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Nuovi caccia francesi, Germania fuori dai giochi: Parigi volerà da sola

Nuovi caccia francesi, Germania fuori dai giochi: Parigi volerà da sola
Dasault/Airbus

Come previsto vince il nazionalismo: anche nel nuovo millennio i francesi costruiranno da soli il velivolo di sesta generazione

I francesi non si smentiscono mai. Era il 1985 quando l’azienda Dassault lasciò il progetto dell’Eurofighter per sviluppare autonomamente il proprio velivolo da combattimento di nuova generazione, quello che diventerà l’attuale Rafale. A quel punto Italia, Regno Unito, Germania e Spagna proseguirono con il programma denominato European Fighter Aircraft (Efa) senza però imparare una lezione importante: che l’industria della Difesa di Parigi ha sempre voluto essere capofila e titolare dei progetti.

Più recentemente, nel giugno scorso, Francia e Germania avevano concordato di abbandonare il progetto comune Fcas (Future Combat Aicraft System), dopo anni di dispute tra Dassault Aviation e Airbus riguardanti le specifiche tecniche e il controllo industriale. Tale decisione ha lasciato entrambi i Paesi privi di un chiaro successore per le rispettive flotte di caccia, ovvero per il Rafale e l’Eurofighter, sebbene Berlino abbia già iniziato a ricevere i primi F-35 ordinati nel 2022 per sostituire i vetusti Panavia Tornado.

La storia dei caccia francesi e il nuovo modello

Sono passati 41 anni ed ecco la storia ripetersi: dopo il litigio insanabile tra la parte tedesca di Airbus e sempre la Dassault per chi dovese avere i diritti di proprietà su talune tecnologie del programma Fcas, ecco la Francia annunciare che svilupperà internamente un velivolo da combattimento di sesta generazione destinato a succedere proprio al Rafale. Lo ha dichiarato il capo di stato maggiore dell’Aeronautica e dello Spazio francese, Jérôme Bellanger. Tutti i torti non li hanno: dal punto di vista del consorzio dei costruttori l’Efa accumulò ritardi: il 27 marzo 1994 avvenne il primo volo del prototipo, il 9 febbraio 1996 decollarono i prototipi con i nuovi motori Eurojet EJ200 e soltanto nel 2003 l’aereo entrò ufficialmente in servizio operativo: totale 18 anni.

Se malauguratamente fosse così anche per i programmi appena partiti (il Gcap di Regno Unito, Italia e Giappone e lo Ngad statunitense), vorrebbe dire che non vedremo i prototipi prima del 2044 al posto che nel 2030. Comunque sia, la Francia pensa il futuro caccia con un nome nuovo: al posto di Fcas lo chiamerà Acf (Avion de Combat du FutuR), con l’obiettivo di renderlo operativo entro il 2040.

Lo ha riferito lo stesso Bellanger mercoledì 14 durante un’audizione presso la commissione Difesa dell’Assemblea nazionale, usando queste parole: «Stiamo avviando i lavori che prepareranno e consentiranno la nascita dello Acf, un futuro velivolo da combattimento. Restiamo aperti a possibili collaborazioni con altri Paesi, ma all’interno di quadri differenti che non saranno strutturali per la nascita di questo velivolo. Gli anni trascorsi a lavorare al progetto Fcas non sono andati sprecati», ha sottolineato Bellanger, evidenziando i progressi compiuti in ambiti quali lo sviluppo del velivolo, i droni, la tecnologia stealth, la connettività e il «combat cloud».

Sfruttare comunque l’esperienza maturata con Airbus

Il lavoro era stato suddiviso in diversi pilastri, tra cui lo sviluppo di un nuovo motore; Dassault e Airbus si erano concentrate specificamente sul pilastro relativo al caccia di nuova generazione, che costituisce il cuore dell’intero sistema. «L’interruzione del programma Fcas non significa che butteremo via tutto» ha concluso Bellanger, «i nostri team industriali stanno lavorando al sistema aereo di nuova generazione, alle tecnologie antiradar, al cloud di combattimento e altro ancora. Tutto ciò ci consentirà di proseguire, in questa fase, su base nazionale, concentrandoci al contempo su un aspetto di fondamentale importanza: l’interoperabilità con i sistemi attuali».

L’amministratore delegato di Dassault Aviation, Éric Trappier, ha dichiarato che la sua azienda e la Francia dispongono di tutte le conoscenze e le competenze necessarie per sviluppare un caccia di nuova generazione, avvalendosi della collaborazione di Safran per i motori e di Thales per l’elettronica, e che il progetto potrebbe essere realizzato con una cifra inferiore a 50 miliardi di euro. Infine, Bellanger nel suo discorso ha detto qualcosa di sibillino: «La Francia deve continuare a collaborare con la Germania e altri Paesi al cloud di combattimento, poiché l’interoperabilità tra le piattaforme europee con equipaggio sarà vitale. L’obiettivo è superare l’idea di una guerra combattuta fianco a fianco per passare a una concezione in cui si combatte insieme».

Perché la Francia può costruire un caccia da sola

Di certo i punti d forza francesi sono innegabili: hanno come noi italiani e gli inglesi una partecipazione in Mbda, azienda che produce missili; hanno esperienza con i comandi di volo a controllo digitale (tanto che l’hanno mutuata dai Rafale fino ai velivoli civili Falcon) infine mantengono viva l’esperienza nell’ambito dell’aerodinamica evoluta. Infine, possono contare sulla produzione di motori turbofan moderni sul loro territorio nazionale.

Quanto a caratteristiche tecniche e specifiche del nuovo aereo, il successore del Rafale dovrà essere in grado di trasportare il missile da crociera ipersonico a testata nucleare Asn4g entro il 2050 e ciò implica che dovrà essere operativo nel 2040 per le missioni convenzionali. Proseguire con un programma nazionale permetterà alla Francia di rispettare le scadenze cruciali per la deterrenza nucleare entro il 2040. Secondo l’alto ufficiale, entro il 2035 la Francia dovrà disporre della versione F5 del Rafale che integrerà i primi elementi del futuro velivolo da combattimento, in particolare per quanto riguarda propulsione, sensori e il missile Stratus-rs, destinato a neutralizzare le difese aeree nemiche.

Riguardo al progetto Gcap, intervistato da Defense News, Bellanger ha osservato che il nostro sarebbe un tipo di aereo differente, quasi un bombardiere strategico. E che comunque all’interno del consorzio nel quale ci sono inglesi, giapponesi e italiani non sarebbe tutto «rose e fiori». Servirà dimostrargli in contrario.

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