Per anni ci si è illusi che bastasse cambiare un motore e cancellare un tubo di scappamento per mettere la coscienza ecologica dell’auto al riparo da ogni dubbio. Nel frattempo, mentre il dibattito pubblico continuava a ridurre la svolta verde a una semplice scelta di alimentazione, l’industria dell’automotive ha iniziato a fare i conti con una realtà assai più complessa. La vera partita della sostenibilità non si gioca solo nei metri percorsi a emissioni zero, ma lungo una catena invisibile e lunghissima: parte dall’estrazione delle materie prime, passa per la neutralità dei processi produttivi e arriva fino al nodo, cruciale e ancora irrisolto, del riciclo e dello smaltimento delle batterie a fine vita.
È in questo spazio intermedio, tra l’ideologia delle norme europee e il pragmatismo del mercato reale, che la filiera della distribuzione automobilistica sta ridefinendo il proprio ruolo. Con l’ingresso dei colossi orientali, la trasformazione delle abitudini d’acquisto e un consumatore disorientato tra rincari e dubbi prestazionali, i concessionari smettono di essere semplici saloni espositivi per diventare avamposti culturali e strategici.
Per comprendere meglio come questa transizione stia trasformando non solo le auto, ma la struttura stessa delle aziende del settore, abbiamo analizzato il caso di Renord S.p.A., storica realtà della distribuzione del Nord Italia che nel 2025 ha superato i 415 milioni di euro di ricavi. Il Direttore generale della concessionaria, Patrizia Bolciaghi, ha offerto, a questo proposito, una visione lucida e pragmatica, lontana dagli ideologismi che troppo spesso caratterizzano il dibattito sulla transizione energetica.
La sostenibilità nell’auto viene spesso ridotta alle emissioni zero alla guida. Ma è davvero così semplice?
Non ci dobbiamo più limitare a valutare quanto emette una singola macchina: il problema della sostenibilità dell’automotive è molto più ampio. Va dalla produzione alle emissioni globali, fino al riciclo, al riutilizzo dei materiali e al corretto smaltimento di tutto ciò che non è recuperabile. La vera sfida del settore sarà quindi passare da una logica di zero emissioni allo scarico a una di sostenibilità lungo l’intero ciclo di vita. Lì si giocherà la parte più importante della competitività e della credibilità dei costruttori.
Con un’espansione importante come quella che ha avuto Renord nel 2025, con l’acquisizione di Piemme Car e 50 nuovi collaboratori, come si trasmette la cultura della sostenibilità a tutta l’azienda?
È una delle sfide più significative. L’acquisizione di Piemme Car è un risultato straordinario che, però, comporta responsabilità altrettanto grandi, tra cui quella di garantire che tutte le persone coinvolte condividano i nostri valori e il nostro modo di lavorare. Stiamo cercando di creare una cultura condivisa della sostenibilità, della riduzione degli sprechi e del riuso. Investiamo molto sulla formazione, anche per far sì che questa cultura traspaia in tutto quello che facciamo.
Come si convince l’appassionato d’auto tradizionale che il futuro verde non sacrifica il piacere della guida?
Penso che il modo migliore sia far toccare con mano che innovazione e passione non sono in contraddizione. L’automotive è un mondo che è stato sempre in grande trasformazione, con miglioramenti tecnologici di generazione in generazione che hanno cambiato il modo di guidare senza mai cancellare l’emozione. Facendo provare i veicoli elettrici anche ai più scettici, sono convinta che molti avrebbero la possibilità di apprezzare le qualità di questa tecnologia, tra comfort e prestazioni elevate. A livello prestazionale, peraltro, l’elettrico non ha nulla da invidiare alle tecnologie tradizionali.
Le tecnologie e i costruttori orientali stanno accelerando la transizione. Rispetto alla tradizione occidentale, come si possono integrare due filosofie industriali così diverse?
L’approccio giusto è far convivere le due anime. I costruttori orientali stanno portando sul mercato una straordinaria capacità di innovazione nell’elettrificazione, nei software, nell’integrazione tecnologica. L’industria europea, dal canto suo, vanta una tradizione in termini di qualità costruttiva, sicurezza e tutela dei lavoratori che è impareggiabile. La competizione deve essere fatta ad armi pari. Sul piano economico, l’ingresso di questi nuovi operatori deve generare investimenti e occupazione, con benefici sia per i consumatori sia per tutta la filiera. L’integrazione deve avvenire senza che nessuno venga lasciato indietro.
Quanto la ricerca tecnologica della Formula Uno può tradursi in sostenibilità concreta per l’automobilista comune?
La Formula 1 è da sempre un laboratorio tecnologico dove si sperimentano agli estremi tantissime innovazioni, per poi trasferirle nella mobilità quotidiana. L’ibrido, ad esempio, quando venne introdotto in Formula 1, sembrava dovesse limitarsi a quel settore specifico. Oggi, invece, è uno dei pilastri dell’automobile. A maggior ragione per Alpine, marchio sportivo di cui siamo partner ufficiale e concessionario di riferimento, la sfida è applicare i principi di leggerezza, efficienza, innovazione e piacere di guida della monoposto alle auto che tutti guidiamo.
Cosa significa davvero vincere, in termini di sostenibilità?
La vera vittoria non sarebbe arrivare a vendere solo macchine elettriche, ma riuscire a rendere la mobilità genuinamente sostenibile, accessibile e accettata dalle persone. Il giorno in cui un cliente sceglierà liberamente un veicolo a basse emissioni non solo per senso del dovere, o peggio perché sarà l’unica possibilità rimasta, ma perché quella è la soluzione migliore per le proprie esigenze: quel giorno avremo raggiunto l’obiettivo. A ogni modo, sono convinta che l’elettrico non sia l’unica soluzione. Ce ne possono essere altre, affinché ognuno di noi possa accedere a un prodotto sostenibile e adatto alle proprie necessità.
