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DeepSeek: l’IA cinese vale 45 miliardi, Pechino vuole creare la sua “chatGPT”

DeepSeek: l’IA cinese vale 45 miliardi, Pechino vuole creare la sua “chatGPT”

L’azienda cinese di IA più famosa inizia il primo round di finanziamento. Il fondo para-statale “Big Fund” è pronto a investire, mentre il valore dell’azienda continua a crescere.

La corsa all’intelligenza artificiale si fa sempre più serrata tra Cina e Stati Uniti. L’IA può senza esagerazioni essere definita l’equivalente moderno della “corsa allo spazio” degli anni Sessanta.

Ne consegue che i governi delle due superpotenze facciano tutto ciò che è in loro potere per creare le migliori condizioni possibili alle rispettive aziende tech. È con questa chiave di lettura che va letta la notizia esclusiva del Financial Times.

Il salto di qualità di DeepSeek

Secondo il quotidiano britannico, il principale fondo di investimento cinese nel settore dei semiconduttori, noto come “Big Fund” e sostenuto dallo Stato, è in trattative per guidare il primo round di finanziamento di DeepSeek, l’azienda proprietaria dell’omonimo chatbot che lo scorso anno ha rivoluzionato l’addestramento dei modelli LLM.

L’azienda di IA, di gran lunga la più celebre tra quelle cinesi, era tornata alla ribalta alla fine di aprile, quando ha lanciato in anteprima il nuovo modello V4.

Un modello che secondo quanto dichiarato dall’azienda sarebbe stato addestrato esclusivamente su chip di memoria prodotti dalla cinese Huawei, tagliando fuori per la prima volta l’americana Nvidia.

L’obiettivo del finanziamento sarebbe quello di raggiungere una valutazione dell’azienda di ben 45 miliardi di dollari. Un obiettivo che però potrebbe presto essere rivisto al rialzo, basti pensare che solo un mese fa la valutazione era di 10 miliardi, poi aumentato a 20 e infine a 45.

Per l’azienda, proprietà dell’imprenditore Liang Wengfeng, sembra insomma essere arrivato il momento di fare un salto di qualità. Il governo cinese, per mezzo del Big Fund, sembra essere d’accordo: anche la Cina deve avere il suo “chatGPT”.

L’azienda sino ad ora si era infatti finanziata solo grazie a soldi di High-Flyer Quantitative Investment, sempre di proprietà di Wengfeng.

Un modello di business non più sostenibile per quella che è il terzo chatbot più utilizzato in Cina (dati QuestMobile), con più di 130 milioni di utilizzatori mensili, nonché il software IA cinese più utilizzato fuori dai confini nazionali.

Le ragioni del cambiamento

L’IA corre, anche in Cina, e l’accesso limitato al finanziamento rischia di asciare indietro DeepSeek, che deve fare i conti con rivali monstre come ByteDance (proprietaria di TikTok e del chatbot Doubao), il colosso dell’e-commerce Alibaba (proprietario del chatbot Qwen) e innumerevoli altre aziende.

La competizione è feroce. Tra la fine dello scorso anno e l’inizo del 2026, ben 5 ricercatori di punta di DeepSeek hanno lasciato l’azienda per incarichi più remunerativi in altre aziende nazionali.

A questo si aggiungono i crescenti costi di sviluppo del nuovo modello V4. Costi che non possono più essere sostenuti solo con le forze di High-Flyer. Con l’accelerazione delle iterazioni dei modelli, DeepSeek si trova ad affrontare un collo di bottiglia in termini di potenza di calcolo.

Secondo alcune indiscrezioni pubblicate sui media cinesi, l’azienda starebbe peraltro utilizzando i più recenti chip Blackwell di Nvidia, oltre che quelli di Huawei, per addestrare i suoi modelli di nuova generazione.

In altre parole, DeepSeek si sta conformando al modello tipico delle grandi aziende di IA, come OpenAI e Claude: crescita esorbitante dei costi e necessità di finanziamenti multimiliardari per continuare la ricerca d’avanguardia.

Le differenze tra l’approccio cinese e quello americano

DeepSeek è facilmente paragonabile a OpenAI e Claude: tutte e tre le aziende sono nate esclusivamente per l’IA, a differenza di Google, Microsoft, ByteDance o Alibaba, che hanno sviluppato chatbot come completamento dei loro ecosistemi esistenti.

Eppure l’approccio di DeepSeek è sostanzialmente diverso. Le aziende americane puntano a creare un “supervisore universale” dell’IA, un assistente onnisciente chiuso e proprietario, utilizzabile appieno solo tramite abbonamento.

L’azienda cinese, invece, incarna la strategia di Pechino di priorità alla “diffusione industriale”: i suoi modelli sono open source (può cioè essere scaricato e modificato dagli utenti) e pensati per essere integrati ovunque, dalle fabbriche alla logistica.

È un’IA più distribuita, meno appariscente (e costosa), ma forse più pervasiva.

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