Tregua o non tregua, il settore agricolo dovrà fare i conti con la grave crisi dei fertilizzanti. Mentre in Medio Oriente la situazione rimane altamente volatile, lo Stretto di Hormuz rimane ancora “zona a traffico limitato”.
La sola cessazione delle ostilità, però, non basterà a evitare i rischi alimentari legati alla carenza di fertilizzanti.
Traffico ancora fermo
Dati alla mano, il quadro che emerge dallo Stretto di Hormuz è più grave di quanto i comunicati ufficiali lascino intendere. Nel primo giorno di tregua i transiti di navi sono ancora esigui e tutti condizionati al beneplacito di Teheran.
Il problema è che da quel corridoio di 54 chilometri passa una quota enorme del commercio mondiale di fertilizzanti. Circa il 33% dei fertilizzanti mondiali, inclusi zolfo e ammoniaca, transita per lo Stretto di Hormuz.
Se si restringe l’analisi alla sola urea, il prodotto azotato più diffuso e commercializzato al mondo, la concentrazione è ancora più marcata: lo Stretto supporta il 35% delle esportazioni globali di urea.
Tempesta perfetta
Il tempismo di questa crisi così profonda non potrebbe essere peggiore. La primavera è la stagione delle semine nell’emisfero settentrionale e i fertilizzanti devono essere applicati prima che le colture inizino a crescere: qualsiasi fornitura che arrivasse in ritardo non potrebbe essere utilizzata per il raccolto 2026.
La finestra si sta chiudendo, e il mercato stava già accusando tensioni prima dello scoppio del conflitto: nel 2025 i prezzi dei fertilizzanti erano già aumentati del 18%, restando al di sopra dei livelli pre-pandemia.
L’aggiunta dello shock di Hormuz ha fatto il resto. The Fertilizer Institute stima che gli agricoltori americani si troveranno a corto di circa 2 milioni di tonnellate di urea in questa primavera.
Problemi anche per l’Italia
Ma il problema investe anche l’Europa e l’Italia direttamente. L’Europa importa circa l’11% del totale di urea che utilizza dal Golfo Persico: una quota che, in condizioni normali, sarebbe gestibile, ma che diventa un punto critico proprio quando il mercato globale si trova sotto pressione e le alternative scarseggiano.
A giugno 2025, l’Unione europea aveva imposto nuovi dazi sull’importazione di fertilizzanti da Russia e Bielorussia e, di conseguenza, in cerca di nuove aree produttrici, si guardava al Medio Oriente e all’Africa.
Il risultato è che l’Italia si trova esposta su più fronti contemporaneamente. Per un’azienda cerealicola italiana di media dimensione (ad esempio con cento ettari a frumento, mais e soia) un rincaro del 20-30% sul prezzo dell’urea o del nitrato ammonico si traduce in decine di migliaia di euro di costo aggiuntivo in una sola stagione.
Rischio rincari
Gli effetti sui prezzi si stanno già materializzando. L’urea è passata da oltre 450 dollari per tonnellata il 27 febbraio a più di 700 dollari entro metà marzo, un aumento di circa il 50% in meno di tre settimane.
Il prezzo FOB dell’urea granulare in Egitto, considerato un indicatore di riferimento per i fertilizzanti azotati, ha raggiunto circa 700 dollari per tonnellata metrica, rispetto ai 400-490 dollari precedenti all’inizio del conflitto.
Questi rincari sui fattori produttivi si tradurranno inevitabilmente in prezzi più alti per i generi alimentari. Il fertilizzante rappresenta circa il 20% dei costi di produzione dei cereali, e i prezzi ridotti del grano sono tra le conseguenze più probabili di una contrazione dell’offerta di fertilizzanti.
Goldman Sachs avverte che le perdite di resa dovute all’applicazione ritardata o insufficiente di azoto, combinate con eventuali spostamenti di superficie verso colture meno intensive, potrebbero far salire i prezzi dei cereali su scala globale.
A pagare il conto finale, come sempre, saranno i consumatori, soprattutto nei paesi più vulnerabili dell’Asia meridionale, dell’Africa subsahariana e dell’America Latina, dove la dipendenza dai fertilizzanti del Golfo è massima e la capacità di assorbire i rincari è minima.
