C’è un fronte caldo che torna alla cronaca di tanto in tanto a ricordarci che la Cina è sempre decisa a invadere Taiwan, e che ci sono diverse nazioni che appoggiano gli Usa nel contrasto all’espansione cinese nel Pacifico. Uno di questi Paesi sono le Filippine, che nelle due settimane appena trascorse hanno ospitato l’esercitazione Balikatan 2026, un fitto programma di simulazioni d’attacco e difesa che si è svolta nella fitta giungla che circonda Fort Magsaysay, a 120 km a nord di Manila.
Qui, dal 20 aprile all’8 maggio, 17.000 soldati provenienti da sette Paesi hanno anche sperimentato varie tecnologie, tra le quali nuovi droni realizzati a tempo di record con stampanti in 3D. Con un risultato: grazie a questa tecnologia, nella sola prima settimana di operazioni, durante Balikatan sono stati risparmiati 23.000 dollari di attrezzature e 96 mesi d’attesa per i pezzi di ricambio. Tale esperienza ha coinvolto anche gli apporti statunitensi forniti dalla 3ª Brigata appartenente alla 25ª Divisione di Fanteria che ha sede alle Hawaii.

Tutto quello che c’è da sapere sui droni stampati in 3D
I soldati che hanno condotto Balikatan 2026 provenivano dalla Compagnia Alpha, 2° Battaglione, 27° Reggimento di Fanteria, insieme a truppe della 1ª Brigata di Combattimento dell’Esercito filippino. Insieme a loro, 1.400 soldati appartenenti al Giappone e altrettanti degli eserciti di Australia, Canada, Francia e Nuova Zelanda. Il colonnello americano Adisa King, comandante della 3ª Brigata Mobile, intervistato dalla testata specializzata Defense News, ha dichiarato: «Questa tecnologia ci è di aiuto, riduce un po’ il rischio per le truppe e permette di vedere più lontano. La sfida è come gestirne un gran numero; se ne avessi una decina per squadra, essi potrebbero decollare per creare disturbo o per fornire una migliore visibilità dello scenario di battaglia, ma il problema è la sostenibilità».
Il metodo di costruzione con stampanti tridimensionali non è una novità: Ucraina, Cina, Russia e Iran lo stanno sperimentando da tempo, ma sempre è emerso che tale tecnologia può essere instabile: nei climi tropicali le strutture possono surriscaldarsi; le vibrazioni causano danni strutturali, e i soldati devono trasportare equipaggiamento extra per ovviare ai problemi. A queste latitudini, le giungle sono spesso troppo fitte per i velivoli a pilotaggio remoto, e la ricarica delle batterie rappresenta un’ulteriore difficoltà.
Presente e futuro dei droni da guerra stampati in 3D
Ciò che questa esercitazione permette di fare è familiarizzare con un ambiente nel quale i soldati potrebbero un giorno combattere; imparare dagli alleati le tecniche di utilizzo dei droni ed esercitarsi a combattere insieme. Protagonista è il Kestrel, un piccolo quadricottero con pilotaggio in prima persona (chi lo guida vede in diretta ciò che la videocamera di bordo trasmette), grande soltanto 12,7 centimetri ma in grado di volare in sciami, e soprattutto producibile in grandi numeri e tempi ridotti.
Per contrastare ciò che potrebbe neutralizzare tali ordigni, il costruttore Lightning Lab sta anche sviluppando un intercettore di droni che opera ad alta velocità, mentre per agevolare la carica delle batterie è in programma la creazione di una microrete di pannelli solari opachi (per evitare riflessi della luce e quindi l’individuazione), trasportabili in un container e necessari per generare l’elettricità, ovvero un’alternativa silenziosa ai generatori diesel.
Stando a quanto dichiarato dallo United States Indo-Pacific Command, ovvero il Comando Unificato delle Forze armate degli Stati Uniti responsabile per l’area dell’oceano Pacifico e gran parte dell’oceano Indiano, esiste un gruppo di lavoro costituito da una dozzina di militari dell’Esercito e dei Marines che gestiscono una capacità di produzione dispiegabile in poco tempo. Questa ha sede a Schofield Barracks, nelle Hawaii, ed è dotata di stampanti 3D di livello industriale per polimeri e metalli, fresatrici e scanner laser tridimensionali per replicare le parti quanto più rapidamente possibile.
