Le ferie che non si riescono a smaltire non andranno più perse senza risarcimento. Per i dipendenti pubblici cambiano le regole: dopo quattordici anni diventa possibile la monetizzazione delle ferie non godute, cioè il pagamento in denaro dei giorni non usati quando il rapporto di lavoro finisce. Lo prevede la legge 174 del 5 ottobre 2026, che ha convertito il decreto PA ed è in vigore dal 7 ottobre. Il nuovo meccanismo riguarda le ferie maturate dopo quella data, ma anche chi ha giorni arretrati può far valere le proprie ragioni.
Ferie non godute nel pubblico impiego: addio al divieto di monetizzarle
Lo stop risale al 2012, quando una norma pensata per tagliare la spesa dello Stato vietò di pagare le ferie non usate, in qualsiasi caso: pensione, dimissioni, licenziamento o cambio di amministrazione. Chi non riusciva ad assentarsi per esigenze di servizio perdeva così i giorni accumulati, senza colpa e senza rimborso. A spingere per il cambiamento è stata l’Europa. Una direttiva del 2003 prevede un indennizzo in denaro per le ferie non godute quando il rapporto di lavoro finisce e nel 2024 la Corte di giustizia dell’Unione europea, con una sentenza sul caso del Comune di Copertino, ha giudicato incompatibili con quelle regole i divieti assoluti di pagamento.
Quando spetta il pagamento delle ferie residue
La regola di base è semplice: quando il rapporto di lavoro finisce, per qualsiasi motivo (pensione, dimissioni, inidoneità al servizio o altro), le ferie non godute vanno pagate. C’è però un’eccezione: se l’amministrazione prova che il mancato riposo è stato una scelta del dipendente, e non la conseguenza di un ostacolo organizzativo, il compenso può non spettare. In ogni caso il pagamento arriva solo a rapporto concluso, non prima.
Ferie non godute: tocca all’amministrazione dimostrare di aver fatto la sua parte
Non deve essere il dipendente a spiegare perché non ha preso le ferie: la prova spetta all’amministrazione, che è il datore di lavoro. Deve dimostrare tre cose: di aver invitato in modo ufficiale il dipendente a usare i giorni, di averlo avvertito del rischio di perdere ferie e compenso e di avergli permesso davvero di assentarsi. Se il servizio non lo consentiva, per esempio per mancanza di personale, aver mandato un invito non basta: il compenso spetta lo stesso. Il principio pesa soprattutto nella sanità, dove la carenza di organico rende spesso complicato prendersi i giorni di riposo.
Ferie arretrate: cosa cambia per chi ha già lasciato il servizio
Le nuove regole valgono per le ferie maturate dopo il 7 ottobre 2026, quindi per gli anni passati non scatta un pagamento automatico. La porta però non è chiusa per chi ha giorni arretrati: la nuova legge può dare più forza a richieste e ricorsi. Cosa fare, in pratica:
- contare quanti giorni di ferie sono rimasti inutilizzati;
- annotare perché non è stato possibile usarli (turni, mancanza di personale, richieste respinte);
- controllare se l’ente ha mai inviato inviti o avvisi scritti;
- chiedere all’amministrazione i documenti utili e, nei casi dubbi, rivolgersi a un sindacato o a un legale.
