tale traffico (circa 19m di barili al giorno di petrolio e 82m di tonnellate di LNG all’anno per una media di 120 tankers al giorno) è destinato in gran parte al mercato asiatico (80% dell’LNG e 75% del petrolio) e non come avveniva in passato all’Europa / al mondo occidentale. 

Questo ultimo “dettaglio” non è di poco conto per il futuro di questo conflitto perché India e Cina non sono certo felici di avere interruzioni di forniture di combustibili fossili e di pagarli di più. Unitamente al fatto che uno dei maggiori beneficiari della situazione è la Russia di Putin, che vende a prezzi maggiori il suo gas e il suo petrolio che segue altre rotte.

Se aggiungiamo il fatto che il consumatore americano non desidera certo vedere i prezzi della benzina salire ancora, cosa che non vuole neanche il promotore di questa guerra visto che siamo in un anno elettorale negli USA, forse si troverà una soluzione in un tempo minore del solito.

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Una ragione in più per gli investitori per mantenere la calma che in situazione del genere di solito è la migliore alleata.

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