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Crimea, perché Putin non può permettersi di perderla

"Non è possibile che, al pensiero di trovarvi anche voi a Sebastopoli, non abbiate sentito penetrarvi nell'animo il senso di un certo coraggio, di orgoglio, e che nelle vostre vene il sangue non abbia cominciato a scorrere più rapidamente...". Queste parole risalgono al 1855 e sono di Lev Tolstoj, che nei Racconti di Sebastopoli analizza l'assurdità e la vanità della guerra, tratteggiando personaggi che non sono eroi, non sono totalmente buoni né totalmente cattivi.

Lo scrittore russo all'epoca vestiva l'uniforme del soldato ed era nell'esercito che partecipò al tragico assedio di Sebastopoli.  I suoi "nemici" allora erano gli inglesi e i francesi. Oggi il "nemico" dei russi non è più così facilmente identificabile, non viene dall'esterno ma dall'interno, eppure l'attaccamento a Sebastopoli e alla Crimea resta identico. Un'eredità storica e culturale, che fa sì che sia molto difficile per Mosca girarsi dall'altra parte mentre l'assetto politico dell'Ucraina va a cambiare, dopo l'uscita di scena dell'ex presidente Viktor Yanukovich.

Le notizie di cronaca si susseguono veloci. Secondo fonti ufficiali di Kiev le forze russe hanno preso il controllo parziale di due basi missilistiche in Crimea. La prima base è quella di Evpatoria, nell'ovest della Penisola. Intanto a Donetsk torna a sventolare la bandiera giallo-blu di Kiev; la polizia ucraina ha annunciato di avere sgomberato la sede del governo regionale a Donetsk, occupata lunedì scorso da manifestanti filo-russi.

E il capo della diplomazia di Mosca, Sergey Lavrov, da Madrid fa il controcanto al capo del Cremlino, dichiarando che la Russia "non permetterà un bagno di sangue" in Ucraina. Lavrov ha dichiarato che: "Non permetteremo alcun attentato contro la vita e la salute di quelli che vivono in Ucraina, né contro i russi che vivono in Ucraina", ribadendo le parole pronunciate da Putin, ovvero che quelle in azione in Ucraina sono forze di autodifesa create dagli abitanti sulle quali Mosca non ha "alcuna autorità". Giochi di fioretto diplomatici in attesa del referendum sull'indipendenza della Crimea, che non a caso è stato anticipato a metà marzo.

Ma perché Vladimir Putin non può permettersi di "perdere" la Crimea? E per quale motivo non può permettersi di fare una guerra contro l'Ucraina? Le ragioni sono tante. Principalmente storico-culturali, ma anche la fetta della torta economica ha indubbiamente un peso rilevante, nonostante non sia la prima motivazione. 

Il melting pot ucraino. Se c'è un esempio al mondo di multiculturalismo antecedente alla Gran Bretagna, questo è sicuramente quello dell'Ucraina. Qui, nel corso dei secoli si sono stratificate etnie su etnie. Si va dai tartari (o tatari che dir si voglia), a polacchi, lituani, ebrei e, ovviamente, russi, che rappresentano l'etnia più corposa. Ma poi ci sono anche enclave di armeni, rumeni, bulgari e ungheresi. Infine, c'è il popolo degli "invisibili", come li definisce Iryna Kashkey, giornalista bilingue della Radio nazionale ucraina, che in una lettera ai colleghi italiani descrive la vita di tutti coloro che hanno un "sangue misto" e che non sono né ucraini né russi.

Storicamente questo miscuglio di etnie e culture ha sempre convissuto sul filo di tensioni più o meno evidenti, più o meno tragiche, ma con la cessione della Crimea all'Ucraina nel 1954 da parte di Nikita Khruscev le cose per i nazionalisti russi hanno cominciato a cambiare.

La leggenda narra che Khruscev (ucraino) regalò la Penisola di Crimea a Kiev in una notte di folle ubriacatura. Ma non è vero che la Crimea allora era un territorio povero e insignificante, anzi, ha sempre rappresentato un piccolo gioiello, un tesoro per i russi che li avevano le loro dacie. Vodka a parte, la mossa di Khruscev fu motivata dalla necessità di avere più forza all'interno del partito e i voti e il consenso di Kiev, molto potente negli equilibri dell'ex Unione sovietica, erano per lui fondamentali. D'altronde, si era tutti sempre nella grande e forte U.R.S.S., quindi nessun problema. 

Quando però dopo la caduta del Muro l'Ucraina dichiara la sua indipendenza, la Crimea si risveglia e chiede di sganciarsi da Kiev per seguire Mosca. Nel 1992 viene firmato un accordo che sancisce lo status della Penisola come una regione autonoma dell'Ucraina. Autonoma, ma non indipendente. Eppure, la maggioranza della popolazione della Crimea è russa e il richiamo verso Mosca, soprattutto in tempi di crisi economica, si fa sentire. E, allargando lo sguardo a tutta l'Ucraina orientale, la cosa non cambia di molto.

Il 90% dei suoi abitanti parlano russo, e solo il 30% conosce unicamente l'ucraino. In più, in città chiave come Donetsk, dove ci sono industrie pesanti che rappresentano il motore dell'economia ucraina, il sentimento filo-russo (così come la presenza di cittadini russi) è molto forte.

Tra Ucraina e Russia tuttora non esistono barriere doganali, né necessità di visti per lavorare o in un paese o nell'altro. Così, nella Federazione russa vivono e lavorano 3 milioni di ucraini, che contribuiscono regolarmente a sostenere l'economia di Kiev con le loro rimesse. 

Insomma, la Crimea e una gran parte dell'Ucraina orientale rappresentano per Mosca il sogno di un pan-slavismo mai realizzato. Ed è per questo che intellettuali come Eduard Limonov (visionario nazional-bolscevico) chiamano i loro seguaci alle armi per "difendere" Sebastopoli, esattamente come Lev Tolstoj più di un secolo e mezzo fa.

Il nodo strategico-militare. Il porto di Sebastopoli è la culla della super flotta russa. Nel tratto di costa che va da Anapa e Sochi all'Ucraina e che è lambito dalle acque del mar Nero, l'unico approdo militare per i russi è Sebastopoli. Il porto di Novorossiysk (in territorio russo) è sì imponente, ma è già tutto occupato in un'ottica commerciale e dovrebbe essere ristrutturato completamente per soddisfare le necessità militari di Mosca. Ecco perché Sebastopoli diventa fondamentale. Se la flotta russa fosse costretta a lasciarlo, a Mosca resterebbe solo Tartus, in Siria, come base portuale al di fuori delle ex Repubbliche sovietiche, e questo per il Cremlino comporterebbe un serio problema di isolamento.

Gas e politica vanno a braccetto. Da un punto di vista strettamente economico, è l'Ucraina ad aver bisogno della Russia più di quanto la Russia abbia bisogno dell'Ucraina, ma la questione dei gasdotti è forse l'unica arma in mano al governo di Kiev per far riconsiderare a Mosca l'idea di un intervento militare nella parte orientale del Paese. Il gas che passa per l'Ucraina e che così raggiunge i "clienti" europei di Mosca è circa il 60% delle vendite ai Paesi dell'Unione europea. Era dell'80% qualche anno fa, prima che entrasse in attività il gasdotto Nord Stream. Il peso dei gasdotti che attraversano l'Ucraina si ridurrà ulteriormente in futuro, quando sarà completato il progetto South Stream, ma al momento i lavori non sono ancora cominciati e i tempi sono lunghi. 

L'Ucraina ha un debito insoluto con la Russia di circa 2 miliardi di dollari, per non aver pagato le sue bollette nonostante un prezzo scontato che fissa a 260,5 dollari per mille metri cubi di gas l'interscambio con Mosca. Tanto per avere un'idea, la Germania e l'Italia per la stessa quantità di gas pagano tra i 320 e i 350 dollari, a seconda dei contratti. Oltre al debito, quindi, Mosca non può ragionevolmente iniziare una guerra contro l'Ucraina e "riprendersi" la Crimea perché rischia di vedersi chiudere i rubinetti verso l'Europa. Sarebbe la prima ritorsione del governo di Kiev, che sa bene che l'economia di Mosca si basa sulle risorse energetiche, e non poter contabilizzare la vendita di gas al mercato europeo metterebbe la Russia in ginocchio. 

Se da una parte Vladimir Putin non può quindi permettersi di "perdere" la Crimea per ragioni che affondano le loro radici negli abissi della Storia e dell'animo russo, dall'altra parte un intervento militare nella Penisola che è territorio ucraino rischierebbe di assestare un durissimo colpo all'economia russa. Per quesro, probabilmente, il capo del Cremlino ha cercato di congelare la situazione, in attesa di vedere cosa succederà a metà marzo, quando si terrà il referendum in Crimea. Intanto, Barack Obama sostiene di non credere alle sue "buone intenzioni", e l'idea di sanzioni economiche contro Mosca è ancora nell'aria, ma difficilmente la Russia le accetterà senza contrattaccare, con alle spalle l'alleato cinese. 

Insomma, la partita sarà lunga, e per vedere qualche cambiamento concreto dovremo aspettare una decina di giorni, quando a Simferopoli si apriranno le urne. 

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