Due bambine di otto e dodici anni, in Sicilia, che spariscono per 24 ore e vengono ritrovate in un negozio: non era un rapimento (come si temeva) ma una cosiddetta challenge, una sfida vista su YouTube che consisteva nel nascondersi in un esercizio commerciale e trascorrervi la notte. A Modena, pochi giorni dopo, una cinquantina di ragazzi sono entrati in un supermercato, hanno fatto razzia di prodotti, spintonato i clienti e filmato tutto: anche in questo caso pare si trattasse di un cimento social. E vicino a Lodi un quindicenne è morto fulminato dopo essere salito su un traliccio: nel suo telefono è stato ritrovato un selfie scattato da lassù e tra le ipotesi al vaglio della Procura c’è anche quella di una ennesima “sfida”.
Ricominciano le scuole e in classe “esplodono” i cimenti pericolosi: soffocamenti, abbuffate di farmaci, bravate da condividere via social. Chi non partecipa rischia l’esclusione. Perché questa non è soltanto una corsa alle visualizzazioni, è un rito di appartenenza.
La cassa di risonanza dell’emulazione collettiva
«Le sfide emulative sono fenomeni ricorrenti, si tratta di una costante antropologica», dice a Panorama il pedagogista Michele Marangi, docente all’Università eCampus e autore del libro IA, infanzia e algoritmi. Crescere e apprendere nel postdigitale (Edizioni Junior). «Da sempre ci si affronta per dimostrare di avere il coraggio di fare qualcosa che altri non farebbero. La differenza, oggi, è la cassa di risonanza che le tecnologie danno a questi comportamenti. Una volta rimaneva tutto all’interno di un gruppo, di una scuola: oggi se una challenge entra in tendenza, scatta l’emulazione. “La voglio fare anch’io per sentirmi parte del gioco”».
Il rischio non è necessariamente la prova in sé: alcune possono essere perfino benefiche, basti ricordare la prima di cui abbiamo sentito parlare, la “Ice bucket” del 2014, che consisteva nel rovesciarsi in testa un secchio di acqua ghiacciata. Serviva a sensibilizzare e raccogliere fondi contro la sclerosi laterale amiotrofica. Il problema è quando l’amplificazione digitale trasforma un gesto in modello da replicare senza che il giovane che lo guarda abbia gli strumenti per comprendere quali siano le conseguenze.
Il gioco chimico della popolarità
Mattia (nome di fantasia) ha 13 anni, vive a Milano e pochi mesi fa quando non era ancora nemmeno teenager, si è trovato coinvolto assieme a una compagna di classe in un “gioco” che poteva costar loro la vita. Paracetamol-challenge: sfida nata sui social media, in cui gli utenti devono assumere quanto più paracetamolo possibile per dimostrare di riuscire a sopportare una quantità crescente di farmaco senza star male. Tutto per ottenere riconoscimento nel gruppo dei compagni di classe. «Mio zio è un medico, e prima che fosse troppo tardi mi sono ricordato quello che dice sempre, e cioè che tutti i medicinali possono fare molto male se si sbaglia a usarli», ci racconta il ragazzo. «Quindi ci siamo fermati in tempo. L’idea era di filmarci e poi pubblicare tutto su TikTok. Erano gli ultimi giorni della seconda media e volevamo finire l’anno con un’azione che ci facesse diventare più popolari».
In verità, la paracetamol-challenge rischia più che altro di far finire al Pronto soccorso, se non peggio. Il fenomeno è talmente preoccupante che nello scorso mese di maggio, l’Aifa (Agenzia italiana del farmaco) ha lanciato un allarme, richiamando l’attenzione sui fenomeni di «assunzione volontaria e in sovradosaggio di questa sostanza tra gli adolescenti, documentati anche dai dati del Centro antiveleni di Pavia». Del resto, in Europa si sono già verificati casi molto gravi: in Belgio e in Francia nel corso di quest’anno sono stati ricoverati una decina di giovani.
La minaccia invisibile del danno epatico
«Dosi superiori a quelle raccomandate possono provocare danni epatici gravi, anche quando inizialmente non compaiono sintomi evidenti», spiega il professor Giorgio Costantino, direttore del Pronto soccorso dell’Irccs Policlinico di Milano. «Pure gli esami del sangue all’inizio possono essere normali: le alterazioni della funzionalità epatica possono comparire dopo uno-due giorni, assieme a sintomi generici. Se l’intossicazione viene riconosciuta precocemente abbiamo un antidoto, l’acetilcisteina, che può limitare o prevenire il danno. Quando invece l’insufficienza epatica si è ormai instaurata, nei casi più gravi può essere necessario arrivare al trapianto».
A Palermo – la stessa città dove nel 2021 una bambina di 10 anni è morta dopo essersi stretta una cintura al collo per una sfida di soffocamento chiamata “Black out challenge” – Alessia e Gaia (nomi di fantasia), liceali quindicenni, ci raccontano che nelle scuole il fenomeno non è affatto attenzionato. «Di queste cose con i professori non parliamo mai», dicono le due ragazze, che frequentano istituti diversi. «Qualche volta si affronta il tema del cyber bullismo, ma secondo noi gli insegnanti conoscono a stento il fenomeno delle competizioni online, e quindi non sono in grado di parlarcene, di prevenire questi gesti e di comprendere i segnali d’allarme».
Oltre lo scroll e i filtri degli algoritmi
Ovviamente, loro invece li riconoscono eccome. «Il mio algoritmo mi propone contenuti molto diversi, basati sui miei interessi», ci spiega Alessia, mostrando una conoscenza dei meccanismi occulti dei social molto superiore a quella di parecchi adulti. «Ma nonostante questo mi è capitato spesso, ed è capitato anche a miei amici, di imbattermi in video su una vecchia sfida, che si chiama Blue Whale e che spinge all’autolesionismo. Oppure la (pericolosissima, ndr) Chubby Bunny, che consiste nell’infilarsi in bocca il maggior numero possibile di marshmallow, pronunciando la frase “Chubby Bunny” dopo ognuno, senza masticare o ingoiare. Ma io riconosco i rischi e quindi scrollo oltre».
Assieme al saper riconoscere le conseguenze dei propri gesti, scrollare in modo consapevole è una delle abilità fondamentali ormai richieste ai ragazzi per superare indenni il tempo delle challenge. «Queste sfide hanno una caratteristica che attira molto i giovani: sono prodotte da loro stessi, nascono da coetanei», afferma la professoressa Valentina Tobia, associata in Psicologia dello sviluppo all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. «Il ragazzo se le ritrova continuamente nel proprio feed, e proprio a causa dell’eccessiva frequenza finisce per percepirle come qualcosa di normale. Per un adulto una challenge può apparire immediatamente assurda o pericolosa; per un adolescente che ne vede continuamente gli episodi, invece, la percezione del rischio si abbassa».
Il lato oscuro nascosto dietro i like
A questo si aggiunge il fatto che i social media sono ideati in modo da mostrare soprattutto i feedback positivi: like, condivisioni. «Non viene mostrato cosa accade dopo, le conseguenze reali», continua Tobia. «Il Pronto soccorso, la sospensione da scuola, un intervento della polizia. I ragazzi vedono il bello, molto meno ciò che c’è dall’altra parte. E così, anche se sanno in astratto che una certa azione è pericolosa, fanno fatica a coglierne il vero rischio».
Su cosa possano fare i genitori, i professori, insomma gli adulti, il dibattito è aperto. Per Marangi la prima risposta non sta nell’online. «Il fattore protettivo più importante è che il bisogno di appartenenza del ragazzo trovi una risposta anche al di fuori del mondo virtuale», spiega. È importante quindi avere relazioni reali appaganti, amici capaci di dire che una cosa è pericolosa o di intervenire se vedono qualcuno farla. «Il gruppo di pari è un’arma a doppio taglio», continua il pedagogista. «Se tutti fanno la stessa challenge la amplifica, se invece ci si confronta diventa una protezione. E attenzione: togliere il telefono ai ragazzi non è la soluzione giusta».
Servirebbero adulti con competenze digitali, che sappiano cosa sono questi fenomeni, dove si trovano e come funzionano, e che riescano ad aprire un dialogo. Questo significa una cosa che a molti genitori suonerà strana: converrebbe stare sui social un po’ meno per osservare cosa fanno gli altri, e un po’ di più per capire cosa guardano i propri figli. Non per diventare influencer fuori tempo massimo, ma almeno per sapere in che mondo stanno crescendo.
