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Quelli che tifano ayatollah: bandiere Hezbollah in piazza e la rete filo Iran tra Roma e Milano

Quelli che tifano ayatollah: bandiere Hezbollah in piazza e la rete filo Iran tra Roma e Milano

Sono soprattutto nostri connazionali convertiti all’islam sciita (e spesso ex militanti di estrema destra), i sostenitori del regime iraniano. Così, a suon di slogan (e in assonanza con i pro Pal), inneggiano alla fine dell’Occidente.

La bandiera gialla di Hezbollah con il kalashnikov in verde, che spunta dalla prima lettera di Allah, sventola non in Libano ma nella piazza del corteo No Kings a Roma del 28 marzo. Il vessillo dei giannizzeri sciiti degli ayatollah è attaccato alla bandiera della Repubblica islamica d’Iran, verde, bianca e rossa con il tulipano simbolo del martirio, nel mezzo. Nel corteo che srotola un grande striscione con scritto “Trump boia” le bandiere iraniane si mescolano a quelle palestinesi, alle rosse dei gruppi di estrema sinistra, della Cgil e ovviamente ai colori arcobaleno della pace. Gli alfieri con le bandiere iraniane sembrano concentrati dietro allo striscione “Coordinamento nazionale No Nato”. Un gruppo che arriverebbe da Milano e sfila orgoglioso per difendere la teocrazia degli ayatollah sotto attacco di americani e israeliani.

In Italia gli amici della Repubblica islamica, in mano ai Pasdaran, fanno parte di tre centri fra Roma e Milano guidati soprattutto da nostri connazionali convertiti al Corano, che arrivano spesso da ambienti di estrema destra. A differenza dei pro Pal, che fanno l’occhiolino ad Hamas e attraggono in gran parte estremisti di sinistra.

«Il denominatore comune che unisce le narrazioni e la propaganda khomeinista all’ideologia di estrema destra e di estrema sinistra è l’ostilità verso gli Stati Uniti, Israele e l’Occidente in generale», spiega Giovanni Giacalone, che ha pubblicato un’analisi sui centri sciiti in Italia per l’istituto americano “Washington outsider center for information warfare”.

L’11 marzo quello denominato Imam Mahdi, inaugurato a Roma Tuscolano nel 2018 (ma l’associazione esiste dal 2004), posta un comunicato sull’uccisione della guida suprema dell’Iran. «L’assassinio vile e criminale, per mano degli Stati Uniti e di Israele, dell’eminente autorità religiosa e Guida Suprema della Rivoluzione Islamica, il Grande Ayatollah Sayyed Ali Khamenei, ha inflitto una profonda ferita di dolore e sgomento non solo al popolo iraniano e a ogni vero musulmano» recita il necrologio. A dimostrazione della stretta connessione con il regime iraniano, il centro si congratula «con l’Assemblea degli Esperti per la saggia nomina dell’Ayatollah Sayyed Mojtaba Khamenei (il figlio, ndr) a nuova Guida Suprema della Rivoluzione, preghiamo Dio Onnipotente affinché lo mantenga sullo stesso luminoso cammino, tracciato dai suoi predecessori con lacrime, gioia e sangue».

La stragrande maggioranza della popolazione islamica in Italia è sunnita. Si calcola che appena il 2% di 1,7 milioni di musulmani sia sciita, setta minoritaria anche nell’islam globale e considerata, dagli estremisti sunniti, traditrice della vera fede.

L’inaugurazione del centro Imam Mahdi nel 2018 ha riunito a Roma delegazioni provenienti da Regno Unito, Francia, Austria, India e Madagascar. La rivista Gnosis, pubblicata dall’Aisi, la nostra intelligence interna, ha ricostruito la genesi del centro sciita nato da una scissione della costola italiana della rete khomeinista Ahl al Bait. Il fondatore era il napoletano Luigi De Martino, un tempo militante di Ordine nuovo, che si è convertito all’islam nel 1985 con il nome di Ammar. L’Imam Mahdi ha come segretario e portavoce un altro estremista di destra, convertito, Marco “Hussein” Morelli, che si è rifiutato di parlare con Panorama. La conversione viene presentata dallo stesso Morelli come «una scelta spirituale e ideologica personale, un rifiuto del secolarismo occidentale e un’adesione ai principi sciiti di giustizia, resistenza e antimperialismo».

Il centro di Roma è fortemente schierato non solo durante la guerra in corso. Il 3 ottobre 2024 ha organizzato un evento in memoria di Hassan Nasrallah, il leader di Hezbollah ucciso dalle bombe israeliane nel quartiere roccaforte sciita di Beirut. Due mesi dopo ha presentato al centro congressi Cavour della capitale l’autobiografia di Khamenei, intitolata I semi della rivoluzione. E nel 2023 ha pubblicato il libro Qasem Soleimani un combattente di Dio dedicato al più leggendario comandante dei Pasdaran, incenerito da un drone americano durante la prima presidenza Trump, sulla strada verso l’aeroporto di Baghdad. Il volume è stato presentato a Milano con il console iraniano. Giacalone non ha dubbi che «l’Imam Mahdi a Roma sia la macchina principale della propaganda iraniana nel nostro Paese».

Sempre nel 2023 il centro sciita ha ospitato un incontro sulla “Liberazione del Sud del Libano” da parte di Hezbollah con ospite d’onore Hassan Assi, presidente di un’associazione di amici del Paese dei cedri ed attivista del Movimento 5 stelle. Fra gli oratori ha preso la parola Maurizio Falessi, ex terrorista delle Unità comuniste combattenti. Nel 1982 era stato condannato a 23 anni per banda armata, tentato omicidio e concorso in sequestro di persona. Latitante in Libano sotto l’ala protettiva del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, è stato arrestato nel 2004 all’aeroporto del Cairo.

«Nell’ambiente sciita italiano, un ruolo importante è svolto dai convertiti che fungono da principali promotori di un’ideologia che cerca di attrarre sia l’estrema destra sia l’estrema sinistra, sempre inquadrata in una narrativa “antimperialista” e “antisionista”», ribadisce Giacalone, esperto del fenomeno jihadista.

Il presidente del centro Imam Mahdi è Damiano “Abbas” Di Palma, che ha fatto carriera nel clero sciita diventando hajjatulislam, appena un gradino sotto l’ayatollah. Fiorentino di origine, ha studiato per tre anni all’università internazionale Al Mustafa di Qom, la città santa sciita dove è nato Khomeini. L’ateneo è sotto sanzioni americane. L’antiterrorismo americano l’accusa di legami con i Pasdaran.

Gli Usa sono convinti: «L’università internazionale Al-Mustafa, che vanta filiali in oltre 50 Paesi, agevola le operazioni di intelligence delle forze Quds delle Guardie rivoluzionarie islamiche consentendo al suo corpo studentesco, che comprende un gran numero di stranieri e americani, di fungere da rete di reclutamento internazionale».

La costola italiana dell’università, l’istituto di studi islamici al Mustafa, a Roma, è diretta da Hanieh Tarkian, la docente velata, che gioca un ruolo centrale nella rete di sostenitori degli ayatollah. Il 4 marzo sulla sua pagina Facebook ha bollato come «traditori» gli iraniani che celebravano l’attacco americano e israeliano. E il giorno dopo ha condiviso un post funebre per la morte di Khamenei con un commento di questo tenore: «Il sangue versato dai giusti non è mai vano».

Il 28 marzo la professoressa Tarkian, «analista di geopolitica», è stata invitata a Lamezia Terme dall’associazione di destra Cantiere laboratorio. Il presidente, Vittorio Gigliotti, ha parlato di «un incontro pubblico che mette in luce tutte le menzogne che i mass media non raccontano preferendo una disinformazione ben orchestrata e una censura imposta dalle lobby mondialiste che hanno negli Stati Uniti e Israele il loro vertice criminale».

A Milano il centro Imam Alì, collegato al consolato iraniano, è guidato dal mullah Ali Faeznia. Sul sito si legge che «nel 2010 nasce il Centro culturale punto di riferimento per la vita spirituale e comunitaria iraniana». Nel luglio dello scorso anno la Lega, con le europarlamentari Silvia Sardone e Anna Maria Cisint, ha chiesto di «mettere sotto particolare attenzione il centro culturale “Imam Ali” di Milano».

Altri sostenitori degli ayatollah sono Paolo Jafar Rada, direttore del centro studi internazionale “Dimore della Sapienza”, convertito sciita, che organizza conferenze su Julius Evola e René Guénon. Il siciliano Nicola “Hasan” Di Cola, convertito come il padre, ha pubblicato il libro La cupola d’oro. Viaggio in Iraq sulla via dei Martiri. Il racconto del pellegrinaggio di massa per i 40 anni dell’Ashura, la celebrazione della morte di Ali, cugino e genero di Maometto, dalla Sicilia a Baghdad fino a Najaf e Karbala, le città sante sciite irachene.

I centri fanno parte di «un’ampia rete sciita khomeinista che include cittadini iraniani, pachistani e convertiti italiani», dichiara Giacalone. «Questi attori fanno ampio uso dei social network come Facebook, Instagram e Telegram per diffondere la narrativa e pubblicizzare gli eventi» filo Iran.

Nel giugno dello scorso anno Tarkian, la docente velata, il marito, Abolfazl Emami, religioso iraniano, e l’ambasciatore a Roma della Repubblica islamica, Mohammad Reza Sabouri, hanno partecipato a un evento a Rimini organizzato dall’associazione Identità europea e dalle edizioni il Cerchio. Gli amici dell’Iran hanno parlato di “Gnosi e islam: Percorsi di Conoscenza Interiore”. L’ambasciatore ha elogiato la figura dell’ayatollah Khomeini e la rivoluzione islamica del 1979. Il 26 marzo, dopo quasi un mese di guerra, Sabouri è stato più diretto e pragmatico in un’intervista al sito l’Antidiplomatico, con un velato monito: «Finché l’Italia non parteciperà ad azioni ostili, non sarà considerata un Paese nemico».

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