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Open Source: fidarsi è bene, ma…

Open Source: fidarsi è bene, ma…
Glowing Blue Light Ring in a Dark Futuristic Technology Space. 3D Render

La Rubrica – Cyber Security Week

Immaginate un collaboratore che arriva senza fare rumore. Risponde alle segnalazioni, corregge errori e aggiorna la documentazione. Dopo qualche mese tutti lo considerano affidabile e gli consegnano le chiavi del progetto. Nel mondo digitale potrebbe essere la preparazione di una backdoor con un curriculum impeccabile.

A fine luglio Amazon Threat Intelligence ha attribuito con “media confidenza” a un attaccante collegato alla Corea del Nord una serie di compromissioni che avrebbero coinvolto elementi software scaricati e riutilizzati da milioni di programmatori. Gli episodi riguardano alcuni specifici componenti come typo-crypto nel marzo 2025, debug e chalk nel settembre dello stesso anno e axios nel marzo 2026. Detta così sembra la solita storia di violazioni informatiche, ma il meccanismo scoperto merita attenzione.

Di fatto l’ingresso non richiede necessariamente un prodigio tecnico, perché basta conquistare la fiducia di un manutentore, ottenere accesso al suo account e pubblicare un aggiornamento contenente codice malevolo. A quel punto sono gli stessi automatismi costruiti per rendere efficiente lo sviluppo a distribuire l’attacco. Chi scarica l’ultima versione riceve anche l’ospite indesiderato, convinto di fare la cosa giusta.

Il caso axios mostra la sproporzione. Il componente supera i cento milioni di download settimanali. Due versioni malevole sarebbero rimaste disponibili per circa tre ore il 31 marzo 2026, inserendo una piccolo pezzettino di software capace di installare un trojan di accesso remoto su Windows, macOS e Linux, i più diffusi sistemi operativi. Tre ore sono il tempo di una riunione mal organizzata, ma in una filiera software globale possono bastare per arrivare a milioni di macchine.

Al di là dei risvolti pratici, la parte più interessante riguarda la mimetizzazione. Gli attacchi di questo tipo possono dividere il comportamento malevolo tra pacchetti software puliti e usare risorse remote per modificarli in seguito. L’intelligenza artificiale generativa poi aggiunge codice ordinato, commenti credibili, documentazione plausibile, cronologie coerenti e identità sintetiche. Il malware arriva così con un vestito impeccabile.

Questo non significa che l’IA sia l’unica arma delle campagne malevole, in realtà il social engineering è molto più vecchio. L’IA, però, riduce il costo della recita e migliora la scenografia. Può costruire reputazioni artificiali e suggerire pacchetti inesistenti. Tecnicamente si chiama slopsquatting: l’attaccante registra il nome plausibile di una componente che un assistente potrebbe inventare. Il programmatore non sbaglia a digitare, banalmente segue correttamente un consiglio sbagliato.

La supply chain del software non è una questione biecamente tecnologica, piuttosto è un condominio digitale fatto di persone, account, registri, aggiornamenti e risorse esterne. Una sola chiave compromessa può aprire molti appartamenti. Un inventario ci dice quale componente utilizziamo, ma non garantisce che chi la controlla oggi sia la stessa persona di ieri. L’open source viene spesso definito gratuito. In realtà lo paghiamo con una moneta invisibile: la fiducia. Affidiamo fondamenta digitali usate da aziende miliardarie a manutentori che talvolta lavorano nel tempo libero, poi ci sorprendiamo se qualcuno prova a rubare la loro reputazione o a fabbricarsene una. La prossima grande vulnerabilità potrebbe non nascondersi nel codice, ma rispondere educatamente alle segnalazioni e aspettare il giorno in cui tutti inizieranno a pensare che possono fidarsi.

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