In questi giorni di guerra e crisi energetica globale purtroppo ancora una volta gli europei e la loro economia ne escono “perdenti”, sia sui mercati finanziari con borse più penalizzate, sia lato economia reale, essendo maggiormente dipendenti dall’import di gas e petrolio. Gli Stati Uniti invece sembrano trarre beneficio dalla completa autosufficienza energetica del paese e da un’economia molto più basata sui servizi e meno legata alle vicende mediorientali, anche geograficamente molto distanti.
L’Unione Europea sta tentando di reagire e cambiare passo, avendo individuato come la chiave stia nel rilanciare la propria autonomia industriale e nel dipendere meno dagli altri paesi per ogni processo produttivo. Questa volta ha deciso di lanciare un nuovo piano “Made in Europe”, che fa parte dell’ampia strategia UE avviata tra il 2025 e l’inizio del 2026 con l’”Industrial Accelerator Act”, e il cui obiettivo è portare la quota del manifatturiero dal 14% al 20% del PIL UE entro il 2035.
L’idea di fondo non è di un semplice sostegno al mercato interno, ma di una vera e propria ricostruzione della sovranità della manifattura europea, fiore all’occhiello della nostra economia, che viene sempre più schiacciata dal caro energia, dalla concorrenza asiatica e dalla dipendenza per alcuni materiali e componenti critici, da altri paesi lungo la catena del valore.

La situazione in Iran e l’agenda geopolitica imprevedibile americana voluta da Trump, infatti, non fanno che confermare la necessità di rafforzare la nostra indipendenza. Non è solo un programma industriale: è una risposta politica importante. I cinesi hanno il “Made in China”, gli americani hanno il “Buy American” quindi perché non dovremmo farlo anche noi?
Per fare ciò, il pacchetto “Buy European” vuole introdurre requisiti di contenuto europeo in settori strategici come mobilità green (batterie e auto elettriche), transizione energetica (pannelli solari, turbine eoliche, pompe di calore), industria pesante e semiconduttori. Esiste una lista specifica e dettagliata di prodotti e componenti critici che devono avere delle soglie minime di produzione europea per poter essere favoriti e prioritizzati negli appalti pubblici. Le bozze trapelate indicano che ad esempio lato veicoli elettrici verrebbe considerata una soglia di componente del 70%. In pratica, ciò significherebbe che, per ricevere incentivi pubblici per l’acquisto di veicoli elettrici, almeno il 70% dei componenti di un veicolo (misurati in valore), batterie escluse, dovrebbe essere fornito da produttori europei. Oggi mediamente siamo sotto questo valore come mostra l’interessante grafico di Unicredit. È importante sottolineare che queste idee sono ancora oggetto di dibattito. La Commissione europea inizialmente puntava a presentare la proposta entro la fine del 2025, ma le divisioni tra gli Stati membri ne hanno ritardato la presentazione.

Il made in Europe ha a che fare molto con le aziende e il settore industriale e manifatturiero. Cosa possiamo fare noi consumatori per aiutare il nostro continente a diventare più forte e indipendente e per farlo uscire da questa scomodissima posizione di “cuscinetto” fra la sempre meno affidabile America e la sempre più forte Asia?
La nostra tesi è che sia spesso una questione di abitudini che ci mantiene ancorati a fornitori non europei, di scomodità nel cambiare, di tempo necessario per farlo, di herding behavior (da gregge di pecore per restare su termini italici), o a volte di costi.
E quindi un pezzo del lavoro lo facciamo noi per voi.
Iniziamo oggi un percorso che proseguirà anche nel prossimo articolo e che ha l’obiettivo di proporvi delle valide alternative europee a prodotti e servizi americani / stranieri.
Partiamo con una delle aree più “difficili” e cioè quella legata alla tecnologia, settore dominato da altri paesi e dove l’Europa offre, apparentemente, poco, ma è molto più attenta alla nostra privacy e alla tutela dei nostri dati come l’immagine dell’European Digital Ecosystem. Non siamo certo il mitico #Salvatore Aranzulla ma abbiamo dato il nostro meglio.

- Browser: stufi di passare i vostri dati al quasi monopolista Google (USA 65% di market share) o a chi vi propone Apple (Safari, USA, 17%) o Edge (Usa essendo di Microsoft, 5%)? Se volete comunque migliorare le cose restando su un big passate a Firefox (di Mozilla, meglio in quanto non legato a nessuna big tech, open source, che tutela i vostri dati, ma made in USA pure quello). Allora avete varie alternative europee le migliori delle quali ci paiono essere Vivaldi (Norvegese, iperpersonalizzabile, molto sicuro e tutelante lato privacy dei vostri dati) e Qwant (Francia, motore di ricerca sicuro, buon funzionamento su mobile).
- Email provider: ho una mail Gmail (45% di market share in Italia) da parecchi decenni ormai e quindi sono un pessimo esempio in tal senso, però ultimamente mi sono chiesto cosa succederebbe se i rapporti fra Stati Uniti e Europa diventassero così tesi da far sì che dall’altro lato dell’oceano “stacchino la spina”. Non avrei più accesso alle mail, a tutti gli account (cento? di più?) che sono collegati alla mia mail, voglio correre quel rischio? Le alternative non mancano: Proton Mail e la sicurezza della privacy svizzera? Le tedesche Tuta Mail e Mailbox.org? L’italiana Libero che ha una buona quota di mercato (15% circa ma vista la quantità di mail doppie, triple, non più utilizzate, il dato va preso con le pinze).
- Pagamenti digitali e fintech: qui l’Europa è una potenza tecnologica spesso sottovalutata perché grazie a normative come la PSD2 ha favorito la nascita di soluzioni che oggi competono alla pari (e in alcuni casi superano) i colossi statunitensi. Il caso più emblematico è Adyen, la piattaforma olandese rivale di Stripe (USA) e della costosissima in termini di commissioni PayPal (USA), che in un’unica piattaforma tecnologica connette direttamente i commercianti ai vari circuiti di pagamento mondiali, semplificando la gestione di e-commerce e punti vendita fisici. Oppure c’è Wero, il nuovo sistema di pagamento europeo nato dall’iniziativa EPI (European Payments Initiative) che si propone come l’alternativa diretta a PayPal e ai circuiti Visa/Mastercard, permettendo pagamenti istantanei da conto a conto tramite smartphone. È integrato direttamente nelle app delle banche partecipanti, diffuso soprattutto in Francia (supportato da BNP Paribas, Crédit Agricole, Société Générale) e Germania (supportato da Commerzbank, Deutsche Bank e dalle Casse di Risparmio e Banche Popolari e Cooperative). E anche Nexi (Italia) è un player importante che ha comprato numerosi competitors crescendo molto nell’ultimo decennio.
- Messaggistica: ad oggi sembra impossibile trovare alternative WhatsApp (USA), ma spesso dimentichiamo l’Europa ha competenze estremamente forti laddove la privacy e la sicurezza sono centrali, proprio come per i messaggi che inviamo. Ci sono soluzioni come Wire e Threema, entrambe app svizzere, che offrono standard di crittografia avanzati e sono costruite secondo i principi della privacy-first. Threema è l’alternativa europea a WhatsApp, ha oltre 12 milioni di utenti e più di 8000 organizzazioni come aziende o scuole che la impiegano su larga scala. Funziona con crittografia end-to-end, e non c’è bisogno di registrare un numero di telefono o un indirizzo e-mail. Wire invece è perfetta nella messaggistica di gruppo con crittografia end-to-end, posizionata come alternativa aziendale a Slack e Teams proprio per messaggistica e videoconferenza con estrema attenzione alla privacy e ai dati interni.

Alla prossima per la puntata numero due e grazie alla mia collega e “socia” Adele Mantegazza per la stesura a quattro mani di questo articolo.
