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Lavoro e intelligenza artificiale: come il 40% delle competenze cambierà entro il 2030

Lavoro e intelligenza artificiale: come il 40% delle competenze cambierà entro il 2030
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Secondo il «Future of Jobs Report» del World Economic Forum, saranno creati 170 milioni di nuovi posti di lavoro a fronte di 92 milioni destinati a sparire

Che l’intelligenza artificiale sia destinata a contrarre la domanda in diversi settori è una certezza con cui i mercati stanno già facendo i conti. Ma fermarsi alla narrazione della macchina che «cannibalizza» le professioni rischia di accecarci di fronte alla vera sfida. Il punto non sarà mai rincorrere l’algoritmo sul suo terreno — quello delle prestazioni immediate — ma sviluppare un nuovo alfabetismo critico. In un mondo in cui l’elaborazione diventa merce automatizzata, il valore primario torna a essere la supervisione umana, la verifica del dato e la capacità di firmare la decisione finale. Infatti, la rivoluzione digitale non sta cancellando il lavoro, ma ne sta cambiando regole e competenze. L’IA non mette in discussione il valore delle persone: mette in crisi, piuttosto, un modo di lavorare basato sull’approssimazione, premiando metodo, preparazione e capacità di adattamento.

Cosa si può delegare all’intelligenza artificiale

«È una dinamica che nel trading sistematico osserviamo da oltre vent’anni», spiega Andrea Unger, ingegnere e quattro volte campione del mondo di trading. «Software e algoritmi analizzano i mercati ed eseguono automaticamente le operazioni molto prima dell’attuale diffusione dell’IA generativa. Eppure, l’automazione non ha eliminato il bisogno di competenza: lo ha reso ancora più evidente».

Unger, prima di dedicarsi professionalmente ai mercati, ha maturato esperienza all’interno di una realtà multinazionale, conoscendo direttamente anche le dinamiche del lavoro aziendale. Il suo percorso gli ha permesso di osservare da vicino quali attività possano essere delegate alla tecnologia e quali, invece, continuino a richiedere competenza, capacità di giudizio e responsabilità umana.

«C’è l’illusione che la tecnologia possa risolvere la complessità con un clic. Ma prima di affidare un compito a una macchina bisogna decidere che cosa deve fare, su quali dati deve lavorare e con quali criteri valutare i risultati. Un algoritmo può applicare una regola migliaia di volte senza stancarsi. Se la regola è sbagliata, però, accelererà l’errore con la stessa efficienza», prosegue Unger.

Lavoro e intelligenza artificiale: come il 40% delle competenze cambierà entro il 2030
L’ingegnere e quattro volte campione del mondo di trading Andrea Unger

Dove può incidere maggiormente l’uomo nel mondo del lavoro

È qui che si sposta il valore del lavoro umano. L’IA può ridurre i tempi, organizzare informazioni, produrre contenuti e supportare l’analisi. Non può però garantire da sola che i dati siano affidabili, che una risposta sia coerente con l’obiettivo o che una decisione sia corretta. Senza pensiero critico e padronanza del processo, la velocità diventa un moltiplicatore di errori. Con una guida competente, invece, diventa un vantaggio.

I dati confermano che la trasformazione non coincide semplicemente con la scomparsa del lavoro. Il Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum stima che entro il 2030 saranno creati 170 milioni di nuovi posti e ne saranno sostituiti 92 milioni, con un saldo netto positivo di 78 milioni. Nello stesso periodo cambierà il 39% delle competenze fondamentali richieste ai lavoratori. Non significa che ogni professione sarà al sicuro, ma che il vero terreno della competizione sarà la capacità di adattarsi.

Come gestire l’intelligenza artificiale in modo virtuoso

«L’AI non va subita né idealizzata: va governata. Non possiamo sapere come cambierà ogni singola professione, ma possiamo prepararci senza delegare alla macchina anche il nostro giudizio. La tecnologia accelera il lavoro. Direzione e responsabilità restano umane», afferma Unger, prima di concludere: «Il valore di un professionista non è soltanto nella quantità di lavoro che riesce a produrre, ma anche nella capacità di comprendere un problema, formulare le domande giuste e valutare criticamente le risposte. L’IA può essere un supporto estremamente potente, ma ha bisogno di una direzione. Se manca la competenza necessaria per controllarne il lavoro, il rischio è accettare come corretta una risposta soltanto perché è stata prodotta rapidamente e presentata in modo convincente».

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