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Non è protesta: quello di Askatasuna a Torino è terrorismo urbano (e politico)

Non è protesta: quello di Askatasuna a Torino è terrorismo urbano (e politico)

La guerriglia urbana non è una deviazione ma l’essenza di una storia di violenza rivendicata da anni. La presenza di esponenti di AVS segna un punto di non ritorno: la politica smetta di coprire ciò che va chiamato con il suo nome.

Sono più di cento gli appartenenti alle forze dell’ordine rimasti feriti negli scontri avvenuti sabato a margine della manifestazione di Torino. Il bilancio parla di 96 agenti della Polizia di Stato, sette militari della Guardia di finanza e cinque carabinieri contusi nel corso delle violenze. La Procura di Torino si appresta a chiedere al giudice per le indagini preliminari la convalida dei tre arresti effettuati al termine dei disordini esplosi durante il corteo contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna. Tra le persone fermate figura anche un ventiduenne residente in provincia di Grosseto, bloccato in flagranza differita per l’aggressione al poliziotto Alessandro Calista. Il giovane è stato arrestato con l’accusa di concorso in lesioni personali ai danni di un pubblico ufficiale, reato contestato nell’ambito dei servizi di ordine pubblico predisposti per la manifestazione.

Askatasuna e la pianificazione della guerriglia

Non sono state «alcune centinaia di violenti» a deviare una manifestazione altrimenti pacifica. Quanto accaduto a Torino è stato, al contrario, la rappresentazione più fedele e coerente di ciò che Askatasuna è da anni: una realtà che fa della violenza organizzata, dell’illegalità sistematica e della prevaricazione un tratto identitario, praticato e rivendicato senza ambiguità. La guerriglia urbana che ha trasformato interi quartieri in un campo di battaglia non è stata una degenerazione improvvisa, ma l’esito di una pianificazione evidente, studiata per colpire nei punti di maggiore vulnerabilità del dispositivo delle forze dell’ordine. Per modalità operative, obiettivi e intensità, quanto visto rientra nella definizione di terrorismo politico: azioni organizzate e dimostrative, reiterate nel tempo, finalizzate a intimidire lo Stato e a colpire le sue articolazioni, a partire dalle forze dell’ordine.

La zona grigia che normalizza la violenza

Continuare a trattare questi eventi come un problema di semplice ordine pubblico significa rimuoverne la natura reale. Non c’è ingenuità né buona fede in chi ha scelto di scendere in piazza a sostegno di Askatasuna. Anche chi non ha preso parte materialmente alla guerriglia non poteva ignorare storia, metodi e traiettoria di quell’area. Sul piano penale, chi si è limitato a sfilare in corteo non è automaticamente perseguibile; sul piano politico e morale, però, il giudizio non può essere eluso. Partecipare, legittimare, coprire significa alimentare una zona grigia di tolleranza nella quale la violenza prospera. Secondo numerose testimonianze, durante il corteo sono risuonati slogan apertamente odiosi, con riferimenti espliciti anche a Hamas: un contesto che contribuisce alla normalizzazione dell’estremismo.

Dalle sigle alla continuità dell’azione

La violenza vista a Torino non è un incidente di percorso. È il frutto avvelenato di una lunga semina. Gli aggressori non sono “cani sciolti”, ma il prodotto di una radicalizzazione coltivata per anni sotto la copertura di parole d’ordine presentate come conflitto sociale o dissenso democratico. Da almeno vent’anni, sotto le insegne del No TAV, del No Global e più recentemente dei Pro Pal, si susseguono azioni che hanno tutte le caratteristiche della guerriglia contro lo Stato: assalti, devastazioni, incendi, intimidazioni. L’attacco a una sede giornalistica, condotto con modalità che ricordano da vicino le squadracce fasciste, è uno degli episodi più evidenti di una sequenza che smentisce la narrazione delle “minoranze” o delle “frange isolate”.

Il salto di qualità politico

A rendere il quadro ancora più grave è la presenza in piazza di esponenti di Alleanza Verdi e Sinistra. Un fatto politicamente gravissimo, che segna un salto di qualità nella legittimazione di un mondo che nulla ha a che fare con il conflitto democratico. Non si è trattato di presenze casuali o marginali: la partecipazione di rappresentanti di un partito parlamentare a una mobilitazione costruita attorno a una realtà come Askatasuna equivale a una certificazione politica dei suoi metodi e della sua cultura della violenza. Nessuna presa di distanza successiva può cancellare il significato di quella presenza fisica.

Chiamare le cose con il loro nome

Intorno ad Askatasuna continua a gravitare un aggregato di soggetti estraneo alla partecipazione democratica, il cui orizzonte reale è fatto di delinquenza, violenza organizzata e disprezzo per le regole costituzionali. Per questo non sono più sostenibili distinguo. E per questo tutta la politica — in particolare quella che si richiama alla sinistra e all’estrema sinistra — dovrebbe trovare il coraggio di una rottura netta, senza più rifugiarsi nei consueti «sì, però». Perché ciò che è accaduto a Torino non è protesta, non è dissenso, non è conflitto sociale. È terrorismo politico. E come tale va riconosciuto, isolato e contrastato.

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