battaglione azov
Membri del Battaglione Azov a Kiev. A destra, l'italiano Francesco F. (Getty - Biloslavo).
Dal Mondo

Il camerata italiano sul fronte ucraino

Panorama ripubblica un reportage uscito otto anni fa, ancor oggi di un'attualità sconcertante. Racconta la storia di un italiano che si era unito al Battaglione Azov, la forza paramilitare neonazista accusata nel 2016 dall'Osce di uccisione di prigionieri, di occultamento di cadaveri in fosse comuni e di uso sistematico di tecniche di tortura. Ora unità militare regolare inquadrata nella Guardia nazionale, è per lo più composta da volontari ucraini di estrema destra, affiancati da ultrà provenienti da vari Paesi europei, come l'italiano qui intervistato. Negli ultimi giorni, gli «uomini neri» accusati di crimini di guerra da Amnesty International sono tornati sotto i riflettori perché stanno combattendo a Mariupol, la città messa sotto assedio dall'esercito russo.


Come ai tempi della guerra di Spagna, oggi a Kiev accorrono volontari da tutta Europa per combattere nelle brigate internazionali. In prima fila contro i russi, un ex manager toscano vicino ad Avanguardia nazionale.

«Sulle barricate di piazza Maidan ero come ET, che ritrova “casa” al fianco dei nazionalisti ucraini». A raccontare il suo incontro ravvicinato con la rivoluzione di Kiev è l’italiano Francesco F., 53 anni. «Dopo l’annessione della Crimea e l’esplosione dell’Est» prosegue con il suo accento toscano «non potevo abbandonarli di fronte alla minaccia russa. Per questo ho scelto di arruolarmi e combattere».

Nome di battaglia Stan, laureato in legge, negli anni Settanta Francesco militava nell’estrema destra prima con Avanguardia nazionale e poi con il Fronte della gioventù. In seguito è diventato un manager giramondo. Due anni fa è sbarcato in Ucraina a vendere materie prime. Ma lo scorso gennaio a Kiev è rimasto folgorato dalle «centurie» di Pravy sektor, i camerati ucraini schierati sulle barricate di piazza Maidan.

Inseparabile basco nero, mimetica e kalashnikov a tracolla, Panorama lo incontra nella base del battaglione Azov a Berdyansk, nell’Ucraina orientale a 100 chilometri dal confine russo. Reparto ultranazionalista, è composto ufficialmente da «volontari per la difesa territoriale» fedele a Kiev e sotto il cappello del ministero dell’Interno. In prima linea contro i ribelli filorussi, li chiamano «uomini neri» per il colore delle divise e la provenienza dall’estremismo di estrema destra ucraino ed europeo.

«Altro che le sprangate (o al massimo qualche pistolettata) degli anni Settanta» spiega Francesco. «Questa è una guerra, con combattimenti casa per casa, cecchini e granate». Il battaglione è formato da 250 uomini, compreso un pugno di stranieri, avanguardia della «Legione internazionale» che si sta formando con l’arrivo di svedesi, francesi, inglesi, croati e pure russi.

Per l’Italia, Francesco è una specie di apripista, anche se i camerati di casa nostra sono in gran parte schierati con Vladimir Putin, il nuovo zar del Cremlino, padrino dei secessionisti ucraini. In molti, a destra, vedono in Putin il portabandiera di valori come «Dio, patria e famiglia», ma anche una barriera anti Ue e un argine allo strapotere Usa.

«Non siamo mercenari, ma volontari senza un soldo di paga, che combattono per una giusta battaglia. Gli arruolati europei ora sono 12, altri 24 sono in arrivo. Ogni giorno scarico dalla mail decine di richieste soprattutto da paesi come Finlandia, Norvegia, Scandinavia» assicura il francese Gaston Besson, che incontriamo in piazza Maidan a Kiev. Ex parà, veterano di cinque guerre dalla Birmania al Suriname fino alla Croazia, dove negli anni Novanta comandava una brigata internazionale di 500 uomini.

Classe 1967, occhi verdi, ferito tre volte, zoppica un po’: «A combattere sul fronte dell’Est volevano venire anche altri italiani, ma li abbiamo respinti perché non avevano preparazione militare ed erano troppo esaltati». Dal 16 giugno Besson ha lanciato via Facebook l’appello «a tutti i volontari stranieri» per arruolarsi. «Nessuno viene pagato» spiega l’ex parà. «Per arrivare si comprano il biglietto da soli. Iniziano l’addestramento a Kiev, poi vanno al fronte. La selezione è molto dura. Non vogliamo fanatici, drogati o alcolizzati».

Il bando in rete non lascia dubbi: «Troverete solo problemi, guerra, avventura e forse la morte. Ma di sicuro grandi ricordi e amici per una vita». All’adunata, gli «uomini neri» si schierano con il balaclava che copre il volto per timore di rappresaglie in caso di riconoscimento. Francesco è circondato da ventenni, che lo chiamano «Don» o «zio». All’ordine del comandante corrono verso un pulmino scassato, che li porta al poligono. Francesco imbraccia il kalashnikov accanto a un volontario svedese con bicipiti da culturista che ostenta un tatuaggio dedicato a Odino, il dio della vittoria.

Un telefonino riproduce l’inno dell’unità, «Morte ai nemici», martellante brano rock nazionalista. Le ola di insulti a Putin si sprecano. «Stanno arrivando i finlandesi e altri volontari baltici, che temono di essere la prossima preda dei russi» rivela Francesco, che al poligono corre e spara, cambiando il caricatore. Si sono arruolati pure gli ultrà del calcio, che al giuramento indossavano maglie nere con croce celtica e teschio del «club dei ragazzi bianchi» della Dinamo Kiev. Molti ucraini hanno il mito dell’impero romano.

Cesare, nome di battaglia di un giovane combattente ferito in piazza Maidan, non ha dubbi: «L’ho scelto perché i romani erano fighi. Questa è una battaglia per l’Europa e l’Ucraina è sempre stata una barriera contro le invasioni dall’Est». In realtà l’Assemblea socialnazionale, il gruppo politico, costola di Pravy sektor, che ha fondato il battaglione, vuole un’Ucraina né con l’Unione europea, né con la Nato.

Il 13 giugno gli uomini neri hanno avuto il battesimo del fuoco riconquistando Mariupol, la città costiera sul mare d’Azov, occupata dai filorussi. «Altro che soldi della Cia: ci mancava la benzina e un camion si è guastato. Sembravamo l’esercito di Franceschiello, ma abbiamo combattuto per tre ore» ricorda Francesco con il volto semicoperto. Per sfondare le barricate filorusse avevano un’arma segreta: «Il tanko, un camion della nettezza urbana trasformato in corazzato con una mitragliatrice pesante che sparava a raffica».

In prima linea c’è il cecchino svedese Mikael Skillt, uno dei pochi a viso scoperto. Membro del Svenskarnas parti (movimento etnico nazionalista), ex soldato, ha una taglia dei filorussi sulla testa di 5 mila euro, che da queste parti sono oltre un anno di paga media. «Se vogliono, che vengano a prendermi» lancia la sfida il biondo vichingo. «Combatto contro gli idioti che credono a Putin. A Mariupol un cecchino voleva colpirmi da una finestra. Dopo averlo individuato, ho atteso fino a quando non si è esposto. Poi ho tirato il grilletto».

È appena arrivato anche un altro svedese: rasato a zero, fisico muscoloso, abiti neri. «Sono venuto ad addestrarvi alla tattica più difficile: la guerriglia urbana» arringa il battaglione con piglio da ufficiale. «Vi mostrerò come penetrare in un edificio per espugnarlo e, se sarete fortunati, come uscirne vivi». A Mariupol sono stati catturati 25 filorussi. Scortato da due miliziani, passa un prigioniero. Scalzo, in mutande, incappucciato, polsi ammanettati dietro la schiena: un rivolo di sangue gli cola dalla testa, sulle spalle ha delle abrasioni. Ma almeno non è stato passato per le armi, come qui capita da entrambe le parti.

Il battaglione, sotto il controllo del ministero dell’Interno di Kiev, è accusato di simpatie neonaziste. Il simbolo sulla bandiera, «Idea nazione», ricorda quello del gruppo di estrema destra italiano Terza posizione e somiglia alla runa dente di lupo, stemma della divisione SS «Das Reich». I giovani ucraini citano il fondatore del futurismo, Filippo Tommaso Marinetti, e Gabriele D’Annunzio. In onore di Francesco hanno inneggiato a Benito Mussolini e a Stepan Bandera, controverso «eroe» ucraino durante la Seconda guerra mondiale alleato del Terzo Reich.

Pure la mascotte del battaglione, il gatto Azov, è nero. «Siamo ultrà nazionalisti, non nazisti» spiega Francesco. «Certo non rimpiangiamo la Russia stalinista». Aggiunge il francese: «Siamo anticomunisti, ma lo spirito è lo stesso delle brigate internazionali che combattevano in Spagna negli anni Trenta. «Tatuaggi e simbologia sono da “cattivi ragazzi”, ma la vera battaglia è per l’Ucraina unita e indipendente». Se finiscono vivi nelle mani dei filorussi, i tatuaggi fascisti vengono loro estirpati con il coltello fino agli organi vitali. I volontari alloggiano in spartane baracche su palafitta.

«Certo non hotel a cinque stelle» osserva Francesco. «A casa nel Nord-Ovest ho un figlio. E mia moglie, che viene da un Paese un tempo oltre la cortina di ferro, capisce la mia scelta». In prima linea Francesco, che ha perso 20 chili, giura di aver ritrovato se stesso. La sua famiglia vive con il frutto della vendita delle azioni di quand’era manager. In Italia, dove è tornato in licenza il 21 giugno per un evento su Avanguardia nazionale, la polizia l’aveva già cercato. «Sono restato tranquillo per 20 anni e pure ora non compio reati. In Ucraina ho ricominciato a fare quello che predicavo un tempo, allineando il pensiero all’azione. Sparo e ammazzo prima di farmi uccidere, ma senza odio neppure per i separatisti. Un uomo non può dirsi tale se non ha provato la guerra».


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