Home » Tempo Libero » Musica » BTS, il gran rifiuto ai Grammy: perché la categoria «Asian Pop» ha riaperto tutte le ferite

BTS, il gran rifiuto ai Grammy: perché la categoria «Asian Pop» ha riaperto tutte le ferite

BTS, il gran rifiuto ai Grammy: perché la categoria «Asian Pop» ha riaperto tutte le ferite

Il gruppo sudcoreano non presenterà ARIRANG ai Grammy 2027. Prima di loro, Eminem, The Weeknd, Drake, Frank Ocean, Halsey, Zayn Malik e Nicki Minaj avevano già contestato la Recording Academy.

Per anni i Grammy hanno inseguito i BTS almeno quanto i BTS hanno inseguito un Grammy. La Recording Academy li ha accolti sul red carpet, trasformati in presentatori, invitati sul palco come ospiti, promossi come protagonisti della serata e infine candidati, mentre la loro presenza assicurava alla cerimonia l’attenzione di un pubblico globale che nessun altro artista era più in grado di mobilitare con la stessa intensità. Il riconoscimento artistico, però, è rimasto molto più indietro rispetto all’impatto del gruppo: cinque nomination, nessuna vittoria, nessun album dei BTS candidato direttamente come Album of the Year e nessuna loro canzone ammessa a Record of the Year o Song of the Year.

Ora che RM, Jin, Suga, j-hope, Jimin, V e Jung Kook sono tornati insieme con uno degli album più importanti e fortunati della loro carriera, la Recording Academy aveva finalmente preparato per loro un premio apparentemente impossibile da perdere. Non la consacrazione nelle categorie principali, ma una nuova Best Asian Pop Music Performance costruita per raccogliere sotto una sola definizione K-pop, J-pop, C-pop e le altre produzioni riconosciute nei mercati asiatici.

I BTS hanno scelto di non partecipare.

Il 29 luglio tutti e sette i membri hanno pubblicato quasi contemporaneamente sui propri profili Instagram lo stesso messaggio, scritto interamente in coreano, annunciando che la loro musica non verrà presentata ai Grammy Awards 2027. Non ha parlato soltanto RM in qualità di leader e la decisione non è stata affidata a un comunicato impersonale della BigHit Music: ciascuno dei sette ha messo il proprio nome accanto alle medesime parole, trasformando sette dichiarazioni individuali in una sola presa di posizione collettiva.

«Abbiamo deciso di non presentare la nostra musica ai Grammy quest’anno. Speriamo che la musica possa essere ascoltata e amata per ciò che è, anziché essere distinta in base alla regione o alla lingua. Ringraziamo gli ARMY e tutte le persone che sono sempre al nostro fianco».

È un messaggio bellissimo e potentissimo proprio perché non concede alla Recording Academy il vantaggio di una polemica scomposta. I BTS non parlano di boicottaggio, non accusano direttamente l’istituzione di razzismo e non elencano le ingiustizie accumulate nel corso degli anni. Non sostengono che ARIRANG meriti necessariamente l’Album of the Year e non chiedono un Grammy compensativo dopo cinque candidature rimaste senza vittoria. Pronunciano invece una frase universale, difficilissima da respingere: la musica dovrebbe essere ascoltata per ciò che è, non divisa attraverso un confine geografico o linguistico.

Sette messaggi in coreano, una sola voce

La scelta della lingua è già una parte essenziale della protesta. Nel momento in cui la Recording Academy introduce una categoria che considera determinante l’uso di una lingua asiatica, i BTS decidono di risponderle esclusivamente in coreano, senza accompagnare il testo con una versione ufficiale in inglese e senza compiere preventivamente il consueto sforzo di tradursi per l’Occidente.

Per anni la lingua è stata presentata come uno degli ostacoli alla piena accettazione del gruppo nel mercato americano. Le loro prime nomination come interpreti sono arrivate con Dynamite e Butter, due singoli interamente in inglese, mentre album e brani in coreano molto più rappresentativi della loro identità artistica erano rimasti fuori dalle categorie principali. Ora la stessa industria che aveva faticato a riconoscere quella musica utilizza una lingua asiatica come requisito per inserirla in un premio separato. La risposta dei BTS è tanto semplice quanto devastante: usano il coreano per dire che non intendono essere definiti, contenuti o premiati in base alla lingua che utilizzano.

Anche la scelta di pubblicare il messaggio su tutti e sette i profili ha un peso preciso. Ognuno dei membri possiede ormai una carriera solista, un pubblico personale e una voce artistica distinta, ma quando la decisione riguarda il significato dei BTS nessuno viene utilizzato come portavoce sacrificabile. Non esiste una dichiarazione attribuibile soltanto a RM, né la possibilità di interpretare il dissenso come la posizione isolata del membro più politicizzato o più insofferente. Sono tutti e sette a rinunciare, tutti e sette a farlo nella propria lingua e tutti e sette a ringraziare gli ARMY invece dell’istituzione americana.

Non presenteranno ARIRANG: che cosa significa davvero

Dire che i BTS «non parteciperanno ai Grammy» può generare un equivoco. Non significa semplicemente che non andranno alla cerimonia o che rifiuteranno di esibirsi. Il gruppo ha deciso di non presentare ARIRANG e le sue canzoni attraverso l’Online Entry Process, il passaggio formale con il quale membri della Recording Academy e società discografiche registrate inseriscono le opere nel processo di valutazione.

Per i Grammy 2027, le presentazioni sono aperte dal 7 luglio al 21 agosto 2026. Senza una submission, un’opera non compare nelle schede, non può essere valutata dai votanti, non può ottenere una nomination e non può vincere. I BTS hanno quindi sottratto il proprio album al giudizio dell’Academy prima che questa potesse decidere se candidarlo e soprattutto dove collocarlo.

Non è la rinuncia di chi teme di non avere possibilità. Pubblicato il 20 marzo, ARIRANG è il quinto album in studio del gruppo e il primo progetto collettivo dopo tre anni e nove mesi. I membri hanno partecipato direttamente alla scrittura e alla produzione dei quattordici brani, costruendo il disco attorno alla propria identità, al ritorno e al rapporto con gli ARMY.

L’album ha debuttato al numero uno della Billboard 200, diventando il settimo progetto dei BTS a raggiungere la vetta della classifica americana, mentre Swim è entrata direttamente al primo posto della Hot 100, regalando al gruppo la settima numero uno negli Stati Uniti. ARIRANG è poi diventato il primo album di un artista K-pop a rimanere per tre settimane consecutive al vertice della Billboard 200 e, ancora alla fine di luglio, era tornato nella Top 10.

Per dimensioni commerciali, significato culturale e centralità nel ritorno dei BTS, il disco sarebbe stato uno dei protagonisti inevitabili della stagione dei premi. Sarebbe stato soprattutto il titolo capace di conferire prestigio immediato alla prima edizione della Best Asian Pop Music Performance. Il gruppo che più di qualunque altro avrebbe potuto legittimare la nuova categoria ha invece scelto di privarla del proprio nome.

Best Asian Pop Music Performance, l’inclusione che somiglia a un recinto

La nuova categoria è stata annunciata il 16 giugno e debutterà alla 69ª edizione dei Grammy, in programma il 7 febbraio 2027. Secondo la definizione ufficiale, premierà l’eccellenza artistica nelle performance pop «originarie o ampiamente riconosciute nei mercati asiatici», includendo K-pop, J-pop e C-pop e richiedendo un uso significativo di una o più lingue asiatiche.

La Recording Academy descrive l’Asian Pop attraverso la fusione tra musica, performance e presentazione, le composizioni melodiche, la produzione commerciale, la contaminazione fra generi, gli arrangiamenti stratificati e le strutture dinamiche. Il problema è che quasi tutte queste caratteristiche possono descrivere una parte enorme del pop mondiale contemporaneo, dall’Europa agli Stati Uniti, e non chiariscono perché un intero continente debba essere trasformato in un genere musicale.

K-pop, J-pop e C-pop non sono varianti intercambiabili di una stessa musica. Appartengono a industrie differenti, si sviluppano in lingue diverse e contengono, a loro volta, hip hop, R&B, elettronica, rock, dance, ballad e sperimentazione. Raccoglierli sotto la parola «Asian» significa attribuire alla provenienza geografica una funzione che non viene esercitata con la stessa facilità nei confronti del pop occidentale. Non esiste una categoria unica nella quale riunire musica britannica, francese, italiana, tedesca e spagnola perché originaria o riconosciuta nei mercati europei.

La Recording Academy sostiene che a determinare l’ammissibilità non debbano essere l’etnia o la nazionalità dell’interprete, ma le caratteristiche del brano e il suo rapporto con i mercati asiatici. Anche questa precisazione, tuttavia, apre più domande di quante ne risolva. Una canzone interamente in inglese cantata da un gruppo coreano non soddisfa il requisito linguistico, mentre un artista non asiatico potrebbe teoricamente concorrere utilizzando in modo significativo una lingua asiatica e adottando le caratteristiche individuate dall’Academy.

Il rischio non è necessariamente quello di un’esclusione formale dalle categorie principali, perché il regolamento non la prevede. È un rischio culturale e pratico: una corsia dedicata può aumentare il numero degli artisti asiatici nominati e premiati, ma può anche diventare la risposta più semplice alla richiesta di vederli riconosciuti nel General Field. La domanda non è se un artista candidato nell’Asian Pop possa teoricamente entrare anche nell’Album of the Year. La domanda è se l’esistenza dell’Asian Pop renda più facile non candidarlo lì.

La risposta di Harvey Mason Jr. ai BTS

La Recording Academy ha compreso immediatamente la portata della decisione. Il suo amministratore delegato, Harvey Mason Jr., ha dichiarato di essere «rattristato» dalla scelta dei BTS, aggiungendo però di comprenderla e rispettarla in quanto creatore musicale.

Mason ha difeso la categoria sostenendo che sia stata ideata per celebrare la profondità, la diversità e la crescita straordinaria del pop proveniente dall’Asia. Ha insistito sul fatto che l’obiettivo non sia dividere, ma ampliare il numero degli artisti riconosciuti dai circa 15.000 votanti dei Grammy. Ha inoltre chiarito che presentare un’opera in una categoria di genere, come Asian Pop, Jazz o Country, non impedisce di sottoporla anche ad Album of the Year, Record of the Year o Song of the Year.

Dal punto di vista tecnico, la risposta è corretta. Dal punto di vista politico e culturale, elude però la questione sollevata dai BTS. Il gruppo non ha affermato che il nuovo premio impedisca regolamentariamente l’accesso alle categorie principali; ha detto che non vuole vedere la musica distinta per regione o lingua. Mason difende dunque la possibilità di una doppia candidatura, mentre i BTS contestano il presupposto sul quale è stata costruita la prima.

La reazione del presidente dei Grammy dimostra inoltre quanto l’assenza del gruppo pesi sulla nuova categoria. La Recording Academy non risponde pubblicamente a ogni artista che decide di non presentare il proprio lavoro. In questo caso era necessario farlo, perché il nome che avrebbe dovuto consacrare l’Asian Pop è diventato il più autorevole contestatore della sua esistenza.

La lunga rincorsa dei BTS ai Grammy

Il rapporto tra i BTS e i Grammy è cominciato prima delle nomination artistiche. Nel 2019 Love Yourself: Tear entrò nella categoria Best Recording Package, ma la candidatura apparteneva formalmente all’art director Doohee Lee, non ai sette membri come interpreti. I BTS furono comunque invitati alla cerimonia e diventarono il primo gruppo coreano a presentare un premio sul palco.

Nel 2020 tornarono come ospiti del medley di Old Town Road di Lil Nas X, diventando il primo artista coreano a esibirsi durante i Grammy, ma ancora senza una candidatura propria. La loro presenza sul palco precedette quindi il riconoscimento della loro musica: erano già abbastanza importanti per diventare parte dello spettacolo americano, ma non ancora abbastanza per comparire tra gli artisti nominati.

La prima nomination arrivò nel 2021 con Dynamite, nella Best Pop Duo/Group Performance. Fu un passaggio storico, accompagnato però da un dettaglio impossibile da ignorare: Dynamite era il primo singolo dei BTS interamente in inglese. Nello stesso periodo Map of the Soul: 7, Black Swan, ON e Life Goes On non entrarono nelle categorie principali, nonostante quest’ultima fosse diventata la prima canzone non in inglese a debuttare al numero uno della Hot 100.

Nel 2022 arrivò una seconda candidatura con Butter, ancora una volta nella Best Pop Duo/Group Performance e ancora una volta con una canzone interamente in inglese. Il premio andò a Doja Cat e SZA, mentre la performance dei BTS, costruita come una sequenza cinematografica di spionaggio, divenne uno dei momenti più celebrati della serata.

Nel 2023 le candidature furono tre: My Universe con i Coldplay nella categoria pop per duo o gruppi, Yet to Come per il miglior video musicale e Music of the Spheres come Album of the Year, grazie alla partecipazione dei BTS al disco dei Coldplay. Nessuna si trasformò in una vittoria. Il bilancio ufficiale rimane quindi di cinque nomination e zero Grammy, con tre candidature concentrate nella medesima categoria e l’unica presenza nell’Album of the Year legata al progetto di un altro gruppo.

I BTS non hanno mai finto che il Grammy non fosse importante soltanto perché non riuscivano a vincerlo. Per anni hanno dichiarato apertamente di desiderarlo e hanno vissuto le nomination come traguardi reali. È proprio questo a rendere il rifiuto più significativo: rinunciare a qualcosa che non si è mai voluto non comporta alcun costo, mentre rinunciare a un riconoscimento inseguito a lungo significa stabilire che non tutte le vittorie meritano di essere accettate alle condizioni imposte da chi assegna il premio.

Frank Ocean, quando il rifiuto viene prima della sconfitta

I BTS non sono i primi artisti a sottrarre volontariamente la propria musica ai Grammy. Il precedente più vicino è quello di Frank Ocean, che nel 2016 decise di non presentare Blonde ed Endless all’edizione successiva, nonostante entrambi fossero stati pubblicati entro il periodo di ammissibilità.

Ocean non aspettò di conoscere le nomination e non trasformò una possibile esclusione in una protesta successiva. Impedì alla Recording Academy di giudicare le opere, definendo superati i sistemi di candidatura, selezione e assegnazione e paragonando la propria scelta a un «momento Colin Kaepernick». La sua critica riguardava soprattutto l’incapacità dell’istituzione di rappresentare adeguatamente gli artisti neri e la loro musica nelle categorie principali.

Il principio è lo stesso applicato oggi dai BTS: il potere più grande di un artista non consiste sempre nel protestare contro il verdetto, ma nel rifiutare di consegnare la propria opera all’istituzione che dovrebbe pronunciarlo. ARIRANG non potrà essere ignorato, confinato o sconfitto ai Grammy 2027, perché i Grammy non avranno il diritto di valutarlo.

Eminem e gli artisti chiamati soltanto per fare spettacolo

Eminem non ha realizzato un boicottaggio formale paragonabile a quelli di Frank Ocean o dei BTS e ha continuato negli anni a ricevere nomination. Le sue dichiarazioni restano però una delle accuse più dure rivolte alla credibilità del premio da parte di un artista che aveva già vinto quindici Grammy.

Nel 2018, intervistato da Sway Calloway, il rapper contestò l’autenticità del voto e sostenne che l’Academy finisse per premiare i propri favoriti. La sua indignazione era legata soprattutto alle sconfitte subite da Jay-Z e Kendrick Lamar nelle categorie principali e alla sensazione che i grandi nomi dell’hip hop venissero invitati per promuovere lo spettacolo senza ricevere un riconoscimento proporzionato al loro impatto.

La sua accusa risuona inevitabilmente nella storia dei BTS, che per diverse edizioni sono stati uno dei maggiori motori di conversazione globale attorno alla cerimonia. L’Academy li ha progressivamente promossi da ospiti a protagonisti, sapendo che ogni loro apparizione avrebbe portato gli ARMY davanti alla trasmissione, ma quel peso mediatico non si è mai trasformato in una vittoria.

Il messaggio del 29 luglio non sostiene che i Grammy abbiano sfruttato il gruppo per gli ascolti. Decidere di non presentare ARIRANG, tuttavia, impedisce anche che l’attesa per una loro possibile vittoria venga nuovamente utilizzata per costruire interesse, titoli e pubblico attorno alla serata.

The Weeknd, lo scandalo di After Hours e il boicottaggio

La più clamorosa frattura recente fra un artista globale e la Recording Academy risale al 2020. After Hours era uno degli album dominanti dell’anno e Blinding Lights era già diventata una delle canzoni di maggior successo della storia delle classifiche americane, ma The Weeknd non ricevette nemmeno una nomination ai Grammy 2021.

L’artista definì pubblicamente i Grammy «corrotti», chiese trasparenza per sé, per i fan e per l’industria e annunciò successivamente che non avrebbe più permesso alla propria etichetta di presentare la sua musica finché fossero rimaste in funzione le commissioni anonime coinvolte nella selezione finale delle candidature.

Nell’aprile 2021 la Recording Academy eliminò le Nominations Review Committees nelle categorie generali e di genere, passando a un sistema affidato più direttamente all’elettorato. La riforma non può essere attribuita esclusivamente a The Weeknd, ma arrivò dopo la sua protesta e dopo anni di accuse rivolte all’opacità di quelle commissioni.

The Weeknd è tornato sul palco dei Grammy nel 2025, dopo quasi quattro anni di boicottaggio. Prima della sua esibizione, Harvey Mason Jr. ha riconosciuto pubblicamente la forza delle critiche dell’artista e ha rivendicato i cambiamenti introdotti dall’Academy. Il ritorno dimostra che un rifiuto non deve necessariamente essere eterno per risultare efficace: può servire a imporre una discussione e costringere l’istituzione a cambiare.

Halsey e il sistema delle conoscenze

Dopo che Manic non ottenne candidature ai Grammy 2021, Halsey pubblicò una lunga riflessione sul processo di selezione, descrivendolo come un sistema nel quale potevano assumere importanza le esibizioni private, le conoscenze personali, le campagne condotte attraverso canali informali e favori abbastanza ambigui da apparire come «non-mazzette».

Secondo Halsey, una candidatura poteva inoltre essere collegata alla disponibilità dell’artista a garantire un’esibizione esclusiva durante la trasmissione, contribuendo così al valore pubblicitario della cerimonia. La cantante non ritirò formalmente un disco e non annunciò un boicottaggio, ma affermò che il risultato non dipendeva sempre soltanto dalla musica, dalla qualità o dall’impatto culturale.

La sua contestazione toccava il problema dell’invisibilità del processo: il pubblico vede un elenco di nomination presentato come risultato di un giudizio fra pari, senza conoscere il peso delle campagne, delle relazioni industriali e delle strategie televisive. I BTS hanno scelto un terreno ancora più difficile da difendere per l’Academy, perché non contestano ciò che potrebbe essere accaduto dietro le quinte, ma una categoria scritta nel regolamento ufficiale.

Drake, dalla critica al ritiro delle nomination

Drake ha vinto diversi Grammy e ha continuato a ricevere candidature anche dopo avere ridimensionato pubblicamente il valore del premio. La sua critica più importante arrivò in seguito all’esclusione di The Weeknd, quando invitò gli artisti a smettere di sorprendersi davanti alla distanza fra la musica realmente influente e i riconoscimenti della Recording Academy.

Secondo Drake, ciò che un tempo rappresentava la massima forma di legittimazione poteva non avere più lo stesso significato per gli artisti contemporanei e per quelli delle generazioni successive. Suggerì persino che fosse arrivato il momento di costruire una nuova istituzione, capace di riconoscere l’impatto culturale che i Grammy continuavano a non vedere.

Nel dicembre 2021 il rapper passò dalle parole ai fatti, ritirando le due nomination già ottenute per Certified Lover Boy e Way 2 Sexy. Il suo team non indicò ufficialmente una ragione, quindi sarebbe scorretto presentare il gesto come una conseguenza dichiarata delle polemiche precedenti; avvenne tuttavia al termine di un rapporto già segnato dalle critiche alle classificazioni razziali, alle esclusioni e al valore attribuito dall’Academy al sostegno reale del pubblico.

Drake aveva infatti già contestato l’inserimento di Hotline Bling nelle categorie rap, sostenendo che si trattasse di una canzone pop e chiedendosi se la sua collocazione dipendesse dal fatto che lui fosse percepito principalmente come artista nero. Nel 2019, ritirando il Grammy per God’s Plan, aveva ricordato ai musicisti che un pubblico disposto a comprare biglietti e conoscere ogni parola delle loro canzoni costituiva già una vittoria, indipendentemente dalla statuetta.

Zayn Malik, le strette di mano e i regali

Nel marzo 2021 Zayn Malik attaccò frontalmente i Grammy, sostenendo che senza stringere le mani giuste e inviare regali non esistesse una vera possibilità di ottenere considerazione. Promise sarcasticamente che l’anno successivo avrebbe mandato un cesto di dolci.

Il suo album Nobody Is Listening non era in realtà ammissibile per l’edizione alla quale sembrava riferirsi, perché pubblicato al di fuori del periodo utile. Malik chiarì però che la dichiarazione non riguardava la propria situazione personale, ma la necessità di maggiore inclusione e trasparenza e lo spazio che, secondo lui, il sistema lasciava a favoritismi, razzismo e politiche fondate sulle relazioni.

Il chiarimento è importante anche per comprendere i BTS. La loro protesta non riguarda soltanto la possibilità di vincere o perdere con ARIRANG, ma il principio in base al quale l’opera sarebbe stata classificata. Come Malik, il gruppo sposta il discorso dalla propria candidatura al funzionamento complessivo dell’istituzione.

Nicki Minaj e il potere di decidere che cosa sia una canzone

La controversia sollevata da Nicki Minaj è quella che più direttamente anticipa il caso dell’Asian Pop, perché riguarda il potere della Recording Academy di stabilire l’identità di una canzone e, attraverso quella decisione, determinare il terreno nel quale dovrà competere.

Nel 2022 il team della rapper presentò Super Freaky Girl nelle categorie rap, ma il brano venne spostato nel campo pop. Minaj sostenne di non essere contraria in assoluto alla riclassificazione, purché lo stesso criterio fosse applicato ad altre canzoni dalla struttura simile, indicando Big Energy di Latto come termine di confronto. Secondo la rapper, i Grammy continuavano a spostare i confini nel suo caso, collocandola contro interpreti pop come Adele e Harry Styles e riducendo in concreto le sue probabilità di vittoria.

Minaj aveva già contestato il premio ricevuto da Bon Iver come Best New Artist nel 2012, ricordando che in quel periodo aveva sette brani contemporaneamente nella Billboard Hot 100 e che il suo successo aveva aperto la strada a una nuova generazione di rapper. Anche in quel caso la polemica aveva riaperto la discussione sul trattamento riservato dai Grammy alle donne nere e all’hip hop.

La sua vicenda dimostra che una categoria non è una semplice etichetta descrittiva. Stabilisce quali votanti giudicheranno l’opera, contro quali artisti dovrà competere, quali possibilità avrà di essere nominata e quale significato culturale le verrà assegnato. È esattamente il potere che i BTS hanno deciso di non concedere alla nuova definizione di Asian Pop.

Un premio ancora potente, ma non più intoccabile

I Grammy non sono diventati irrilevanti. Una vittoria continua ad avere un valore commerciale, professionale e simbolico enorme, soprattutto per produttori, autori, tecnici e artisti che non possiedono già una piattaforma globale. La cerimonia rimane inoltre uno dei pochi eventi televisivi capaci di riunire il centro dell’industria musicale mondiale e di trasformare una performance in un momento di conversazione internazionale.

Ciò che è cambiato è il monopolio della legittimazione. Nell’epoca dello streaming, delle classifiche globali, dei fandom organizzati e delle piattaforme sociali, un artista non ha più bisogno del Grammy per dimostrare di essere ascoltato, influente o culturalmente centrale. La distanza tra il verdetto dell’Academy e il consumo reale della musica è diventata molto più visibile, proprio perché i numeri e le comunità che determinano il successo non dipendono più soltanto dall’industria americana.

Anche gli ascolti televisivi raccontano un’istituzione ancora forte, ma lontana dalla posizione quasi inattaccabile del passato. Nel 2021 la cerimonia precipitò al minimo storico di 9,2 milioni di spettatori, con una perdita del 51 per cento rispetto all’anno precedente. Dopo una ripresa, nel 2026 il pubblico è sceso per il secondo anno consecutivo, fermandosi a 14,4 milioni contro i 17,09 milioni del 2024. È un risultato ancora considerevole e superiore a quello di molte altre premiazioni, ma molto distante dai quasi 40 milioni raggiunti nel 2012, in circostanze eccezionali legate anche alla morte di Whitney Houston alla vigilia della cerimonia.

Alla crisi di pubblico si è aggiunta quella di credibilità. Nel 2020 Deborah Dugan, prima donna nominata presidente e amministratrice delegata della Recording Academy, venne rimossa dall’incarico pochi giorni prima della cerimonia e presentò una denuncia contenente accuse di discriminazione, molestie, conflitti d’interesse e manipolazione delle nomination. L’Academy respinse le contestazioni relative all’integrità del voto, ma lo scandalo rese pubblico il funzionamento delle commissioni anonime e alimentò una discussione che avrebbe portato alla loro eliminazione l’anno successivo.

Frank Ocean, Eminem, The Weeknd, Halsey, Drake, Zayn Malik e Nicki Minaj non hanno contestato tutti la stessa cosa e non hanno compiuto tutti un vero boicottaggio. Insieme, però, hanno costruito una storia nella quale le accuse si ripetono: opacità, favoritismi, incapacità di riconoscere la musica nera, classificazioni arbitrarie, ricerca degli ascolti televisivi e distanza crescente dall’impatto culturale degli artisti.

Perché il rifiuto dei BTS è diverso

I BTS entrano in questa storia senza limitarsi a ripetere nessuno dei precedenti. Come Frank Ocean sottraggono un album al processo prima delle nomination; come The Weeknd mettono in discussione un sistema che promette inclusione senza eliminare il problema originario; come Drake ricordano che il valore della musica esiste al di fuori del premio; come Nicki Minaj contestano il potere dell’Academy di definire un’opera attraverso una categoria.

La loro protesta, però, elimina quasi completamente la rivendicazione personale. Non sostengono che la Recording Academy abbia trattato male soltanto loro e non chiedono di essere risarciti con una vittoria. Affermano che la musica, tutta la musica, non dovrebbe essere ascoltata attraverso il filtro preventivo della regione o della lingua.

È questa scelta a rendere il messaggio tanto elegante quanto difficile da neutralizzare. L’Academy può ribadire le proprie buone intenzioni, spiegare che il General Field resta aperto e sostenere che più categorie significhino più opportunità. Non può però cancellare il fatto che la prima categoria denominata Asian Pop raccolga un continente intero dentro un’unica definizione e che il più importante artista pop asiatico della storia contemporanea abbia rifiutato di legittimarla.

I BTS non stanno dicendo che un Grammy non abbia più valore. Stanno dicendo che il modo in cui viene assegnato può svuotarlo di quel valore. Dopo averlo desiderato per anni, scelgono di rinunciarvi proprio quando una vittoria sembra più accessibile, perché accettarla nella categoria costruita per loro significherebbe accettare anche il confine che quella categoria rappresenta.

La Recording Academy aveva preparato una porta laterale e vi aveva scritto sopra «Asia». I BTS non hanno chiesto di allargarla, decorarla meglio o dividerla in K-pop, J-pop e C-pop. Hanno ricordato che da anni si trovano già al centro del pop mondiale e che non hanno bisogno di essere collocati in uno spazio separato per essere riconosciuti.

Lo hanno fatto tutti e sette, con le stesse parole, nella propria lingua e senza concedere ai Grammy la possibilità di trasformare il loro dissenso nell’ennesimo spettacolo.

© Riproduzione Riservata