Un tempo una fotografia era una prova. Poi è diventata un indizio. Adesso rischia di diventare un imputato. Negli ultimi mesi ho raccolto varie notizie sull’affidabilità delle intelligenze artificiali nel riconoscere il “vero”. Partiamo dalle notizie. La prima. NewsGuard ha testato quindici fotografie autentiche relative alla guerra tra Stati Uniti e Iran, pubblicate da fonti considerate affidabili, sottoponendole a cinque strumenti di rilevamento di immagini generate con intelligenza artificiale: Hive, AI or Not, ZeroGPT, Sightengine e ScamAI. Il risultato è stato piuttosto istruttivo: strumenti progettati per riconoscere il falso hanno spesso classificato come artificiali quelle vere. Soltanto due di essi sono riusciti a riconoscerle come tutte vere. La seconda. Altra indagine di NewsGuard, questa volta su Google AI Overviews. Secondo quanto riportato, il sistema avrebbe prodotto riassunti imprecisi e fuorvianti sulla guerra in Iran, identificando come autentiche alcune immagini fake pro-Iran. Foto e video travisati, circolati su X, avrebbero raccolto oltre 21,9 milioni di visualizzazioni. Qui il movimento è opposto: non il vero scambiato per falso, ma il falso accompagnato alla porta principale con un certo garbo istituzionale. La terza. Il Guardian, infine, racconta la diffusione di immagini e video generati con intelligenza artificiale legati al conflitto iraniano: scene inventate di attacchi missilistici, soldati americani minacciati, frammenti visivi costruiti per sembrare cronaca. Ma il punto più interessante non è solo la proliferazione dei falsi. È il movimento contrario: immagini autentiche, come una fotografia verificata di una grande folla a Teheran pubblicata dal New York Times, sono state accusate online di essere manipolate. Qui si vede il salto di qualità. Il deepfake non produce soltanto bugie. Produce un clima nel quale anche la verità deve presentarsi con i documenti in mano.
Questo è il cuore della questione. Per anni abbiamo raccontato il rischio del falso che si fa credere vero. Era già abbastanza, ma oggi però siamo entrati in una fase diversa, più sottile e forse più pericolosa: il vero degradato a sospetto. Non basta più che un’immagine sia autentica. Deve anche dimostrare di non essere stata generata, ritoccata, manipolata, estratta dal contesto, riciclata da un’altra guerra, da un altro anno, da un altro dolore.
È una trasformazione profonda, perché sposta il peso della prova. Prima era il falso a dover ingannare, mentre adesso è il vero a doversi difendere. La realtà entra in tribunale prima ancora di essere guardata e nel frattempo il pubblico, che non ha strumenti, tempo e competenze per fare il perito forense di ogni fotografia, resta sospeso tra credulità e cinismo. Due condizioni opposte solo in apparenza, perché entrambe sono comode: credere a tutto evita la fatica del dubbio, non credere più a nulla evita la fatica del giudizio.
Naturalmente non bisogna trarne una conclusione sbagliata: gli strumenti automatici di verifica non sono inutili, perché possono aiutare, segnalare, ordinare, suggerire. Il problema nasce quando li trasformiamo in oracoli. Un detector non è un giudice, è un assistente. Un riassunto generato da una macchina non è una sentenza, è un prodotto informativo che può contenere errori. La differenza sembra banale, ma nella società della velocità le banalità sono spesso le prime vittime. Anche perché le immagini hanno una forza particolare. Un testo lo leggiamo, una fotografia la subiamo. Arriva prima della spiegazione, prima della prudenza, prima del contesto. Per questo la manipolazione visiva è così potente. Non parla solo alla ragione, parla al riflesso che, se viene allenato a sospettare di tutto, finisce per non riconoscere più nulla.
Qui la questione non è tecnica, o almeno non solo. È una problema di fiducia pubblica. Se le piattaforme sbagliano, se gli strumenti di verifica sbagliano, se gli utenti rilanciano, se i sistemi automatici riassumono male, l’informazione diventa un castello di carte: bellissimo da guardare, ma basta una vibrazione per farci dubitare che possa stare in piedi.
La risposta non può essere la nostalgia per un passato in cui le fotografie dicevano sempre la verità, anche perché quel passato non è mai esistito davvero. Le immagini sono sempre state selezionate, tagliate, incorniciate, usate. La novità è la scala, la velocità e soprattutto l’autorevolezza apparente dei nuovi intermediari. Prima una menzogna doveva trovare qualcuno disposto a raccontarla, mentre ora le basta trovare un sistema disposto a sintetizzarla, impaginarla e servirla con voce neutra.
Per questo serve una nuova igiene dell’informazione. Non il panico, che è solo il fratello teatrale dell’ignoranza. Serve una prudenza operativa: guardare la fonte, cercare il contesto, diffidare delle immagini troppo perfette per essere vere e anche delle smentite troppo comode per essere oneste. Soprattutto, ricordare che la tecnologia può aiutare a verificare la realtà, ma non può sostituire il nostro dovere di comprenderla.
Il falso ha sempre cercato di imitare il vero. Oggi ha imparato qualcosa di più ambizioso: convincerci che il vero sia soltanto un falso non ancora smascherato ed è qui che si gioca la partita più seria, perché una società può sopravvivere a molte bugie, ma fatica a sopravvivere quando smette di credere che la verità esista. Il capolavoro del falso non è farsi credere vero. È costringere il vero a difendersi.
