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Iveco: passino i cinesi, purché il lavoro resti in Italia

Iveco: passino i cinesi, purché il lavoro resti in Italia

Anziché stracciarsi le vesti, il governo dovrebbe fare moral suasion. E dire che gli piacerebbe molto vedere aprire nel nostro Paese una grande fabbrica di auto della Faw.


La possibile vendita dell’Iveco al gruppo cinese Faw ha provocato la solita levata di scudi: «fermate la cessione di un’azienda così importante allo straniero», «difendiamo un asset strategico», «che entri lo Stato» e così via. Posizioni legittime, che rivelano però una specie di riflesso condizionato contro le acquisizioni dall’estero.

Però chi si oppone di principio all’acquisto di imprese nazionali da parte di aziende straniere guarda il dito che indica la luna e non affronta il nodo del problema. E cioè che la perdita di controllo di un’impresa è certamente sgradevole, ma in mancanza di compratori italiani l’arrivo di un acquirente straniero non dovrebbe essere ostacolato, purché gli si crei intorno un ambiente favorevole affinché sia conveniente non solo produrre nel nostro Paese, ma produrre ancora di più.

Proviamo a spiegarci meglio. Iveco appartiene al gruppo Cnh che a sua volta fa capo alla Exor della famiglia Agnelli. Produce camion, bus e furgoni. Conta 24 stabilimenti in 11 Paesi, 6 centri di ricerca e 25.000 dipendenti, di cui circa 8.000 in Italia. Fattura un po’ meno di 10 miliardi e di recente ha messo a segno buoni risultati, con alcuni stabilimenti in piena attività per soddisfare una forte domanda di furgoni (il Ducato è il più venduto in Europa). Ma non ha le dimensioni sufficienti per resistere a lungo contro la concorrenza di gruppi più grandi come Daimler o Volvo.

In un rapporto della testata specializzata Automotive World si sottolinea che «la mancanza di qualsiasi intenzione di espandersi in nuovi mercati importanti, come l’India o il Nord America, metterà l’Iveco in uno svantaggio a lungo termine rispetto ai concorrenti veramente globali come Daimler e Volvo». «Iveco è stata lasciata indietro mentre i suoi pari europei, vale a dire Daimler, Volvo, Man e Scania si sono espansi a livello globale» aggiunge l’autore del rapporto Jonathan Storey che conclude: «Iveco rischia di diventare un puntino sempre più piccolo sui radar dei concorrenti».

Probabilmente per questa ragioni Exor ha deciso di spezzare in due Cnh, separare Iveco dal resto del gruppo (macchine agricole e movimento terra nonché i mezzi militari dell’Iveco) e cercare di accasare il produttore di veicoli commerciali in una azienda più grande. E così si sono fatti avanti i cinesi. Il gruppo Faw, di proprietà statale, è il più grande produttore di auto cinese con ricavi per circa 78 miliardi di euro l’anno. Produce autocarri pesanti con il marchio Jiefang e il suo obiettivo è di espandersi al di fuori della Cina.

Che destino potrebbe avere Iveco in mano cinese? In alcune occasioni i cinesi si sono appropriati del marchio, come nel caso delle moto Benelli, trasferendo il grosso della produzione in Cina e sfruttando la sua notorietà sui mercati internazionali. Ma va detto che la Benelli era in forte crisi e produceva già poco in Italia: tutto sommato oggi è un’azienda di successo con una presenza globale. In altri casi l’arrivo dei cinesi è stato molto positivo per il Paese ospite: la Volvo fu rilevata 11 anni fa dalla Geely e da allora la casa svedese ha raddoppiato il numero degli addetti, è passata da 449.000 a oltre 700.000 vendite all’anno, inanellando una raffica di record. La cura cinese è stata eccezionale, mentre, giusto per fare un esempio molto vicino, gli americani della General Motors sono riusciti ad uccidere la povera Saab dopo averla acquistata.

Che cosa dovrebbe fare il governo nel caso dell’Iveco? Più che mettere degli ostacoli ai possibili acquirenti, potrebbe fare una moral suasion di questo genere: invece di limitarsi a dire le solite cose, tipo mantenere i livelli occupazionali e impegnarsi a investire nel nostro Paese (argomenti che lasciano il tempo che trovano, è il mercato a stabilire se una fabbrica ce la fa o no), aggiungere piuttosto che a Roma piacerebbe molto, ma proprio molto, vedere aprire in Italia una grande fabbrica di auto della Faw, magari elettriche. Ma bella grande. Capace di attirare qui da noi anche qualche produttore di batterie. Vuoi l’Iveco? Vieni a fabbricare qui anche le auto.

Perché l’obiettivo dell’Italia non dovrebbe essere difendere con i denti le aziende che abbiamo qui, ma fare di tutto per attirare imprese straniere. Solo un paio di dati per dare sostanza al ragionamento: nel 2020 l’Italia ha prodotto in tutto 732.000 tra auto e veicoli commerciali leggeri. La Spagna, che non ha alcuna casa automobilistica di proprietà spagnola, ha prodotto 2,2 milioni di mezzi in stabilimenti controllati da varie case straniere. Il Regno Unito, privo di aziende di proprietà britannica, ha sfornato quasi un milione di veicoli. Per non parlare poi di Repubblica ceca o Slovacchia. Noi abbiamo la ex Fca e produciamo meno di chi non ha imprese nazionali. In conclusione che cosa vogliamo fare? Diventare sempre più piccoli con le nostre belle aziende «strategiche» o tornare ad essere una potenza industriale?

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