Distributori senza benzina, aeroporti a secco di cherosene, voli più cari e bollette alle stelle. La guerra in Iran ha mostrato tutta la fragilità del nostro sistema energetico. E, a chi li ha vissuti, ha fatto riemergere alle memoria i duri mesi dell’austerity a cavallo tra il 1973 e il 1974, con le domeniche a piedi e le autostrade deserte. Ora si spera che, con l’avvicinarsi delle elezioni di novembre, Donald Trump cerchi di trovare un accordo stabile con Teheran, dopo la tregua di due settimane dello scorso mercoledì.
Ma le conseguenze del conflitto si faranno sentire per un bel po’ sull’economia mondiale. Il commissario europeo all’Energia, Dan Jorgensen, ha parlato di una scossa duratura. Uno choc che si trascina dietro una serie di rincari, dalla bolletta del gas ai prezzi degli alimentari fino al costo del denaro, gonfiato dall’aumento dell’inflazione. Per una famiglia-tipo italiana, il blocco delle rotte del petrolio, sempre sotto minaccia dell’Iran e degli Houthi nello Yemen, può costare più di 700 euro all’anno, e comportare il ridimensionamento di viaggi e vacanze. Del resto la guerra in Iran attraversa il cuore dei flussi energetici globali: lo Stretto di Hormuz da cui passa tra il 10 e il 20% del petrolio mondiale, un quarto dei fertilizzanti e una quota massiccia del gas naturale liquefatto che alimenta buona parte delle centrali elettriche europee. E come si è visto, l’impatto non è solo sui prezzi: il pericolo è che, a catena, inizino a mancare carburante per gli aerei, diesel per i camion, metano per riscaldare le case il prossimo inverno. Conseguenze destinate a durare anche in caso di conflitto congelato o, peggio, intermittente.
Sulla persistenza della crisi peserà in particolare la situazione del Qatar. Prima della guerra, Doha era il secondo esportatore mondiale di Gnl e uno dei pilastri dell’approvvigionamento europeo, dopo il crollo del gas russo. Gli attacchi iraniani contro gli impianti di Ras Laffan e Mesaieed hanno portato QatarEnergy a sospendere la produzione, con un balzo immediato di circa il 50% dei prezzi del gas in Europa. QatarEnergy stima che gli attacchi abbiano eliminato circa il 17% della capacità di export di Gnl, pari a 12,8 milioni di tonnellate annue, e che questo «buco» resterà aperto per ben 3‑5 anni.
Previsioni nere
Anche le grandi istituzioni concordano: non sarà un incidente di poche settimane, ma uno tsunami che lascerà tante macerie per mesi dopo il cessate il fuoco. La Commissione europea, nel briefing firmato dal commissario per l’Economia Valdis Dombrovskis, parla apertamente di «rischio di choc stagflazionistico» per l’Unione: crescita più bassa e inflazione più alta, soprattutto per via dell’energia. Le simulazioni mostrano che, anche in scenari relativamente brevi, la crescita 2026 dell’Ue potrebbe scendere di circa 0,4 punti rispetto alle stime autunnali, con l’inflazione fino a un punto percentuale più alta; negli scenari più duri, la perdita di Pil sale intorno a 0,6 punti, con effetti che si trascinano anche nel 2027. Le principali banche d’investimento e compagnie assicurative confermano il quadro. Allianz parla di un biennio 2026/2027 segnato da «stagflazione moderata ma persistente»: non una crisi come il 2020, ma un’erosione lenta di reddito e fiducia.
In questo contesto, l’Italia è uno dei Paesi europei più esposti. Standard & Poor’s, nel suo Global Economic Outlook, calcola che, se la crisi energetica si mantenesse intensa, la crescita 2026 italiana sarebbe dimezzata dallo 0,8 allo 0,4%. Il Centro studi Confindustria ha tagliato la sua previsione dallo 0,7 allo 0,5%, definendo questa stima «ottimistica» perché presuppone una fine relativamente rapida del conflitto. Se la guerra dovesse riaccendersi e durare almeno fino al secondo trimestre, viale dell’Astronomia vede una crescita zero; se si protraesse fino a fine anno, sarebbe recessione, con un Pil a -0,7% nel 2026 e stagnazione nel 2027.
A frenare le aziende è il caro-energia. Le bollette elettriche per le imprese sono già passate da 106 a 170 euro per megawattora: un colpo che si traduce in margini compressi, aumento dei prezzi finali e rischio di tagli alla produzione. Le aziende energivore – acciaio, ceramica, vetro, chimica – minacciano di fermare gli impianti se il gas resta caro. Un’analisi della Cgia di Mestre quantifica in quasi 10 miliardi di euro l’aggravio per le imprese italiane nel 2026: 7,2 miliardi per la luce, 2,6 per il gas. La Banca d’Italia ha messo in guardia sul fatto che il caos iraniano può «peggiorare in modo significativo» il sentiero di inflazione e crescita, complicando il rispetto delle previsioni di finanza pubblica.
Dentro le tasche degli italiani: pieno, bollette, mutuo
L’impatto per le tasche degli italiani è forte. Nonostante i ritocchi alle accise decisi dal governo e confermati per tutto aprile, la benzina al self resta intorno a 1,7‑1,8 euro al litro e il gasolio supera spesso i 2 euro, soprattutto in autostrada. Per un lavoratore che percorre 1.500 chilometri al mese, con un’auto diesel media (17 chilometri al litro), il costo del carburante è salito rispetto gennaio di circa 40 euro mensili, 480 euro all’anno. Se i prezzi resteranno intorno a questi livelli, il pieno diventa una delle principali voci di erosione del reddito disponibile delle famiglie. Le bollette non sono da meno. Il prezzo del gas all’ingrosso è passato, in poche settimane, da circa 25 a oltre 50 euro per megawattora, con oscillazioni anche maggiori nei momenti di panico. Storicamente, crisi di questa dimensione si scaricano sulle bollette domestiche in 6‑12 mesi: per una famiglia media, gli esperti stimano un rincaro potenziale dell’ordine di 350‑400 euro sull’anno termico 2026, a meno di interventi governativi massicci.
La combinazione tra energia più cara e inflazione più alta mette sotto pressione in particolare le famiglie a reddito basso, che dedicano una quota maggiore del budget a luce, gas e carburanti. Anche i prodotti alimentari subiranno dei rincari, non solo per colpa dei carburanti: la guerra in Medio Oriente ha fatto salire in modo molto rapido il prezzo dei fertilizzanti, soprattutto quelli azotati (come l’urea), e questo impatto si tradurrà in aumenti visibili sui prezzi di pasta e carne con un ritardo di alcuni mesi, forse fino al 2027.
Nubi scure si allungano sulle vacanze. Se le difficoltà di approvvigionamento di cherosene dovessero prolungarsi, i voli a corto raggio dovranno essere diradati. L’amministratore delegato di Ryanair, Michael O’Leary, ha parlato della possibilità che tra il 10 e il 25% del fabbisogno di carburante possa essere «a rischio» tra maggio e giugno se le interruzioni delle forniture dal Golfo dovessero continuare. E ha dichiarato di aspettarsi un aumento delle tariffe estive di oltre il 3% su base annua. Lufthansa ha già messo sul tavolo la possibilità di lasciare a terra parte della flotta in caso di scarsità di jet fuel in estate mentre il governo tedesco è già intervenuto approvando un piano per ridurre la tassa sul traffico aereo a partire da luglio, nel tentativo di rilanciare il settore. Non solo. Il Medio Oriente è un crocevia fondamentale per le rotte verso Asia e Oceania; la chiusura di spazi aerei e l’instabilità su Hormuz costringono molte compagnie ad allungare i percorsi di 2‑3 ore, aumentando i consumi di carburante. Un volo andata e ritorno per Dubai o il Sud‑Est asiatico che a inizio anno costava intorno ai 600 euro oggi difficilmente si trova sotto gli 850‑900, complice il fuel surcharge, il supplemento carburante che le compagnie applicano ai biglietti.
C’è poi il capitolo tassi d’interesse. L’inflazione che risale verso il 3‑4% costringe la Banca centrale europea a tenere i tassi più alti più a lungo: le banche Abn Amro e Ubs parlano chiaramente di un rinvio del ciclo di tagli rispetto a quanto il mercato si aspettava a inizio anno. Per chi ha un mutuo variabile da 150 mila euro, una risalita dell’Euribor di mezzo punto può tradursi in 40‑50 euro di rata in più ogni mese; per chi deve accendere un nuovo mutuo a tasso fisso, i tassi Taeg restano nell’area del 3,3‑3,5%, rendendo l’acquisto della casa più oneroso rispetto alle previsioni di inizio 2026.
Sul fronte dei risparmi e della finanza un’elevata incertezza provoca forte volatilità in borsa. Il Btp decennale torna a essere richiesto dagli investitori, ma a rendimenti più alti per compensare il rischio inflazione: una buona notizia per chi investe, meno buona per lo Stato, che potrebbe ritrovarsi a pagare di più per rifinanziare il debito pubblico. Con un’inflazione tra il 2,5% e il 4,3%, 10 mila euro fermi su un conto non remunerato possono perdere tra 250 e 430 euro reali all’anno, spingendo le famiglie a cercare strumenti più protettivi ma anche più rischiosi.
Se scatta l’emergenza: gas, luce e domeniche a piedi
C’è poi lo scenario che oggi tutti sperano di non vedere, ma che i governi sono obbligati a preparare: e se a causa di un riaccendersi del conflitto iniziasse a mancare davvero il carburante? In Italia entrerebbe in gioco il Piano di emergenza del sistema italiano del gas naturale. Il documento, adottato dal ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, prevede tre livelli di crisi: pre‑allarme, allarme, emergenza. Al livello di emergenza, quando il mercato non è più in grado di garantire l’offerta necessaria, lo Stato può imporre misure non di mercato: utilizzo delle riserve strategiche, riduzione obbligatoria dei consumi industriali, distacchi per usi non essenziali, tutela prioritaria di famiglie, ospedali, servizi sociali e reti di teleriscaldamento. Per evitare blackout, le centrali a carbone verrebbero spinte al massimo per risparmiare gas, mentre sarebbero programmati distacchi o riduzioni di carico per le grandi utenze industriali prima che per i cittadini. Sul fronte della mobilità, il governo potrebbe passare dalle campagne di risparmio a misure più dure: limiti di velocità più bassi in autostrada, smart working spinto, restrizioni sui voli a corto raggio. Tornerebbero le immagini delle domeniche a piedi, delle targhe alterne, delle città a traffico fortemente limitato.
Speriamo di non arrivare a tanto. Ma anche se la tensione in Iran si raffreddasse per davvero, dovremo sopportare le sue conseguenze a lungo. Una sconfitta per tutti.
