Home » Attualità » Un posto da chiamare casa: nel carcere minorile di Bari nasce uno spazio di riscatto

Un posto da chiamare casa: nel carcere minorile di Bari nasce uno spazio di riscatto

Un posto da chiamare casa: nel carcere minorile di Bari nasce uno spazio di riscatto

Quando l’esperienza di Made in Carcere incontra IKEA: un’alleanza che dimostra come il lavoro, la bellezza e la dignità possano trasformare il carcere minorile in un luogo di rinascita.

Mentre il sistema penitenziario italiano è tornato al centro del dibattito pubblico per il sovraffollamento, le condizioni di detenzione e la difficoltà di garantire pienamente la funzione rieducativa della pena prevista dall’articolo 27 della Costituzione, anche gli Istituti Penali per i Minorenni stanno vivendo una fase inedita. Per la prima volta, strutture nate per privilegiare il recupero educativo rispetto alla mera custodia registrano fenomeni di sovraffollamento, mettendo sotto pressione un modello che per decenni è stato considerato un punto di riferimento anche in Europa.

È proprio in questo scenario che acquista un significato particolare Un posto da chiamare Casa, il progetto nato dall’incontro tra Made in Carcere e IKEA. Non una semplice donazione di arredi, ma la dimostrazione di come l’alleanza tra un’impresa sociale e una multinazionale possa contribuire a restituire dignità ai luoghi della detenzione e, soprattutto, alle persone che li abitano.

L’iniziativa, inaugurata presso l’Istituto Penale per i Minorenni “Nicola Fornelli” di Bari, rappresenta l’evoluzione naturale di un percorso che Made in Carcere porta avanti da oltre vent’anni. Molto prima che sostenibilità, economia circolare e responsabilità sociale d’impresa diventassero parole d’ordine, il progetto fondato da Luciana Delle Donne aveva già intuito che il lavoro in carcere potesse essere uno straordinario strumento di inclusione e di riscatto. Non assistenzialismo, ma formazione, responsabilità e produzione di valore.

Oggi quel modello incontra un partner internazionale come IKEA, che ha scelto di sostenere una visione capace di trasformare un gesto concreto – la donazione di arredi – in un investimento sul futuro dei giovani detenuti. È un segnale importante: la responsabilità sociale non si misura solo con le risorse impiegate, ma con la capacità di generare opportunità e cambiamento.

Nel carcere minorile di Bari questa collaborazione prende forma attraverso la realizzazione di uno spazio dedicato alla Pasticceria Le Scappatelle, arredato come una vera casa grazie alla donazione di nuovi arredi IKEA. Qui i ragazzi imparano un mestiere, producono biscotti e sperimentano ogni giorno il valore della cura, della responsabilità e del lavoro condiviso. Perché anche gli ambienti educano e il luogo in cui si cresce può fare la differenza quanto le persone che accompagnano quel percorso.

A rafforzare ulteriormente questo percorso contribuisce anche Enel Cuore, che ha sostenuto l’acquisto di macchinari e attrezzature fondamentali per automatizzare parte della produzione della pasticceria. Un investimento che rende il progetto più solido e sostenibile nel tempo, aumentando la capacità produttiva e distributiva e creando le condizioni affinché l’iniziativa possa continuare a generare formazione, lavoro e opportunità di reinserimento per i giovani detenuti.
Il progetto si inserisce nella più ampia iniziativa Un posto da chiamare Casa, attraverso la quale IKEA, insieme a istituzioni e realtà del Terzo settore, promuove interventi destinati a restituire il senso della casa alle persone più fragili. A Bari questa filosofia incontra l’esperienza di Made in Carcere, dando vita a una collaborazione che unisce responsabilità sociale, sostenibilità ambientale ed economia circolare.

«Finalmente lo spazio del minorile assume sempre più le sembianze di una casa», sottolinea Luciana Delle Donne, ricordando come la bellezza possa diventare uno strumento educativo. Non è un dettaglio estetico, ma una scelta culturale: offrire ambienti accoglienti significa comunicare rispetto e aiutare i ragazzi a immaginare un futuro diverso.
Una convinzione condivisa anche dal direttore dell’Istituto Penale Minorile di Bari, Nicola Petruzzelli, che ricorda come «l’umanizzazione della pena passi attraverso il lavoro, la formazione professionale e l’adeguamento degli spazi di vita dei minori e dei giovani adulti». Un’affermazione che sintetizza il senso più profondo del progetto: il recupero non nasce solo dalle regole, ma anche dai luoghi in cui si vive e si apprende.

In un tempo in cui il carcere è spesso raccontato solo come luogo di emergenza e di sicurezza, Un posto da chiamare Casa propone una prospettiva diversa. Dimostra che il reinserimento non inizia il giorno della scarcerazione, ma molto prima, quando si restituisce a un ragazzo la possibilità di imparare un mestiere, di sentirsi parte di una comunità e di vivere in uno spazio che gli ricordi, ogni giorno, che il suo futuro può essere diverso dal suo passato.

È questa la forza dell’incontro tra Made in Carcere, IKEA ed Enel Cuore: aver dimostrato che anche dietro le sbarre è possibile costruire bellezza, lavoro e speranza. Perché una casa non è soltanto un luogo in cui abitare. È il primo posto in cui si ricomincia a credere in sé stessi.

© Riproduzione Riservata