Dal punkabbestia alle tipe più chic, chiunque almeno un’ora c’è stato. Tra foto perse nella libreria, fantasmi di una vecchia compagnia, quel posto che era più di casa mia, che cosa è diventato?». La risposta a questa domanda – che si pone Max Pezzali nel singolo Discoteche abbandonate, è varia ma comunque malinconica: un supermercato piuttosto che un posteggio, un outlet di divani, un fast food, una discarica, un condominio oppure – nel caso peggiore e per nulla raro – un blocco di cemento ammuffito abitato da balordi.
Le discoteche hanno chiuso, gente, e non riapriranno il prossimo weekend. In un quindicennio nel nostro Paese hanno staccato la spina 2.100 locali notturni. La foto della fine della festa è presto fatta: sino agli anni Novanta l’Italia si scatenava in circa 7 mila templi del ballo, bacino che s’è ridotto del 52 per cento e non accenna a riprendere vigore (appena 630 nuove aperture nel periodo 2010-2023). A forza di tachipirina e vigile attesa è svanita anche la febbre del sabato sera insieme ai suoi portatori sani, i teenager. Una delle cause più evidenti – sebbene non l’unica – della moria dei dancehall è il calo demografico. Il numero di ragazzi nel Belpaese è crollato: negli ultimi 20 anni (rapporto Istat 2024) la popolazione fra 18 e 34 anni è diminuita di 3 milioni d’unità e altri 3 milioni se ne perderanno nel prossimo ventennio. Le folle sterminate che ondeggiano a tempo sulle note di The rhythm of the night di Corona (correva l’anno 1994) sono archeologia sociale. I ritrovi luccicanti della musica disco, all’epoca destinazione finale del rito collettivo del divertimento giovanile, sono rovine.
Lo Studio Zeta di Caravaggio, una specie di Mecca danzereccia per mezzo Nord Italia, è un supermarket. Cassiere al posto delle cubiste. Il Marabù di Reggio Emilia (affluenza media di 30 mila persone fra venerdì e sabato nella golden age) è stato quasi interamente demolito. Ruspe al posto delle luci strobo. L’Ultimo Impero (provincia di Torino) si espandeva su quattro piani e poteva contenere 8 mila persone: adesso è zeppo di sterpaglie e sulla facciata scrostata dispiega le ali – rendendo perfino più lugubre lo scenario – il pipistrello simbolo di una nota marca d’acolici. Clochard al posto dei barman. La lista di mausolei della vita notturna è sterminata: dalla Pipa di Prato Sesia (Novara) al Genux di Lonato del Garda, passando dal Red Zone (Perugia), al Baraonda in Versilia, fino al Merendero di Bari. In tutto lo Stivale restano calcinacci là dove c’erano svago – non di rado sballo – e bollori giovanili.
Il comparto della vita notturna era un’economia di tutto rispetto, cubava 1,1 miliardi di euro di valore complessivo.
Nel corso dei decenni vari fattori l’hanno fiaccato: l’impoverimento delle famiglie, che ha lasciato meno disponibilità per lo svago dei figli, e il caro energia (nei locali più grandi l’impianto audio può arrivare ai 30 mila watt) hanno inferto colpi duri. Poi è arrivata la mazzata finale: la pandemia. Una volta conclusi i lockdown, di quel miliardo di valore complessivo erano rimasti intatti appena 400 milioni di euro. La stagione delle mascherine e dell’isolamento ha fatto evaporare oltre 50 mila posti di lavoro fra diretti e indiretti. E soprattutto ha lasciato i locali senza pubblico pagante.
Per tutti gli anni Duemila la filosofia era stata abbastanza chiara: facendo affidamento sui grandi numeri, le discoteche erano in grado di ingaggiare dj di grido e coltivare un modello di business non dissimile dal concerto rock. C’erano superstar in cartellone, prezzi d’ingresso commisurati e incasso sostanzioso. Poi la musica dance ha conosciuto una esplosione mainstream e i cachet dei grandi disc jockey sono lievitati a dismisura, consentendo di restare in partita soltanto ai locali più famosi e blasonati. Infine, è arrivato il Covid. Dopo la stasi pandemica, alla “riapertura” della vita, ci siamo ritrovati con molta meno gente desiderosa di viverla. Una intera generazione è stata catapultata in piena adolescenza dopo esser rimasta chiusa in cameretta con Internet come unica via di contatto col resto del mondo. Una volta all’aperto, moltissimi ragazzi hanno continuato a mantenere legami virtuali grazie a smartphone e social network. La gioventù è iperconnessa ma al tempo stesso schiacciata dalla solitudine. «Lo definisco gap psico-evolutivo», spiega il professor David Lazzari, presidente dell’Osservatorio benessere psicologico e salute, nonché ex presidente dell’Ordine nazionale degli psicologi. «C’è un disallineamento fra cognizione ed emozione». I teenager di oggi sono molto consapevoli, dispongono di un oceano di informazioni ma sono estremamente acerbi sotto il profilo dell’emotività. «È come avere due gambe di lunghezze diverse», sostiene il dottor Lazzari, «e pensare di poter camminare o correre in buon equilibrio». I ragazzini maneggiano una grande quantità di nozioni – più delle generazioni precedenti – tuttavia stando al medico «questa è solo la superficie, sotto non c’è profondità emotiva e ciò rende i giovanissimi prede facili di stress e frustrazione» una volta catapultati nella realtà, dalla quale tendono quindi a fuggire. Sono abituati a una socialità «fortemente mediata dai social network» e vanno in crisi «quando invece la socialità è incarnata», aggiunge lo psicologo, «come accade per esempio in discoteca». La pista da ballo è un luogo ove prendere iniziativa, vivere esperienze reali che possono essere sfidanti ed esporsi alla paura di “fallire”, si tratti del semplice schema di massa cui aderire, piuttosto che l’approccio con l’altro sesso o financo assistere a episodi negativi come le risse. L’esperto evidenzia però che «anche le brutte esperienze sono esperienze. L’importante è riconoscerle, ma anch’esse ci lasciano qualcosa in termini di crescita personale». La pandemia sotto questo punto di vista è stata devastante: «In tanti adolescenti il lockdown ha inculcato il concetto che la socialità sia di per sé un rischio, ma l’evitamento che ne è derivato non è assolutamente una strategia valida, anzi. È necessario sperimentare molteplici ambienti, poiché questi retroagiscono sull’individuo e contribuiscono a formarlo». Bloccati da tutte queste paure, tantissimi ragazzi preferiscono affidarsi alle connessioni virtuali che li fanno sentire più al sicuro. Uno dei tanti effetti tangibili è che sono sparite le code fuori dalle discoteche il sabato sera, con tutto il loro carico di eccitazione e speranze.
Un trend confermato anche dall’esplosione di un nuovo fenomeno, perlomeno nelle metropoli (Milano in testa): quello del soft clubbing. In parole povere una discoteca mattutina, in cui si balla alla luce del sole consumando cappuccini e cornetti anziché gin tonic. Non di rado, questi eventi sono frequentati da ragazzi e genitori contemporaneamente: più o meno all’ora del brunch, durante il weekend, si affollano spazi insoliti per questo genere d’attività, come ad esempio grandi locali per eventi (di recente nel capoluogo lombardo c’è stata una data che ha visto la presenza di Linus e Jovanotti). Il cambio di scenario non sempre però è indolore. La moria dei grandi locali – incapaci di aggregare numeri elevati di frequentatori – ha creato mercato per realtà più piccole ma anche molto meno strutturate in termini di sicurezza. Seminterrati, bar angusti, loft soppalcati vengono stipati con decine di ragazzini. I costi di gestione sono bassi e il margine di profitto goloso: quelli che vogliono ancora ballare la sera sono rimasti in pochi, qualcuno tenta di acchiapparli tutti. Però sovente mancano licenze (le vere discoteche hanno quella per il pubblico spettacolo, mentre bar o ristoranti solo quella per somministrazione di cibi e bevande), personale adeguatamente formato e le basilari tutele per l’incolumità.
Un vero e proprio dance club è tenuto a rispettare scrupolose prescrizioni, partendo dal sistema antincendio per arrivare fino ai minimi dettagli, come il materiale – che dev’essere di buona capacità ignifuga – con cui sono fabbricati i tovagliolini da cocktail. Di contro, spazi (e impresari) improvvisati sono privi perfino delle uscite di sicurezza. Si trovano esempi in quasi tutto il Paese: un bar adibito a discoteca poco fuori Frosinone è stato scovato dalla polizia; durante l’ispezione di un ristorante a Bardonecchia (Torino) le autorità hanno trovato 50 persone che ballavano all’una di notte; in un locale nelle vicinanze di piazza della Vittoria a Pavia, trasformato in sala da ballo, era in corso una festa universitaria con musica oltre i limiti stabiliti ed enormi rischi, giacché non c’era alcuna uscita di sicurezza e l’unica via d’accesso era una scala a chiocciola che non avrebbe in alcun modo permesso di evacuare per tempo il locale in caso di emergenza.
E ancora: una discoteca abusiva all’interno di un bar in zona Portuense a Roma, dove più di 200 giovani stavano ballando senza alcuna autorizzazione per pubblico spettacolo, è stata chiusa dai vigili e il gestore è stato denunciato. Un episodio simile è stato registrato a Torre del Greco (Napoli), dove i carabinieri hanno scoperto una vera e propria discoteca abusiva allestita all’interno di un deposito in periferia. Durante l’attività di controllo a Crotone, gli operatori di polizia hanno predisposto l’interruzione di un evento e lo spegnimento della musica garantendo un ordinato deflusso degli avventori, che erano oltre 130, in una struttura priva d’uscite d’emergenza. A Perugia 200 ragazzi erano accalcati in un centinaio di metri quadri e non solo: la guardia di finanza ha trovato l’unica uscita di sicurezza bloccata da un chiavistello e ostruita da rifiuti. A Padova, in via Sarpi, 300 persone ballavano in uno spazio con capienza massima di 200: il questore ne ha proposto la chiusura definitiva.
Sembrano episodi piccoli, di per sé poco preoccupanti. Eppure hanno un tratto inquietante in comune: sono tutti controlli fatti nelle prime settimane del 2026. Ovvero dopo che, la notte di Capodanno, in un locale del tutto simile a questi si è consumata la strage di Crans-Montana.
