C’è chi, dopo aver centrato gli obiettivi aziendali, è partito insieme al proprio CEO per l’Amazzonia, dormendo in tenda nella foresta e partecipando a rituali con gli sciamani, chi ha ricevuto Bitcoin, chi la possibilità di congelare gli ovuli e chi, molto più prosaicamente, una cassetta di ciliegie. Poi ci sono i dipendenti ai quali vengono offerti massaggi durante l’orario di lavoro, palestre con personal trainer, lavanderia, manicure, budget per le vacanze o interi venerdì pomeriggio liberi durante l’estate. E, dall’altra parte dello spettro, quelli a cui l’azienda presenta come “benefit” il computer necessario per lavorare, il telefono aziendale o persino l’acqua gratuita.
Benvenuti nel mondo sempre più vasto, e talvolta surreale, dei benefit aziendali.
A fotografarlo è l’Osservatorio Coverflex, che ha raccolto testimonianze di lavoratori italiani e internazionali per capire quali siano state le iniziative più insolite incontrate nel corso della propria carriera. Ne emerge una sorta di catalogo del welfare contemporaneo, nel quale convivono idee decisamente eccentriche, servizi capaci di migliorare concretamente la quotidianità e iniziative che mostrano invece quanto il concetto stesso di “benefit” possa essere interpretato in maniera molto diversa da un’azienda all’altra.
Ed è proprio questa distanza, più ancora dell’aneddoto del viaggio con gli sciamani, a raccontare come stia cambiando il rapporto tra lavoro, retribuzione e qualità della vita.
Quando il premio aziendale diventa un’esperienza
L’esempio più spettacolare raccolto dall’Osservatorio è probabilmente quello del viaggio premio in Amazzonia: obiettivi raggiunti, partenza insieme al CEO, tende nella foresta e incontri con gli sciamani. Un’esperienza difficile da inserire nella tradizionale definizione di welfare aziendale e che dimostra fino a che punto alcune imprese siano disposte a spingersi pur di rendere memorabile un incentivo.
Non è però l’unico caso fuori dagli schemi. Tra le testimonianze compaiono Bitcoin assegnati ai dipendenti, programmi per il congelamento degli ovuli, cassette di ciliegie e brioche, mentre sul versante della socialità aziendale resistono formule ormai quasi classiche come il “Beer Friday”, con la birra condivisa alla fine della settimana lavorativa, le colazioni offerte dall’azienda, la frutta fresca o le lezioni di yoga.
La logica, in questi casi, non è più soltanto quella del beneficio economico, ma quella dell’esperienza: creare occasioni che rendano il luogo di lavoro più piacevole, aumentino la percezione di appartenenza all’azienda o offrano qualcosa che il dipendente difficilmente comprerebbe autonomamente.
Non tutte le iniziative, naturalmente, producono lo stesso effetto e l’originalità da sola non garantisce che un benefit venga realmente apprezzato. Un premio può essere spettacolare e contemporaneamente poco utile, mentre un servizio apparentemente meno sorprendente può modificare in maniera molto più concreta la vita quotidiana.
Il computer aziendale non è un benefit
La parte forse più curiosa dell’indagine riguarda però ciò che alcune aziende continuano a definire benefit pur non essendolo realmente.
Tra le risposte raccolte figurano infatti acqua gratuita, macchinetta del caffè, computer aziendale, cellulare di lavoro e perfino il passaggio di un collega per arrivare in ufficio.
Il confine appare quasi comico, ma dice molto della cultura aziendale: mettere a disposizione del personale uno strumento necessario per svolgere il proprio lavoro non equivale, evidentemente, a riconoscergli un vantaggio aggiuntivo, così come garantire l’accesso all’acqua o a servizi essenziali difficilmente può essere considerato una politica di welfare.
Eppure proprio la presenza di queste risposte dimostra quanto il termine “benefit” sia diventato elastico, fino a comprendere situazioni che vanno da programmi di welfare strutturati a piccoli gesti di cortesia aziendale, passando per strumenti che dovrebbero semplicemente far parte dell’organizzazione ordinaria del lavoro.
La vera domanda diventa allora non tanto quale sia il benefit più originale, quanto quale sia quello che produce un valore reale per chi lo riceve.
Massaggi, lavanderia e venerdì liberi: cosa succede all’estero
Guardando alle testimonianze internazionali, la tendenza appare infatti sempre più orientata verso servizi capaci di restituire ai dipendenti soprattutto due risorse che il lavoro tende a consumare: tempo e benessere.
Tra gli esempi raccolti dall’Osservatorio compaiono massaggi professionali direttamente in ufficio, manicure e pedicure durante la giornata lavorativa, medici aziendali, palestre interne con personal trainer, lezioni di yoga e meditazione, ristoranti aziendali, sale giochi con PlayStation e biliardini e persino sale dedicate alla musica.
Durante la pandemia alcune imprese hanno organizzato servizi di lavanderia e stireria per gli abiti dei dipendenti, mentre altre aziende hanno scelto di intervenire direttamente sul tempo libero, attraverso budget destinati alle vacanze oppure con il venerdì pomeriggio libero per tutta l’estate.
Ci sono poi i family day, pensati per coinvolgere partner e figli nella vita aziendale, un esempio apparentemente semplice ma indicativo di un cambiamento culturale più ampio, nel quale l’impresa non considera più il lavoratore esclusivamente durante le ore trascorse alla scrivania.
In questo senso il benefit più moderno non è necessariamente quello che costa di più o quello che produce la fotografia migliore da pubblicare su LinkedIn: può essere anche un pomeriggio libero.
Il nuovo lusso aziendale è il tempo
Ed è forse questo il punto più interessante che emerge dalle testimonianze raccolte.
Per anni il benefit è stato soprattutto un’estensione della remunerazione: automobile aziendale, buoni pasto, assicurazione sanitaria, premi economici. Oggi, senza che queste componenti abbiano naturalmente perso importanza, cresce il valore attribuito a tutto ciò che consente di alleggerire la quotidianità.
Una palestra interna elimina il tempo necessario per raggiungerne una dopo il lavoro, una lavanderia risolve una delle incombenze domestiche, un servizio medico evita di organizzare una visita durante la giornata, mentre un pomeriggio libero restituisce direttamente ore da utilizzare fuori dall’azienda.
Il valore del benefit si sposta così progressivamente dall’oggetto al tempo che permette di recuperare.
«Queste testimonianze dimostrano come le aspettative delle persone nei confronti dei benefit aziendali stiano evolvendo. Non è l’originalità del benefit a fare davvero la differenza, ma la sua capacità di rispondere ai bisogni concreti dei lavoratori. Salute, tempo, flessibilità e qualità della vita sono oggi le leve su cui le aziende possono costruire ambienti di lavoro più attrattivi e inclusivi, capaci di generare valore sia per le persone sia per l’organizzazione», spiega Andrea Guffanti, General Manager di Coverflex Italia.
Una trasformazione che riguarda anche la competizione per i talenti, soprattutto nei settori nei quali competenze simili possono essere richieste contemporaneamente da molte aziende: lo stipendio rimane naturalmente centrale, ma la possibilità di organizzare diversamente il proprio tempo e di avere accesso a servizi utili può diventare uno degli elementi attraverso i quali un lavoratore valuta un’offerta o decide di rimanere.
E così, tra un rituale sciamanico nella foresta amazzonica e una bottiglia d’acqua gratuita spacciata per welfare, la fotografia dei benefit aziendali racconta qualcosa di molto più serio delle eccentricità del mondo del lavoro contemporaneo: racconta aziende che stanno ancora cercando di capire che cosa desiderino realmente le persone che lavorano per loro.
La risposta, almeno secondo quanto emerge dalle testimonianze, potrebbe essere molto meno esotica di quanto sembri. Non servono necessariamente Bitcoin, viaggi nella giungla o sale giochi: sempre più spesso il benefit migliore è semplicemente quello che restituisce ai lavoratori un po’ di tempo, libertà e qualità della vita.
