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Ecco la lista delle storiche aziende italiane finite in mani estere (sono più di mille)

Ecco la lista delle storiche aziende italiane finite in mani estere (sono più di mille)

Dal 2021 sono oltre mille le società tricolori acquisite da investitori istituzionali stranieri. Ecco chi sono, da Tim a Radici Group.

L’ultima preda finita nel carniere di una società straniera è Radici Group, storica azienda chimica bergamasca con 3 mila dipendenti e più di un miliardo di euro di fatturato. L’ha comprata Lone Star, un fondo texano, che ha messo a segno l’ennesimo passaggio di un pezzo del made in Italy al mondo della finanza e dell’industria internazionali. Radici si aggiunge a Golden Goose, Prima Assicurazioni, Saras, Ima, Bialetti, la rete fissa di Tim, la divisione gaming del gruppo De Agostini e ad altre decine di medie aziende la cui proprietà è finita oltre confine tra il 2024 e il 2025.

Negli ultimi quattro anni, come rivelano i risultati dell’indagine di Kpmg, sono state effettuate in Italia più di 5 mila operazioni di fusione e acquisizione (M&A): in oltre 1.400 casi hanno visto l’ingresso di una società o di un fondo straniero in un’impresa italiana.

Radici Group passa al fondo texano Lone Star: il made in Italy continua a parlare straniero

Questo fenomeno si lega a un’altra tendenza preoccupante, il progressivo svuotamento della Borsa italiana: negli ultimi 10 anni quasi 200 società hanno lasciato Piazza Affari e nel 43% dei casi il delisting ha coinciso con il passaggio del controllo a capitali esteri.

Ci troviamo dunque in una situazione paradossale, un circolo vizioso dove il fiume dei risparmi degli italiani irriga i grandi nomi di Wall Street, mentre verso le aziende tricolori quotate scende un rivolo di liquidità. Risultato: le nostre società sono sottovalutate, costano poco e diventano facile obiettivo dei fondi. Intendiamoci, ci sono anche gruppi italiani che crescono a furia di acquisizioni all’estero, come Campari, Ferrero, Prysmian, Beretta, Sesa (informatica). Ma le nostre imprese che riescono a darsi dimensioni sufficienti a reggere la concorrenza internazionale e a diventare colossi nel loro settore sono poche rispetto a quelle che rischiano di finire nel mirino delle grandi multinazionali. E ora soprattutto dei fondi di private equity il cui peso sta assumendo dimensioni sempre più importanti.

«Il private equity è passato da un fenomeno quasi sconosciuto negli anni Novanta, con pochissimi operatori, all’attuale presenza di oltre 220-230 attori attivi, sia italiani che stranieri, sempre più specializzati in settori specifici», spiega Maximilian Fiani, partner di Kpmg Advisory e curatore del rapporto sull’M&A. «Questo aumento è alimentato dalla capacità degli operatori di raccogliere capitali resi disponibili da investitori istituzionali come fondi pensione, università, famiglie affluenti. Il loro obiettivo non è quello di fare la locusta che smantella aziende, ma di creare valore e di generare rendimenti significativi per gli investitori. Questo implica un impegno nella crescita e nello sviluppo delle imprese».

Il boom del private equity e lo svuotamento di Piazza Affari

Fiani sottolinea che il private equity gioca un ruolo cruciale nell’aiutare le aziende italiane, spesso di piccole e medie dimensioni, a crescere e ad acquisire una dimensione adeguata per competere a livello globale. Non necessariamente avviene un passaggio directo a un grande gruppo straniero. Spesso, il processo di crescita e aggregazione si svolge in più fasi: un fondo nazionale iniziale può cedere l’azienda a uno italiano più grande, che a sua volta può poi cederla a uno internazionale o a un acquirente industriale. Negli ultimi cinque anni, a fronte di oltre 6 mila operazioni di M&A nel Belpaese ci sono stati oltre mille interventi di attori stranieri.

Il problema è che molto spesso il fondo trascina il controllo dell’impresa tricolore in un consolidato internazionale le cui strategie sono decise all’estero: esempio classico è Ducati, passata prima da un paio di fondi per poi finire al gruppo Audi-Volkswagen, come altre centinaia di imprese nei settori della moda, della meccanica, dell’alimentare.

L’Italia si trova dunque ad affrontare due problemi interconnessi: la desertificazione del made in Italy e la perdita di importanza della Borsa. Aggiungiamo che secondo un recente studio Pictet-Polimi arriveranno oltre 345 miliardi nelle holding italiane di famiglia grazie alla cessione di imprese. «Dove finiranno questi capitali?», si chiede il fondatore di Electa Ventures Simone Strocchi che, nel corso della sua trentennale attività, ha supportato operazioni di private equity per un controvalore prossimo ai 20 miliardi di euro. Strocchi è preoccupato per la fuga del made in Italy e da tempo si batte per creare dei campioni nazionali: grazie al supporto di una sua Spac, Sesa ha potuto accedere a capitali e listino e poi mettere a segno oltre 70 acquisizioni dal 2013, mantenendo governance e sensibilità italiana. Con un fatturato di 3 miliardi di euro e un Ebitda di oltre 250 milioni, è un esempio di aggregatore di industria che ha moltiplicato il proprio valore in Borsa.

La strategia di Simone Strocchi per difendere la sovranità industriale

Sempre con il sostegno di Electa Ventures è nato Italian Wine Brands, il più grande gruppo vinicolo privato italiano quotato, approdato in Borsa sul segmento Egm nel 2015, e oggi tra le maggiori entità private nazionali per fatturato (395,9 milioni nel 2025) che distribuisce i suoi prodotti in 95 Paesi nel mondo forte di un portafoglio di oltre 70 brand, mentre nel 2017 è stata accompagnata sul listino principale. Altro esempio è quello di Pharmanutra, gruppo fondato dai fratelli Lacorte, che ha visto negli anni moltiplicare il suo valore e oggi è presente in oltre 80 nazioni nel mondo.

«Io non sono contro i fondi stranieri, l’ingresso di nuovi soci, specialmente internazionali, può portare benefici come l’apertura a nuovi mercati e la crescita aziendale. Tuttavia, nel medio-lungo periodo, si può verificare una perdita della sensibilità e territorialità italiana», sostiene Strocchi. «Le nostre aziende diventano “stabilimenti e bandierine nel mondo”, con i centri decisionali che spesso si trasferiscono all’estero. La produzione può essere delocalizzata in Paesi con costi inferiori una volta acquisito il marchio e il mercato, con minore attaccamento all’Italia per ottimizzare la marginalità».

Secondo Strocchi il tessuto industriale patrio rischia di diventare una vetrina in saldo. E le cause sono la mancanza di collegamento tra risparmio nazionale e gli investimenti nelle imprese nazionali, la sottovalutazione di Piazza Affari e una regolamentazione che privilegia la liquidità sul valore: «I gestori di fondi sono condizionati da normative che li spingono a cercare volume e liquidità, piuttosto che valore. Questo porta a investire in grandi capitalizzazioni nordamericane con multipli elevati, sostenute da promesse di crescita future. Ma non è pensabile continuare ad indirizzare miliardi di risparmi degli italiani a sostenere investimenti in large cap in ogni dove e trasformando l’Italia e le nostre Pmi in un vivaio di caccia per compratori stranieri. Dobbiamo ritornare a dare a Borsa Italiana una funzione di infrastruttura strategica che oggi ha perso».

Strocchi, tra i protagonisti dell’incontro del 14 maggio alla Camera dei deputati organizzato da Assonext (associazione delle Pmi quotate) proprio sul tema della sovranità industriale, indica alcune possibili soluzioni: come prevedere da parte delle casse e degli enti previdenziali una quota minima di investimento – nell’ordine dell’1-2% – destinata ai mercati growth. Si tratterebbe di un’impostazione coerente con un quadro previsto a livello europeo e quindi sostanzialmente immune da possibili rilievi comunitari. «Del resto era già emerso nel 5° Rapporto Assogestioni-Censis che oltre 69% dei risparmiatori italiani ritiene preferibile investire in strumenti finanziari nazionali e circa il 48% si dichiara addirittura disposto ad accettare anche rendimenti inferiori pur di sostenere l’economia domestica, da cui dipende il futuro degli stessi fondi pensione. È un dato rilevante perché è segnale di una crescente consapevolezza del legame tra risparmio privato, sviluppo industriale e resilienza del Paese. La politica ha una ragione in più per supportare con fiscalità agevolata piani di accumulo e prodotti finanziari, assicurativi e previdenziali orientati al sostegno dell’economia nazionale».

Inoltre Roma dovrebbe insistere a livello europeo affinché le normative sui fondi di investimento non siano penalizzanti per il suo tessuto economico, dominato dalle Pmi, una peculiarità che i Paesi nord-europei faticano a comprendere. Infine, gli imprenditori dovrebbero fare la loro parte, accettando la governance condivisa per attrarre investitori e realizzando aggregazioni che creino gruppi industriali più grandi e competitivi. Ed è questa forse la parte più difficile.

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