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Chi era Camillo Ruini, il cardinale conservatore amico di Berlusconi

Chi era Camillo Ruini, il cardinale conservatore amico di Berlusconi
Il Cardinale Camillo Ruini (Ansa)

È morto Camillo Ruini, 95 anni: vicario di Roma, presidente della Cei, eminenza grigia in politica. Una grave perdita in Vaticano (e non solo)

Per diversi decenni è stato uno degli uomini più influenti della Chiesa cattolica. Camillo Ruini ha guidato la diocesi di Roma come vicario pontificio e ha presieduto la Conferenza episcopale italiana, diventando il punto di riferimento dell’ala conservatrice dell’episcopato. Amato alla follia dai cattolici tradizionalisti (che lo hanno sempre visto come bussola con cui orientarsi), fortemente contestato dai progressisti, Ruini era in realtà una figura molto più complessa di come veniva spesso descritta: un uomo cortese e a suo modo sentimentale, ma capace di un rigore pressoché chirurgico nel ragionamento. Tanto che lo storico Giorgio Rumi lo definì un prelato che ragionava «come un arcivescovo tedesco», per indicare la sua lucidità matematica, priva di slanci retorici.

La straordinaria carriera di Ruini

Ruini è mancato martedì 16 giugno a Roma. Aveva 95 anni e un curriculum vaticano con pochi eguali. Ha ricoperto la carica di cardinale vicario per la diocesi di Roma e di arciprete della basilica di San Giovanni in Laterano dal primo luglio 1991 al 27 giugno 2008. Per gli stessi anni, dal marzo 1991 al marzo 2007, ha presieduto la Conferenza episcopale italiana e quella laziale. Ha guidato inoltre la commissione internazionale di inchiesta su Medjugorje e il progetto culturale della Chiesa italiana, e dal 2010 al 2015 il comitato scientifico della Fondazione vaticana Joseph Ratzinger (meglio conosciuto come Benedetto XVI, il pontefice conservatore per antonomasia).

Il legame con Wojtyla e Berlusconi

La visione politica di Ruini nacque da un’eredità precisa, quella di Giovanni Paolo II. Wojtyla, affidandogli la guida della Cei, gli confidò che gran parte dei vescovi italiani non era davvero anticomunista, perché non aveva vissuto sotto il terribile regime sovietico. La logica, per il Papa polacco, era una sola: o noi, o loro. Ruini fece propria quella lezione e la trasformò in linea pastorale, opponendosi a chi riteneva incompatibile con la fede cattolica, anche quando i comunisti avevano lasciato il posto a posizioni favorevoli al divorzio, all’aborto o al matrimonio omosessuale.

Romagnolo di nascita, Ruini divenne quindi il simbolo della chiesa dei valori non negoziabili. Si schierò senza ambiguità contro l’eutanasia, negando i funerali religiosi a Piergiorgio Welby e conducendo una battaglia durissima sul caso di Eluana Englaro. Fu vicino prima a Wojtyla, poi soprattutto a Benedetto XVI, di cui condivideva l’impostazione teologica e culturale. La sua influenza non si fermava comunque ai confini ecclesiali: era considerato una vera e propria eminenza grigia della politica italiana, legato in modo particolare all’ex premier Silvio Berlusconi da un rapporto di amicizia.

L’eredità immortale di Ruini

La Diocesi di Roma, in una nota di cordoglio, lo ha ricordato come il grande tessitore dei rapporti tra Stato e Chiesa, capace di unire la guida pastorale della capitale alla responsabilità di presidente della Cei. Il suo motto episcopale, Veritas liberabit nos, riassumeva la convinzione di dover custodire e difendere un patrimonio di valori cristiani senza nasconderlo. Negli ultimi anni Ruini aveva avuto un avvicinamento alla premier Giorgia Meloni, incontrata durante una messa per Giovanni Paolo II a San Pietro. In un’intervista al Corriere della Sera per i suoi 95 anni aveva infatti espresso un giudizio decisamente positivo su di lei, sia dal punto di vista politico che personale: una conferma di come, fino alla fine, Ruini abbia continuato a leggere la politica italiana con la stessa lente: quella di un fiero conservatore.

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