Impegnarsi per la pace a Gaza e in Ucraina, ma non tirarsi indietro quando si tratta di intervenire militarmente in altre zone calde del Pianeta. Sembra questa la linea tenuta da Donald Trump che possiamo osservare nell’anno delle elezioni di mezzo mandato della sua seconda presidenza. Nel corso del primo anno del suo secondo mandato, ha autorizzato una serie di attacchi che vanno dall’uso senza precedenti di bombe antibunker contro i siti nucleari più fortificati dell’Iran fino a una prolungata campagna antidroga al largo delle coste venezuelane. Seppure definendosi un “presidente di pace”, definisce quella che sta applicando una strategia di “pace attraverso la forza”. Al suo insediamento dichiarò: “Misureremo il nostro successo non solo dalle battaglie che vinceremo, ma anche dalle guerre a cui porremo fine e, forse ancora più importante, dalle guerre a cui non parteciperemo mai”. Aggiungendo che la sua sarebbe stata una “eredità di cui andrà più fiero, quella di un pacificatore e unificatore”. Non è soltanto questione di somme algebriche sul numero di operazioni armate che ha autorizzato, quanto del fatto che i suoi predecessori non le dichiaravano apertamente alla stampa.
Dalla Somalia all’Iraq: la lotta all’Isis
Ciò che invece è certo è quanto accadde già il primo febbraio 2025 in Somalia, quando le forze statunitensi azzerarono una cellula armata dello Stato Islamico per ridurre le capacità dell’Isis di pianificare e condurre attacchi terroristici che minacciano “i cittadini statunitensi, gli alleati e anche i civili innocenti”. Gli attacchi durarono alcuni giorni e portarono alla distruzione di campi d’addestramento situati nell’Africa orientale. Due mesi dopo, il 13 marzo, un attacco della coalizione guidata dagli Stati Uniti nella provincia irachena di Anbar portò all’uccisione del secondo leader dell’Isis, Abdallah Makki Muslih al-Rifai, e un altro ribelle che viaggiava con lui. Il Primo Ministro iracheno descrisse al-Rifai come “uno dei terroristi più pericolosi in Iraq e nel mondo”, alludendo alla sua capacità di coordinare la formazione e l’entrata in azione di nuove cellule.
Yemen e Mar Rosso: la campagna contro gli Houthi
Neppure due giorni dopo, con operazioni che arrivarono al 6 maggio, l’amministrazione Trump avviò una campagna aerea contro i ribelli Houthi sostenuti dall’Iran nello Yemen. Secondo il Pentagono, gli attacchi avevano preso di mira centri di comando e controllo, sistemi di difesa aerea e strutture utilizzate per la produzione e lo stoccaggio di armi avanzate. Era il momento più caldo per gli attacchi alle navi commerciali che transitavano nel Mar Rosso e da queste operazioni si rivelò la necessità di poter disporre di sistemi anti-drone che costassero meno dei missili utilizzati, a loro volta cento volte più costosi dei droni stessi che abbattevano. L’offensiva, che ha utilizzava missili da crociera a lungo raggio e missili Tomahawk, arrivò a superare il miliardo di dollari di costo soltanto nel primo mese. E fu soltanto grazie alla mediazione dell’Oman se gli Houthi cessarono il fuoco.
Operazione Midnight Hammer: l’attacco ai siti nucleari iraniani
Nella seconda metà di giugno 2025 iniziò invece l’operazione Midnight Hammer (Martello di mezzanotte), che vide la missione di sette bombardieri stealth B-2 Spirit dalla base aerea di Whiteman, nel Missouri, per colpire le strutture nucleari iraniane sepolte in profondità. Gli Spirit sganciarono proiettili Gbu-57 da 10 tonnellate sui siti di arricchimento dell’uranio di Fordo e Natanz, mentre un sottomarino al largo della Penisola araba lanciò una dozzina di missili da crociera Tomahawk su Isfahan. La sera del 22 giugno Donald Trump dichiarò che la missione aveva causato la totale distruzione delle capacità di arricchimento dell’Iran, sebbene il regime di Teheran avesse poi negato tale situazione. Resta il fatto che secondo il Pentagono l’Iran non riuscirà a recuperare le condizioni precedenti all’attacco prima del 2027.
Venezuela, Siria e Nigeria: l’offensiva globale
Dal giorno 2 settembre fino a oggi nel Mar dei Caraibi e nell’Oceano Pacifico orientale, le Forze armate statunitensi hanno condotto una campagna prolungata di attacchi marittimi letali per smantellare i potenti cartelli della droga venezuelani e fermare il flusso di stupefacenti verso gli Stati Uniti. Trump sostiene che lo schieramento coinvolge la “più grande armata mai schierata nella storia del Sud America”, promettendo anche di incrementarla qualora fosse necessario. A oggi il numero dei sospetti trafficanti uccisi nei raid è di 106 persone.
Il 19 dicembre scorso con l’Operazione Hawkeye Strike è stata lanciata una campagna per vendicare la morte di due soldati statunitensi, il sergente William Nathaniel Howard e il sergente Edgar Brian Torres Tovar, e quella di un interprete civile statunitense, Ayad Mansoor Sakat, uccisi in un attacco terroristico in Siria. Un gruppo d’attacco composto da aerei da combattimento, elicotteri d’attacco e lanciatori d’artiglieria ha colpito più di 70 presunti obiettivi dell’Isis nella parte centrale del Paese, almeno stabdo a quanto diffuso dal Centcom.
Infine, il giorno di Natale, Trump ha annunciato che gli Stati Uniti avevano effettuato alcuni attacchi aerei contro l’Isis in Nigeria, agendo per proteggere i cristiani che vengono massacrati in da islamisti radicali. Anche in questo caso la missione ha visto il lancio di una dozzina di missili da crociera Tomahawk lanciati da una nave della Marina Militare nel Golfo di Guinea ed è stata coordinata con l’Esercito nigeriano. Intanto, secondo quanto riferito da Centcom, la Cia avrebbe effettuato un attacco con droni su una struttura in Venezuela, mettendo quindi a segno il primo attacco statunitense all’interno del Paese da quando l’amministrazione Trump ha intensificato la sua campagna di pressione contro il governo di Nicolás Maduro. Stando a quanto riferito da Cnn, la missione ha preso di mira un molo lungo la costa venezuelana che, secondo le autorità, veniva utilizzato dalla gang venezuelana Tren De Aragua per immagazzinare stupefacenti e potenzialmente prepararli per la spedizione.
