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Droni che sembrano uccelli e robot: è cominciata la rivoluzione delle armi (e della guerra)

Droni che sembrano uccelli e robot: è cominciata la rivoluzione delle armi (e della guerra)

Automi a terra, droni che sembrano falchi o colombi e armi a energia diretta: l’ultimo miglio del combattimento non prevede più l’impiego diretto della fanteria.

Nel paesaggio innevato un gufo attende la preda. Non è un vero volatile ma un drone ad ala battente che punta la colonna d’auto su cui viaggia un pezzo grosso della Nato. Il robot lancia un fascio di impulsi magnetici che bloccano il convoglio, poi altri uccelli kamikaze fanno esplodere tutto e tutti.

È il contenuto di un video fatto in Cina con l’intelligenza artificiale: due minuti, inquietanti, che sembrano usciti da un film sci-fi e invece è una realtà molto vicina… All’ultimo Expo militare di Pechino è stato presentato il modello robotico “Piccolo falco”, mentre sarebbero in preparazione altri “ornittoteri” kamikaze, droni simili a passeri e gazze dal peso di appena 90 grammi, oppure aquile o falchi, che volano battendo le ali perché le eliche sono intercettabili.

L’inversione della prima linea: lo sciame robotico cancella i vecchi blindati

Questa è scienza, non fantascienza. Quella che ci trascina in una nuova impressionante epoca in cui le tecnologie travolgono le vecchie cognizioni militari, rendono obsolete le tattiche di attacco e di difesa, costringono a ripensare a cosa mettere negli arsenali. Carri armati? Sì, però…

Lo si è visto in Ucraina: intere colonne di blindati russi che puntavano su Kiev, spazzate via. Ad anni di distanza, oggi, mentre leggete questo articolo, centinaia di droni stanno autonomamente dando la caccia a mezzi corazzati, camion di rifornimenti o di trasporto truppe, o a singoli soldati, per riconoscerli grazie all’Ia e “terminarli” (in marzo, questa è stata la causa del 96% di perdite russe). Intanto, altri più grandi Uav (Unmanned aerial vehicle) come l’ormai famigerato AN-196 imperversano dentro il territorio nemico per migliaia di chilometri; sul terreno un’armata di Ugv (Unmanned ground vehicle), procedono inesorabili con la durata della batteria come unico tallone d’Achille; in mare, motoscafi esplosivi senza pilota fanno strame delle navi di Mosca.

E lo si è visto anche in Iran: l’esercito più potente e ricco del mondo, quello statunitense, imbrigliato da mezzi da quattro soldi dotati però di una tecnologia brillante. Il pilota del caccia F35 abbattuto a fine giugno dalle Guardie rivoluzionarie avrebbe rivelato l’avvistamento di lunghi tentacoli in cielo, come una “medusa” che fluttuava sopra l’Iran centrale. Di fatto, uno sciame sincronizzato di droni come rete minata.

È una rivoluzione. Di più: «È la più grande rivoluzione negli affari militari della storia» ha detto Eric Schmidt, che ha lasciato il suo posto da boss di Google per fondare aziende che operano nel campo della difesa, in riferimento al dominio dei mini-velivoli senza pilota e dell’intelligenza artificiale.

Tank, artiglieria e grandi unità di fanteria sono passati in secondo piano. «L’aritmetica della guerra sta cambiando radicalmente. L’Ucraina produce milioni di droni, i russi puntano a sfornare 1.000 Shahed al giorno, mentre la Lockheed Martin ha prodotto 600 intercettori (anti missile, nda) Patriot lo scorso anno» ha ricordato Schmidt alla pubblicazione digitale Noema. Per non parlare dei costi: nel “vecchio mondo”, cioè ancora oggi, si usano missili Patriot da 4 milioni di dollari per abbattere uno Shahed da neanche 40 mila dollari prodotto in due giorni.

Algoritmi al comando: la fine della fanteria umana nel fango delle trincee

In un futuro, che sta diventando presente, la prima linea sarà una nuova forma di terra di nessuno stile Prima guerra mondiale, dove sensori e droni individueranno e distruggeranno qualsiasi cosa si muova. «Ogni arma sarà supportata dall’intelligenza artificiale» prevede Schmidt «e gli umani entreranno in azione per ultimi». Oggi la tecnologia bellica è di supporto al soldato, ma «nelle prossime guerre questo principio si invertirà. Invieremo prima i robot per assorbire il fuoco e ripulire il campo di battaglia».

Enrico Della Gatta, ex ufficiale dell’Esercito e autore di Difendere il Futuro (Egea), non ha dubbi con Panorama: «Le nuove tecnologie sul campo di battaglia hanno ridimensionato le dottrine militari tradizionali. L’ultimo miglio della prima linea non è più fatto di soldati che si sparano con il fucile, ma di mezzi robotizzati e sistemi senza equipaggio».

«L’impiego di robot sul campo di battaglia non è più qualcosa di futuristico» spiega a Panorama il sottosegretario alla Difesa, Matteo Perego di Cremnago, «e la lezione dell’Ucraina ci ha insegnato che oggi le tecnologie mutano più velocemente del passato. Da una settimana all’altra un drone può essere obsoleto. Mentre non si è ancora visto del tutto il potenziale applicativo dell’intelligenza artificiale».

Che plausibilmente potrebbe riguardare anche l’arsenale nucleare. Non per niente prima di morire Henry Kissinger cercò di convincere il nuovo Mao – cioè il presidente cinese Xi Jinping – a trovare un accordo con gli Stati Uniti per escludere l’Ia dalle procedure di attacco nucleare. Ma a oggi Pechino aumenta le testate atomiche.

Sono, le nuove capacità dei computer, una guerra nella guerra. Degli hacker di Stato che sferrano attacchi contro le infrastrutture delle altre potenze, per accecarli e creare disastri, si sa. Quello che potrebbe arrivare sono modelli di Ia all’avanguardia come Mythos di Anthropic, da usare per penetrare nei sistemi di puntamento nucleare e scovare sottomarini “invisibili”, lanciatori mobili o interferire con i centri di calcolo per le traiettorie sugli obiettivi.

Schmidt riflette ancora sulle tecnologie in battaglia: «L’unità di analisi corretta non sono nemmeno il drone, il missile o il lanciatore, ma l’architettura integrata che permette a un esercito di vedere, decidere, comunicare, colpire, sopravvivere e aggiornarsi più velocemente del suo avversario». Per questo nascono aziende come l’americana Anduril Industries (che ha firmato un contratto da 20 miliardi con la Difesa Usa), il cui prodotto principale – Lattice OS – è un software operativo integrato che collega informazioni satellitari, sensori, radar, telecamere, droni, torrette automatiche e altri tipi di armi, in un’unica rete tattica, un organismo monitorato dall’uomo ma coordinato dall’Intelligenza artificiale.

Raggi di microonde e caccia di sesta generazione: la risposta delle industrie

La difesa fa parte di una nuova arte della guerra. Come li abbatti i droni FPV, quelli che anziché volare senza fili, sono collegati al loro pilota da chilometri di cavi di fibra ottica per non consentire ai jammer nemici di bloccarli? Si sono rivelati un’arma temibile utilizzata dagli Hezbollah in Libano, che hanno colpito duramente l’esercito israeliano nel Sud, mentre i boschi del Donbass sono ricoperti di questi filamenti lasciati lì dopo l’uso. Il tenente colonnello D., capo della sezione di rilevamento e tracciamento della Divisione tecnologica delle forze di terra della stella di David, ha detto al portale ebraico Ynet: «In base alla mia esperienza, contro di loro credo che i laser rappresenteranno una svolta».

Nel 2024 ufficiali israeliani hanno assistito, nel deserto dell’Arizona, all’arrivo di uno sciame di droni, che volavano coordinati ad alta velocità. L’operatore dell’azienda Usa Epirus, ai comandi del sistema difensivo Leonidas, ha premuto un pulsante quando la minaccia stava piombando sugli invitati. Un fascio di microonde ad alto potenziale ha investito lo sciame “friggendo” tutti i velivoli, che precipitavano a terra uno dopo l’altro. All’inizio di quest’anno una versione mobile di Leonidas ha abbattuto un drone con fibra ottica simile a quelli utilizzati da Hezbollah. Mentre a difendere le basi americane dalle rappresaglie iraniane durante l’Operazione Operation Epic Fury c’era un sistema chiamato Pulsar, della sopra citata Anduril. Un’arma a energia diretta basata su intelligenza artificiale, progettata per rilevare, identificare, tracciare e neutralizzare minacce nello spettro elettromagnetico in tempi rapidi.

Anche in Cina preparano sistemi futuribili da questo punto di vista: in luglio è stata svelata l’ultima arma da film: un “cannone” a microonde ad alta potenzialità di 100 Giga watt. L’applicazione operativa è il campo di battaglia della guerra elettronica e delle costellazioni satellitari.

E quindi i vecchi arsenali sono da rottamare? Non proprio. Riflettendo con il New York Times, un uomo di “futuro” come Christian Brose, presidente di Anduril, ha ammesso: «Abbiamo ancora bisogno delle armi che abbiamo conosciuto negli ultimi 30-40 anni. Non possiamo rinunciare ad aerei, sottomarini e missili. Neanche la guerra in Ucraina li ha resi obsoleti». Solo che anche per loro cambia la tecnologia. I colossi della difesa, come Mbda, consorzio partecipato al 25% dall’italiana Leonardo, è leader di questo mercato in Europa. All’Air show di Farnoborough, nel Regno Unito, di fine luglio, ha presentato i pezzi forti della casa come il sistema mobile di difesa aerea terrestre SL Asraam. Il vettore aria-aria a corto raggio “è riconosciuto a livello globale come uno dei missili a guida infrarossa più efficaci disponibili sul mercato globale” recita la presentazione. Mbda è impegnata su Spear, un missile da crociera sganciato in volo con “una gittata che va oltre l’orizzonte (anche più di 100 chilometri nda) garantendo che l’aereo-madre rimanga al sicuro lontano dalle difese aeree nemiche”. L’evoluzione è il lancio del missile da crociera da un velivolo a pilotaggio remoto come l’MQ-9B, ultima versione del famoso Reaper, il “mietitore”.

Uno dei progetti più importanti di Mbda è Hydis, il futuro intercettore europeo dei missili balistici e ipersonici, capaci di “bucare” molti scudi attuali. Il sistema, cofinanziato dalla Ue nell’ambito del Fondo europeo per la Difesa, è portato avanti da Francia, Germania, Paesi Bassi e Italia. Ma il vero tassello della guerra del futuro prossimo è il progetto del caccia di sesta generazione conosciuto come Gcap, Global combat air program, varato da Italia, Regno Unito e Giappone. «Il Gcap è più di un caccia bombardiere invisibile, ma un mondo che si spalanca» conferma Camporini. «Stiamo parlando di un sistema molto complesso con la tecnologia informatica portata all’estremo». Il nuovo velivolo da combattimento (costo per la realizzazione 60 miliardi di euro, di cui 18,6 italiani) è una specie di “portaerei volante”, che opererà in multi dominio (aria, terra, mare, spazio e cyber) sfruttando al massimo l’intelligenza artificiale capace di intervenire in caso di ferimento o incoscienza del pilota. Inoltre il caccia volerà affiancato da flotte di droni, lanciabili in battaglia. Il primo dovrebbe vedere la luce nel 2035.

«Gcap è il nostro più grande programma di ricerca e sviluppo» sottolinea il sottosegretario Perego. «La Difesa sta adeguando le proprie capacità, oltre agli investimenti tradizionali, pure sui progetti che intersecano le nuove tecnologie. E non dimentichiamo che le guerre di oggi coinvolgono la competizione sulle materie prime e i microchip».

Dal fondo degli oceani allo spazio: la contesa per le infrastrutture invisibili

Non va dimenticata la sfida nelle acque. Il 13 luglio tre Saronic Corsair, droni marini Usa, copiati da quelli ucraini che hanno decimato la flotta russa del Mar Nero, sono penetrati nel porto iraniano di Bandar Abbas. Scafi di 7 metri con 435 chili di esplosivo che hanno polverizzato infrastrutture e un mini sottomarino classe Ghadir. Il battello kamikaze è assistito dall’intelligenza artificiale e fa parte della Task force 59 (la prima unità della U.S. Navy dedicata all’uso di sistemi autonomi), nel Golfo Persico composta solo da droni. Un altro di questi Corsair, stavolta in funzione di salvataggio, ha anche recuperato l’equipaggio di un elicottero Apache precipitato in mare davanti all’Oman.

«L’Italia ha utilizzato fra i primi in Europa i droni Predator in assetto di sorveglianza» ricorda a Panorama Vincenzo Camporini, già capo di stato maggiore della Difesa. «Ma non avevamo immaginato tutte le possibilità degli Uav, dal cielo al mare, che sono l’evoluzione dei nostri Mas».

Dall’attentato al Nord Stream, alla chiusura dello stretto di Hormuz, i conflitti che cambiano avranno sempre più una dimensione navale e sottomarina. Il passaggio di cavi dati, le interconnessioni elettriche, i gasdotti e le infrastrutture offshore, oltre che portuali, sono obiettivi delle nuove guerre dal Baltico a Taiwan passando per i colli di bottiglia come Hormuz e Bab el Mandeb. «Il mare ha riguadagnato centralità nello scenario geopolitico, sopra e sotto la superficie» conferma Della Gatta. «Le infrastrutture critiche sottomarine sono tanto importanti quanto vulnerabili. Gli americani si concentrano sulla proiezione di potenza nel Pacifico, dove i cinesi, che controllano i traffici marittimi più di chiunque altro, costruiscono isole artificiali per dispiegare capacità militari in mare aperto».

In questa prospettiva Fincantieri risponde con l’industria per la difesa subacquea. «Stiamo costruendo la prima piattaforma europea capace di operare, connettere, proteggere e governare il dominio subacqueo attraverso servizi, droni, sensori, comunicazioni, sistemi di difesa e piattaforme strategiche» ha dichiarato l’amministratore delegato Pierroberto Folgiero. Un investimento da 600 milioni di euro a un miliardo con le acquisizioni di Next Geosolutions per rilievi marini e supporto a cavi, energia e ispezione di fondali, WSense per le comunicazioni senza fili indispensabile per i droni marini, sensori e piattaforme. Oltre a Graal Tech, spin-off dell’Università di Genova specializzata su robot subacquei e l’opa su Next Geo.

Infine, l’ultima frontiera: lo spazio, che vive una fase di militarizzazione. Gli americani hanno creato una loro “Space force” che si prepara alle “guerre orbitali”, così le chiamano. Usa, Russia, Cina e India hanno sperimentato le armi antisatellite. Pechino in particolare ha sviluppato sistemi capaci di disturbare o neutralizzare asset occidentali nello spazio. Al momento si punta sulle infrastrutture “dual use”, per utilizzo sia civile che militare. Come la costellazione di Starlink: puoi metterti sul camper il ricevitore di Elon Musk, ma lo stesso sistema è stato utilizzato dagli ucraini per le comunicazioni all’inizio della guerra e sui droni marini per pilotarli contro le navi russe.

«Lo spazio» ha sottolineato il ministro della Difesa, Guido Crosetto «insieme al dominio cibernetico, è diventato un nuovo terreno di scontro, esposto ogni giorno a rischi di spionaggio e interferenze. E l’infrastruttura spaziale va difesa».

Come dicevamo, la fantascienza ormai è scienza. La vera battaglia è tenere testa all’innovazione.

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