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Le colpe dell’Europa dietro la crisi Electrolux (1.700 esuberi in Italia)

Le colpe dell’Europa dietro la crisi Electrolux (1.700 esuberi in Italia)

Il gruppo svedese taglia 1.700 posti in Italia. Dietro ai numeri, una concorrenza feroce e un labirinto di regole europee che mettono a rischio il futuro dell’industria degli elettrodomestici

Cerreto d’Esi, entroterra fabrianese. Centosettanta lavoratori, 77 mila cappe aspiranti prodotte nel 2025, una storia travagliata che negli anni non si era mai davvero stabilizzata. Adesso il sipario: Electrolux ha annunciato la chiusura definitiva dello stabilimento entro la fine del 2026. È la punta più visibile di un piano che cambia la mappa industriale del paese.

Nel corso dell’incontro al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, la multinazionale svedese ha svelato i dettagli di una pesante ristrutturazione: 1.719 esuberi su 4.500 lavoratori totali in Italia. Il conto, però, potrebbe essere più salato: Electrolux non avrebbe conteggiato secondo stime sindacali interne i 208 contratti a termine che non verranno rinnovati, portando la cifra complessiva vicino ai 2.022 esuberi. I sindacati Fim, Fiom e Uilm hanno giudicato il piano inaccettabile e hanno proclamato un primo sciopero di otto ore in tutti gli stabilimenti. Centinaia di lavoratori si sono raccolti davanti al ministero. Il ministro Adolfo Urso ha convocato un tavolo, che non ha portato al ritiro del piano: l’azienda è stata chiamata a presentare una proposta industriale compatibile con le richieste di istituzioni, regioni e parti sociali entro il 15 giugno.

Il piano svedese che cambia la mappa industriale del paese

I conti che non tornano Il piano italiano non nasce dal nulla. Il gruppo Electrolux è in difficoltà, sta recuperando ma non abbastanza per fermare la ristrutturazione. Yannick Fierling, amministratore delegato del gruppo, ha messo in fila i problemi davanti in un documento pubblicato su Linkedin: materie prime più care, energia, un sistema normativo frammentato, e una concorrenza asiatica che avanza a prezzi impossibili da replicare con i costi europei. Nel 2025 il differenziale di prezzo tra prodotti Ue e cinesi si attestava al 31%, quello tra Ue e Thailandia al 27%. Margini che rendono il confronto quasi aritmeticamente impraticabile.

Secondo i dati della Fiom, in Italia nel decennio 2014-2024 la produzione di elettrodomestici si è ridotta di circa il 50%. Non è un settore in declino: è un settore che è stato progressivamente svuotato.

Il peso delle regole Per capire la crisi bisogna tenere insieme due piani che raramente vengono letti insieme: quello della concorrenza sleale e quello della burocrazia europea.

Il sistema Ets — Emissions Trading System — è il meccanismo con cui l’Unione europea mette un prezzo sulle emissioni di CO₂. Chi produce acciaio, alluminio o cemento in Europa compra quote di emissione, il cui costo si trasferisce lungo tutta la catena: le lavatrici europee costano di più anche perché l’acciaio con cui sono fatte è prodotto in modo più pulito, e questo ha un prezzo.

Per evitare che i produttori stranieri — soggetti a standard ambientali più permissivi — si avvantaggino di questo differenziale, la Commissione europea ha introdotto il Cbam, Carbon Border Adjustment Mechanism: in pratica, un dazio sull’impronta carbonica delle importazioni. Chi importa acciaio o alluminio da fuori Ue deve pagare una tassa equivalente a quella che avrebbe pagato un produttore europeo.

Il problema, come segnala Yannick Fierling, è che il Cbam nella sua forma attuale ha maglie larghe. La Commissione ha proposto a dicembre di estendere il perimetro aggiungendo 180 nuovi codici doganali, compresi elettrodomestici come lavatrici e asciugatrici. Ma rimangono fuori forni, lavastoviglie, cappe, frigoriferi singoli e congelatori — tutti prodotti che contengono quantità significative di acciaio e alluminio. Una lacuna che non segue alcuna logica industriale evidente, e che lascia aperto un vantaggio competitivo per le importazioni asiatiche.

Il secondo nodo è normativo. Un elettrodomestico venduto in tutti i Paesi dell’Unione deve rispettare un labirinto di leggi europee, spesso recepite in modo difforme da Stato a Stato, a volte integrate con regolamentazioni locali. Etichettature diverse, requisiti tecnici sovrapposti, obblighi di reportistica digitale. Ogni ora spesa a navigare questa complessità è un’ora sottratta all’ingegneria e alla progettazione.

C’è poi il problema della sorveglianza del mercato. Prodotti non conformi agli standard europei entrano nei canali di distribuzione senza che gli Stati membri intervengano con la stessa sistematicità. Il risultato è una concorrenza al ribasso che penalizza chi le regole le rispetta.

Le richieste dell’industria I numeri del «bianco», secondo l’associazione di settore, sono quelli di un’industria che conta: 79,7 miliardi di euro di contributo directo e indiretto al Pil europeo, oltre cento siti produttivi nel continente, quasi un milione di occupati. Entro il 2030 il mercato Ue degli elettrodomestici potrebbe toccare i 108 miliardi. Yannick Fierling chiede tre cose concrete: armonizzare le regole per abbattere la complessità normativa, introdurre un programma europeo di sostituzione degli elettrodomestici obsoleti (la Svezia da sola ha risparmiato 14,25 TWh di elettricità nel 2020 grazie a prodotti più efficienti), e aprire strumenti di investimento dedicati per elettrificazione, decarbonizzazione e digitalizzazione.

Sembrano richieste ragionevoli, formulate con tono istituzionale. Ma i 1.700 lavoratori di Electrolux Italia le ascoltano con tutt’altra urgenza. Per loro, questo dibattito è lo sfondo opaco di decisioni già prese, di capannoni che si svuotano, di territori che cercano un futuro in un distretto industriale che si restringe. La domanda che rimane aperta è semplice: l’Europa vuole ancora produrre elettrodomestici, o si accontenta di importarli?

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