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Da Versace a Plasmon, il made in Italy torna a casa e conquista il mondo

Da Versace a Plasmon, il made in Italy torna a casa e conquista il mondo
MILAN, ITALY – SEPTEMBER 20 (L-R) A model is seen on the catwalk at the Versace fashion show during Milan Fashion Week, September 20 2023. (Photo by Jonas Gustavsson for The Washington Post via Getty Images)

Gli stranieri fanno incetta di nostre aziende, ma pure le imprese tricolori si danno da fare nel mondo. Vi elenchiamo tutte le acquisizioni, dalla moda alla farmaceutica.

Da anni il ritornello non cambia. Appena una multinazionale compra un marchio nostrano, parte il coro funebre: l’Italia sarebbe diventata una colonia economica, un supermercato del lusso, del cibo e della manifattura dove gli stranieri passano con il carrello e si portano via il meglio. La narrazione è suggestiva. Peccato che sia incompleta. Perché mentre i riflettori sono puntati sugli stranieri che comprano nel Belpaese, nell’ombra si sta consumando un fenomeno molto diverso: gli imprenditori italiani stanno riportando a casa marchi storici emigrati all’estero e, contemporaneamente, stanno facendo una massiccia campagna acquisti oltre confine.

I numeri raccontano una storia assai meno deprimente di quella che va di moda nei talk show. Negli ultimi tre anni le aziende nazionali hanno investito circa 2 miliardi di euro per riportare sotto il loro controllo marchi e attività finite in mani straniere. Nello stesso periodo hanno speso altri 9 miliardi per acquisire imprese all’estero. Undici miliardi complessivi di operazioni industriali che disegnano un Paese distante dalla resa senza condizioni. E, soprattutto, si tratta di cifre destinate a crescere. Perché il conto non incorpora ancora pienamente gli effetti delle gigantesche operazioni concluse nel 2026 dalla farmaceutica italiana, settore che sta vivendo una trasformazione epocale.

Insomma, più che a una terra di conquista, assomigliamo sempre più a una potenza industriale che ha ripreso a muoversi. Cominciando con il ritorno del figliol prodigo. La nazionalizzazione più importante porta la firma di Patrizio Bertelli. Quando Prada ha deciso di mettere sul tavolo 1,25 miliardi per riportare Versace sotto il controllo italiano, non ha semplicemente concluso un’acquisizione. Ha lanciato un messaggio. Per anni Versace era stata considerata uno dei simboli dell’italianità finiti all’estero. L’approdo nell’universo statunitense di Capri Holdings sembrava aver chiuso il capitolo. Invece Bertelli è andato a riprendersela. Non per nostalgia. Per strategia. E il fatto che Lorenzo, erede dell’impero costruito dai genitori, sia stato chiamato alla guida operativa del marchio della Medusa indica che l’operazione guarda ai prossimi decenni e non al prossimo trimestre.

Versace non è un caso isolato. Paolo Merloni, patron della Ariston fondata dal padre Aristide, ha riportato in Italia Riello Group finita nell’orbita dell’americana Carrier. Un’operazione che vale molto più del semplice passaggio di proprietà. Riello rappresenta un pezzo di storia industriale. Riportarla sotto controllo nazionale ha significato impedire che uno degli asset più importanti del settore finisse magari in qualche grande conglomerato asiatico desideroso di rafforzare la presenza europea. Ariston, del resto, non è un gruppo che ragiona in difesa. Da anni gioca all’attacco. E l’acquisizione di Riello conferma che l’obiettivo è costruire un campione europeo.

Poi c’è il caso di Angelo Mastrolia, uno degli imprenditori più dinamici e meno celebrati del capitalismo nazionale. Con NewPrinces ha riportato in mani italiane Plasmon, insieme a marchi come Nipiol, BiAglut, Aproten e Dieterba. Per molti consumatori sono semplicemente prodotti sugli scaffali. Per gli addetti ai lavori rappresentano decenni di storia dell’alimentazione infantile italiana. Mastrolia non si è fermato lì. Ha costruito un gruppo europeo dell’alimentare comprando business nel Regno Unito, rilevando asset da Mitsubishi e mettendo successivamente le mani sulle attività italiane di Carrefour nate dalla trasformazione della vecchia insegna Gs.

Un percorso che racconta molto bene la nuova generazione di imprenditori nostrani: meno attaccati al campanile e molto più interessati alla scala continentale. Lo stesso schema si ritrova in altre operazioni meno appariscenti ma ugualmente significative.

La famiglia Busi, attraverso Sibat Tomarchio, ha riportato Beltè, storico marchio del tè freddo nato nell’universo Sanpellegrino e poi finito all’olandese Refresco. ReLife, gruppo genovese attivo nell’economia circolare, ha invece acquistato DomoLiving dal gruppo tedesco Melitta riportando sotto controllo italiano brand popolari come Domopak, Spazzy e Misterpack. Marchi che molti di noi incontrano ogni giorno in cucina senza sapere che cosa c’è dietro una confezione di pellicola alimentare.

Ma la vera notizia è un’altra: gli italiani comprano il mondo. Già, la parte più interessante della storia non riguarda quello che torna. Per ogni marchio riportato a casa ce ne sono molti di più acquistati all’estero. È qui che crolla definitivamente la teoria di Roma ridotta a terreno di shopping per gli altri.

Prendiamo Ferrero. Mentre molti continuavano a discutere della decadenza industriale italiana, Giovanni Ferrero comprava negli Stati Uniti la Kellogg per 3,1 miliardi di dollari, portandosi in casa uno dei marchi più iconici della colazione americana.

Nello stesso filone si colloca Campari, che ha rilevato Courvoisier, storico marchio francese del cognac, rafforzando ulteriormente il proprio presidio nel segmento premium mondiale.

De’ Longhi ha acquisito Nutribullet negli Stati Uniti. Iveco ha comprato la società olandese Heliox, specializzata nei sistemi di ricarica elettrica. Movopack, azienda milanese del packaging sostenibile, ha conquistato il mercato francese attraverso l’acquisizione di Hipli. Bonifiche Ferraresi continua a espandersi: l’ultima mossa è arrivata poche settimane fa con l’acquisizione di un ramo d’azienda della svizzera Syngenta dedicato alla produzione di semi di mais ibrido.

Anche il settore moda e accessori si è messo in movimento. Damiani ha colto l’opportunità di acquisire Baume & Mercier, storica maison svizzera dell’orologeria. Morellato ha rilevato le attività distributive italiane di Fossil, rafforzando ulteriormente la propria presenza internazionale. BasicNet ha riportato sotto il proprio controllo Woolrich Europe e i diritti del marchio in Europa, dimostrando come anche le aziende di dimensioni medie possano giocare una partita globale.

E c’è Bending Spoons. Per anni considerata una promettente startup milanese, oggi è una macchina da acquisizioni internazionale. Dopo una lunga serie di operazioni culminate con l’acquisizione dell’americana Vimeo, il gruppo si prepara a misurarsi con i grandi mercati finanziari internazionali. Una storia che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata fantascienza e che oggi rappresenta invece uno dei casi più interessanti del capitalismo digitale europeo.

Se però c’è un settore che sta cambiando davvero la geografia economica italiana, questo è il farmaceutico. Qui siamo davanti a qualcosa di più di semplici acquisizioni. Sta nascendo una vera Big Pharma tricolore. La più grande acquisizione internazionale mai effettuata da un gruppo farmaceutico italiano è stata quella di Angelini Pharma, che ha comprato l’americana Catalyst Pharmaceuticals per 4,1 miliardi di dollari. Una cifra che da sola vale più di molte delle operazioni industriali realizzate negli ultimi anni. L’obiettivo è chiarissimo: entrare direttamente nel mercato americano e diventare un leader mondiale nelle malattie neurologiche rare. Non una nicchia: una delle frontiere della medicina contemporanea.

Quasi in contemporanea Chiesi Farmaceutici ha risposto con un’altra operazione gigantesca, acquisendo la biotech americana KalVista Pharmaceuticals per 1,9 miliardi di dollari. In dote giunge Ekterly, la prima terapia orale on demand contro l’angioedema ereditario: patologia rara ma molto invalidante nonostante abbia l’aspetto innocuo di un gonfiore della pelle. Ma soprattutto arriva una piattaforma tecnologica che rafforza il posizionamento globale del gruppo parmense nelle malattie meno diffuse. I numeri raccontano il resto.

Chiesi investe quasi il 24% del giro d’affari in ricerca e sviluppo, una percentuale che supera quella di molti giganti internazionali. L’obiettivo dichiarato è raggiungere 6 miliardi di fatturato entro il 2030. Sono cifre da multinazionale globale, non da azienda regionale.

E mentre Angelini e Chiesi accelerano, Menarini continua a consolidare il proprio ruolo internazionale nell’oncologia e nelle specialità farmaceutiche, dimostrando che il settore sta vivendo una fase di consolidamento e crescita senza precedenti. Accanto a loro avanza Stevanato Group, diventato uno dei leader mondiali nel packaging farmaceutico ad alta tecnologia.

È una trasformazione profonda. Le aziende italiane stanno passando dal modello del produttore locale a quello del campione globale. Utilizzano l’Intelligenza artificiale per ridurre tempi e costi della ricerca. Investono in terapie geniche. Acquistano biotech americane. Competono nei mercati più avanzati del pianeta. In altre parole fanno esattamente ciò che fanno le grandi multinazionali.

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