Della guerra tra Iran, Usa e Israele si è definitivamente compreso un fatto: L’enorme differenza di potenza militare tra i due Paesi e quasi 40 giorni di bombardamenti hanno ridotto la capacità della Repubblica Islamica di attaccare ma non ancora eliminato del tutto la minaccia. A dirlo, qualche giorno fa, è stato nientemeno che l’ammiraglio Brad Cooper, capo del Comando Centrale delle Forze (Centcom) davanti ai componenti della alla Commissione per le Forze Armate del Senato Usa. “L’Iran è un paese molto grande e possiede ancora una moderata capacità di condurre attacchi contro i paesi vicini della regione”. Tutto questo avviene quando Washington e Teheran trattano con pochi risultati sul controllo dello Stretto di Hormuz. L’ammiraglio Cooper ha anche spiegato: “La capacità dell’Iran di bloccare il commercio attraverso lo stretto è stata drasticamente ridotta ma la loro voce è molto forte e queste minacce sono chiaramente percepite dal settore commerciale e da quello assicurativo”. L’alto ufficiale non è entrato nel merito di come si potrebbe risolvere la questione, da soldato, ha ricordato che il suo dovere è gestire gli ordini ricevuti, tuttavia ha affermato che le forze statunitensi hanno gravemente compromesso la capacità bellica iraniana, compresa l’eliminazione di circa il 90% dell’arsenale di mine navali delle quali era in possesso. Inoltre, le forze statunitensi avrebbero già raggiunto ogni obiettivo militare identificato come obbiettivo dall’operazione Epic Fury compresi gli stabilimenti definiti “base industriale” della difesa iraniana. Ci sono tuttavia alcune incongruenze in quanto riferito dalle fonti di Washington: esiste un aumento di spesa rispetto ai 25 miliardi di dollari utilizzati in sole due settimane. Secondo il New York Times di martedì 12 maggio, le agenzie di intelligence statunitensi ritenevano che Teheran avesse salvato dai bombardamenti circa il 70% dei missili e dei lanciatori mobili che possedeva prima della guerra. Su questo punto Cooper si è rifiutato di commentare sostenendo che i numeri dati da “fonti stampa” non sarebbero accurati e che, soprattutto “non si tratta soltanto di numeri quanto del fatto che il comando e controllo dell’esercito islamico sia stato distrutto, con un significativo degrado delle capacità d’attacco come di produzione di missili o droni. In pratica, l’Iran non minaccia più i partner regionali né gli Stati Uniti come era in grado di fare al di fuori dei suoi confini e ha molta difficoltà a fornire armi ad Hamas, Hezbollah e agli Houthi, organizzazioni che nei due anni e mezzo precedenti all’operazione Epic Fury avevano condotto centinaia di attacchi soltanto contro militari e diplomatici statunitensi di stanza nella regione.
L’Iran tra crollo del Pil e il deficit di idrocarburi
Secondo alcuni analisti indipendenti dall’inizio delle ostilità l’Iran avrebbe perso circa il 40% del suo Pil, ovvero l’equivalente di 144 miliardi di dollari. Tale cifra è ricavata da due elementi: la perdita delle entrate dalla vendita di idrocarburi (gas, petrolio e prodotti petrolchimici), e dalla perdita di infrastrutture che rappresenta circa il 65% di quella economica totale, ovvero impianti nucleari, navi militari, velivoli ed elicotteri, missili, industria siderurgica, infrastrutture civili e indotto. La mancanza di dati certi è dovuta anche ad altri fattori, come l’opacità dei grandi contratti stipulati con la Cina e dal blocco di Internet perseguito anche prima della guerra. In pratica anche le reti d’intelligence dispongono di parziali informazioni. L’inflazione in Iran era già intorno al 50% prima del conflitto e oggi a questo drammatico conto si somma la perdita di capitale umano, degli investimenti esteri e il costo della ricostituzione. Riguardo la capacità di stoccaggio di petrolio, questa si aggirerebbe tra 35 e 40 milioni di barili. Se l’estrazione petrolifera iraniana si mantenesse tale, ovvero tra 3,1 e 3,5 milioni di barili al giorno, e se la capacità di raffinazione rimanesse ai livelli dei 2,4 milioni di barili al giorno, l’esportazione di petrolio greggio sarebbe 1,5-2,1 milioni di barili giornalieri. Nel 2025 la produzione della benzina si aggirava tra i 107 e i 120 milioni di litri al giorno e oggi il consumo nazionale iraniano è stimato tra 126 e i 144 milioni di litri al giorno. C’è, quindi, un deficit giornaliero compreso tra i 15 e i 25 milioni di litri che, fino agli attacchi compiuti contro i Paesi vicini, era colmato dagli Emirati Arabi Uniti.
