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Ustica e l’ipocrita giustizia bifronte

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Il relitto dell'aereo di linea DC9 della compagnia aerea italiana Itavia (precipitato vicino all'isola di Ustica, il 27 giugno 1980, facendo 81 vittime) ricostruito nell'hangar di Pratica Di Mare.
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La prua di I-TIGI, il DC-9 della strage di Ustica, si leva verso il cielo durante un decollo
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Il corpo di una delle 81 vittime della strage di Ustica galleggia ripreso dai soccorritori
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Il Generale dell'Aeronautica Lamberto Bartolucci. Imputato e quindi assolto nel processo per depistaggio.
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I-TIGI in fase di decollo in una foto d'archivio
19890612-MILANO. PROCESSO PER L'UCCISIONE DEL MAGISTRATO CACCIA. Gli imputati Placido Baresa (S) e Domenico Belfiore. ANSA ARCHIVIO - A.CAMPISI - M12188 - GLL
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Le vittime della strage di Ustica furono 81, tra passeggeri e membri dell'equipaggio
Un F-104 Starfigter dell'Aeronautica Militare Italiana come quello dal quale partì l'allarme dei piloti Revelli e Nutarelli la sera della strage di Ustica
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Isola d'Elba 14 ottobre 1960. I resti del De Havilland I-AOMU dell'Itavia precipitato sulle alture dell'isola. La compagnia aveva avuto diversi incidenti prima del 27 giugno 1980
Il DC 9 marche I-TIGI che la sera del 27 giugno 1980 si trovava in servizio da Bologna a Palermo

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Il Dc9 caduto a ustica nel 1980


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Salme caricate sull'elicottero a Palermo


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Il relitto del Dc-9 Itavia ricostruito nell'hangar di Pratica di Mare (Roma) in una immagine di archivio


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Salme caricate sull'elicottero a Palermo


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Le prime salme dopo la tragedia del Dc9


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Il relitto del Dc-9 Itavia ricostruito nell'hangar di Pratica di Mare (Roma) in una immagine di archivio
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Il maresciallo Franco Parisi. Di servizio la sera della strage, si è suicidato nel 1995.

Trentotto anni dovrebbero bastare, per ottenere la verità, o almeno per ottenere una sola versione accreditata (e credibile) dei fatti. E invece, nel triste anniversario del 27 giugno 1980, gli 81 poveri morti della strage di Ustica continuano a ballare un’oscena danza macabra tra due verità giudiziarie, entrambe ufficiali ma opposte.

Da una parte, infatti, esiste una sentenza penale definitiva, che risale al 2006: frutto di una lunga istruttoria, di un processo durato 272 udienze con oltre 4mila testimoni, e di 11 perizie affidate a tecnici di grande valore, quella pronuncia della Cassazione ha stabilito che il 27 giugno 1980 il Dc9 dell’Itavia, precipitato nel Tirreno lungo la rotta Bologna-Palermo, non cadde per colpa di un missile ma per una bomba. Alla fine di un procedimento che aveva messo insieme 1 milione e 750 mila pagine di istruttoria, con quella decisione di 11 anni fa i supremi giudici hanno assolto dall’accusa di depistaggio i generali dell’Aeronautica militare italiana, che peraltro avevano rinunciato alla prescrizione.

Dall’altra parte esiste, al contrario, un ginepraio di processi in sede civile che hanno invece avvalorato la tesi del missile. L’ultima è stata una sentenza della Cassazione, pronunciata nel giugno 2017, che ha condannato lo Stato a risarcire con altri 55 milioni di euro i familiari delle 81 vittime. All’opposto dei loro colleghi del penale, i giudici della Cassazione civile si sono convinti (a dire il vero con molte incertezze) che l’incidente del volo Itavia si verificò “a causa dell’operazione di intercettamento realizzata da parte di due caccia, che nella parte finale della rotta del Dc9 viaggiavano parallelamente a esso, di un velivolo militare nascostosi nella scia del Dc9 al fine di non essere rilevato dai radar, e quale diretta conseguenza dell’ esplosione di un missile lanciato dagli aerei inseguitori contro l'aereo nascosto, oppure quale conseguenza di una quasi-collisione verificati tra l’aereo nascosto e il Dc9”.

Il ginepraio è reso ancora più intricato dal fatto che ora la terza sezione civile della stessa Cassazione sta per pronunciarsi sulle dimensioni del risarcimento riservato all’Itavia, la compagnia proprietaria del Dc9, andata fallita dopo il disastro e stabilirà se 265 milioni di euro liquidati dalla Corte di Appello bastano o sono troppi.

Il motivo di questa assurda giustizia bifronte va cercato nei suoi effetti risarcitori: infatti, se la causa riconosciuta della strage è la bomba, la responsabilità di non avere vigilato sulla sicurezza dell'aereo ricade sull'Itavia; se è un missile, invece, la responsabilità cade interamente sullo Stato italiano, che avrebbe dovuto prevenire ed evitare l'evento.
Va detto che da tempo lo Stato si è fatto carico dei risarcimenti: a ogni famiglia degli 81 morti sono stati assegnati 200 mila euro (per un totale di 15,8 milioni) mentre nel 2004 i 141 familiari superstiti hanno ottenuto un vitalizio di 1.864 euro netti mensili rivalutabili, per un totale di altri 31 milioni al 31 dicembre 2014. Si stima pertanto che lo Stato spenda ancora circa 4 milioni di euro l’anno soltanto per i vitalizi.

Ma all’assurdità della giustizia bifronte si aggiunge un altro assurdo, se possibile ancora più grave e politicamente rilevante. Nella scorsa legislatura, i parlamentari della commissione d’inchiesta sul caso Moro hanno scoperto l’esistenza di documenti segreti dai quali emergerebbe con chiarezza la possibilità di un coinvolgimento diretto del terrorismo palestinese nella caduta dell’aereo. Secondo quei documenti, insomma, a far cadere il Dc9 sarebbe stata una bomba che il Fronte di liberazione della Palestina avrebbe piazzato sull’aereo come mostruosa ritorsione per l’arresto di alcuni suoi militanti in Italia.

Carlo Giovanardi, che fino allo scorso 4 marzo è stato senatore, ha più volte chiesto al governo di togliere il vincolo del segreto di Stato da quelle carte, senza mai nemmeno ottenere una risposta. "È davvero assurdo e vergognoso che le nostre istituzioni continuino a parlare del dovere di ricercare la verità su Ustica " dice Giovanardi “quando il primo a nasconderla è proprio il governo italiano".

Quanti altri anniversari serviranno per fare cadere quella scritta “Top secret”?

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