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In ginocchio da Putin: lo stop del Qatar costringe l’Europa a riconsiderare il metano siberiano

In ginocchio da Putin: lo stop del Qatar costringe l’Europa a riconsiderare il metano siberiano

A 3.600 chilometri di distanza dalla guerra che ha infiammato il Medio Oriente, c’è un uomo che potrebbe guadagnare molto dalla nuova crisi energetica: Vladimir Putin. Perché l’Iran ha assestato con i suoi droni e i suoi missili un colpo durissimo all’export di gas naturale e di petrolio dal Golfo Persico. E rifornirsi dai giacimenti russi ora farebbe comodo a tanti Paesi. In particolare agli europei che già, senza troppo clamore, hanno continuato ad acquistare gas liquefatto dal grande e minaccioso vicino.

E ora, senza quello del Qatar, ci si chiede se non sia il caso di allentare le sanzioni e tornare a succhiare il metano dai gasdotti della Siberia. Alla faccia dell’Ucraina. E con grande soddisfazione del presidente della Federazione russa, che intanto ha ottenuto un allentamento dell’embargo sul petrolio dal suo amico Donald Trump. Come ha sintetizzato il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, «finora c’è un solo vincitore in questa guerra in Iran: la Russia».

Il ritorno di Putin e il blocco strategico del Qatar

Per tre anni Bruxelles ha raccontato la storia di un continente che spegne i rubinetti di Mosca e si libera da una dipendenza considerata tossica dopo l’invasione dell’Ucraina. Prima della guerra, quasi la metà del gas bruciato nell’Unione europea arrivava dalla Russia, incanalato in gasdotti che i governi consideravano «affidabili» e che permettevano di tenere il prezzo del metano all’ingrosso nella fascia compresa fra 15 e 25 euro per MWh. Dopo il 2022, quel mondo è finito: Nord Stream è stato distrutto, il transito ucraino è stato azzerato, nuove metaniere statunitensi e qatariote hanno preso il posto dei tubi siberiani e il Consiglio dell’Unione ha approvato un regolamento che promette di vietare tutte le importazioni di gas russo entro la fine del 2027, sia via gasdotto sia sotto forma di GNL, cioè liquefatto.

Poi sono arrivati i droni e i missili iraniani sul Golfo. In pochi giorni, l’attacco contro due impianti strategici ha costretto QatarEnergy a fermare la produzione di gas naturale liquefatto e a dichiarare forza maggiore verso i clienti. Il Qatar non è un fornitore qualsiasi: è uno dei principali esportatori mondiali di GNL, un pilastro di quella che doveva essere la «nuova» sicurezza energetica europea. Il complesso Ras Laffan, chiuso il 2 marzo, lavorava 75 milioni di tonnellate pari al 17 per cento delle esportazioni globali, e ci vorrà almeno un mese per ripristinare la sua capacità normale. Il prezzo all’ingrosso del gas sul mercato TTF di Amsterdam è balzato nei primi 10 giorni di marzo ad oltre 60 euro per MWh (dopo settimane in cui oscillava sui 30-35 euro) per poi finire sull’ottovolante della speculazione.

Il paradosso del GNL e il record di importazioni russe

È su questo sfondo che torna in primo piano il vecchio protagonista: Mosca. Nonostante il crollo dei volumi, il gas russo non è mai uscito del tutto dal mix europeo. Le importazioni complessive di metano dalla Russia sono scese da oltre 150 miliardi di metri cubi nel 2021 a poco più di 40 miliardi nel 2025. Di quei 40 miliardi una parte continua ad arrivare via tubo, attraverso il gasdotto TurkStream che attraversa il Mar Nero e la Turchia per rifornire Ungheria, Slovacchia, Austria e alcuni Paesi balcanici. Il resto viaggia sotto forma di gas naturale liquefatto, imbarcato ai terminali di Yamal e scaricato nei porti europei.

È proprio sul GNL che il paradosso diventa più evidente. Nel 2024, mentre a Bruxelles si discuteva di embargo e «phase out», l’Unione ha comprato dal Cremlino quantità record di gas liquefatto: circa 16 milioni e mezzo di tonnellate, più che nel 2022 e nel 2023, in un anno in cui le importazioni europee complessive di GNL sono persino diminuite. In altre parole, meno GNL totale ma più GNL russo. E così, invece di scendere, la quota di Mosca sul mercato europeo del gas liquefatto è salita fino a rappresentare intorno a un quinto del totale.

Realismo energetico: la rivolta di Ungheria e Slovacchia

A spingere in questa direzione non è la geopolitica, ma la calcolatrice. Il GNL russo che parte dagli impianti artici di Yamal viene spesso offerto nelle aste spot a prezzi decisamente più bassi rispetto ai carichi statunitensi. Per gli operatori europei è difficile rinunciare a quella differenza di costo, soprattutto in un contesto in cui i consumatori sono già provati dagli aumenti degli ultimi anni. I terminal di Francia, Paesi Bassi e Belgio si sono trasformati in snodi cruciali: a Dunkerque e Zeebrugge approdano le metaniere russe, una parte del gas viene consumata in Europa, un’altra viene ricaricata su altre navi e inviata verso l’Asia.

La conseguenza è che, mentre l’Unione annuncia di voler tagliare i legami energetici con Mosca, il Cremlino continua a incassare miliardi. Uno studio di Greenpeace ha stimato che fra il 2022 e il 2024 le vendite di GNL russo alle società europee abbiano garantito al fisco russo oltre 8 miliardi di euro di entrate. E questo senza considerare i flussi residui via gasdotto, sostenuti da contratti a lungo termine che in alcuni casi arrivano oltre il 2040.

La clausola di emergenza e il futuro del Phase Out 2027

In teoria, il regolamento approvato dal Consiglio a inizio 2026 dovrebbe chiudere questa parentesi. Ma la guerra in Iran e lo stop del Qatar stanno trasformando questa tabella di marcia in un terreno minato. L’Ungheria è il caso più esplicito. Il premier Viktor Orbán ha ottenuto dagli Stati Uniti una deroga alle sanzioni che le consentirà di continuare a importare greggio via oleodotto Druzhba e gas via TurkStream. Sul fronte europeo, il governo ungherese ha impugnato il regolamento sul phase out davanti alla Corte di giustizia, sostenendo che un divieto totale entro il 2027 sarebbe «inapplicabile».

La Slovacchia si muove su un binario simile. Dopo l’accordo sul bando totale del gas, il governo guidato da Robert Fico ha dichiarato che il Paese sta valutando un ricorso contro il phase out, perché le alternative più costose danneggerebbero gravemente l’economia nazionale. La guerra in Iran offre loro un argomento potente: se lo Stretto di Hormuz diventa instabile, non è realistico tagliare contemporaneamente anche i flussi dalla Russia. È una posizione che molti analisti iniziano a definire «realismo energetico».

Le grandi nazioni dell’Europa occidentale, per ora, non chiedono un ritorno al gas di Mosca. Germania, Francia, Italia (dove però il ministro Matteo Salvini insiste per riaprire l’importazione di gas russo) e Spagna ribadiscono la linea del phase out. Ma la crisi mediorientale ha già prodotto un effetto: la proposta di abbassare il price cap del G7 sul petrolio russo è stata congelata. Il ministro dell’Energia norvegese Terje Aasland ha dichiarato che la guerra in Iran «riaprirà il dibattito» sul bando al gas russo.

Nel regolamento sul gas, i Ventisette hanno previsto una clausola di emergenza che consente alla Commissione di sospendere temporaneamente il divieto di importazioni russe. Finora è rimasta una nota a piè di pagina. Ma con il Qatar fermo e Hormuz instabile, quella clausola rischia di trasformarsi nel punto di snodo del prossimo inverno. Se venisse attivata, il phase out si trasformerebbe da progetto di uscita definitiva in una tregua armata destinata a durare. L’Europa si ritrova con una dipendenza messa sotto stress dalla crisi in Medio Oriente, mentre i contribuenti pagano il conto di una transizione energetica incompiuta e il vecchio protagonista torna in scena: il gas di Putin.

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