Trump censurato sui social network e lo "scandalo" dei vaccini di Modena

Saranno i disastrosi effetti collaterali del Covid sulla psiche, chissà. Ma da qualche giorno la maggior parte dei quotidiani italiani segue una linea che ha caratteri intrinseci intimamente anomali, irrazionali, se non (per l'appunto) venati da psicopatologia.

Il primo riguarda la censura imposta da Facebook e altri social network al presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. È evidente che, con l'incitamento alla marcia dell'Epifania su Capitol Hill, Trump ha fatto l'errore più tragico della sua vita politica. Lo pagherà caro, con possibili messe in stato d'accusa, forse con l'allontanamento preventivo dalla Casa bianca, e probabilmente subirà procedimenti giudiziari. Ma com'è possibile l'impazzimento di una società democratica che ora gli nega la libertà d'espressione? Non bastavano i giornalisti e i conduttori televisivi che nelle ultime settimane, di comune accordo, avevano deciso e stabilito di chiudergli i microfoni appena pronunciava le parole «frode elettorale», giustificando quella vergognosa censura preventiva con la frase preconfezionata: «Il presidente sta facendo affermazioni non corrette». Una vera assurdità, eppure anche noi c'è stato fior fiore di giornalisti (l'ex direttore del Corriere della Sera, Paolo Mieli!) che hanno applaudito a quella scelta profondamente illiberale. L'unica arma corretta che ogni cronista ha, di fronte a quella che ritiene una palese falsità, è l'obiezione. Chiudere il microfono o tagliare la parola ha un altro nome: censura. La praticano in Cina, nella Corea del Nord e in tutti gli Stati totalitari.

Ora, però, anche Facebook e gli altri social network hanno deciso e stabilito che Trump non abbia più diritto di parola. E molti giornali italiani plaudono a questo nuovo passo all'ingiù sulla scala dei diritti civili e politici. Sono pochi quelli che protestano per quella evidente, palese, indecorosa censura. E dev'essere per forza effetto del coronavirus, perché nessuno oggi ricorda che quegli stessi social network, per quasi un decennio, sono stati lo strumento privilegiato e il brodo di coltura del terrorismo islamico. Su internet trovavi migliaia di lezioni di cattivi maestri dell'integralismo islamico, una continua azione di reclutamento e indottrinamento. C'erano addirittura lezioni sul confezionamento delle bombe, online. Eppure nessuno ha mai pensato di censurarle. Oggi, invece, Facebook chiude la parola al presidente degli Stati Uniti d'America. Ammetterete che c'è qualcosa di vagamente paradossale, in questo.

Un altro sintomo di impazzimento, più piccolo se volete, ma non meno inquietante, riguarda la storia dei sei vaccini che nella tarda serata del 7 gennaio alcuni sanitari dell'ospedale di Baggiovara di Modena hanno somministrato a propri familiari, dopo aver cercato inutilmente di trovare medici, infermieri e altri destinatari. La vicenda è divenuta caso nazionale, ha riempito i quotidiani e invaso i telegiornali, che hanno gridato allo scandalo. Il commissario straordinario Domenico Arcuri ha dichiarato che «siamo di fronte a un reato supremo contro la salute, che va contro la morale». La magistratura ha aperto un'inchiesta.

Ma dov'è lo scandalo? Si trattava di sei dosi residue di vaccino, sulle 1.100 da iniettare quel giorno, rimaste da inoculare perché i destinatari non si erano presentati all'appuntamento. Alle 21 di sera, c'era una sola alternativa, banalmente: si poteva buttarle via oppure somministrarle alle prime persone disponibili. E così è stato fatto, giustamente. L'opinione pubblica, invece, è stata ancora una volta incitata alla riprovazione, all'odio. I social network (in questo caso, ipocritamente, senza che si provvedesse ad alcuna censura) hanno massacrato i poveri sanitari modenesi.

Tra i pochissimi a protestare per questo palese impazzimento della ragion comune è stato Carlo Giovanardi, ex senatore del centrodestra e a sua volta modenese: «Ho cercato senza fortuna», ha detto Giovanardi, «posizioni altrettanto dure di Arcuri quando il presidente della Regione Campania, De Luca, si è vaccinato saltando la fila. Ho cercato qualche autocritica di Arcuri per i tanti buchi nell'acqua della sua gestione. Invece, come sempre in Italia, tutto finisce in mano alla magistratura, cui si chiede di verificare di quale terribili reati si sia macchiato il volontario che, dopo aver trovato a quell'ora in ospedale cinque altri sanitari da vaccinare con le 11 dosi residue, ha destinato quelle che erano rimaste ai famigliari invece che al bidone dei rifiuti».

Logico, inoppugnabile. Il commissario Arcuri, che effettivamente in più casi non ha dato segni di particolare efficienza, avrebbe potuto criticare la disorganizzazione dell'ospedale per la sua incapacità di prevedere un più elevato numero di soggetti cui inoculare il vaccino, magari individuando un certo numero di «riserve». Ma che cosa c'è di male nel decidere di non sprecare quei preziosi vaccini alla fine di una giornata? La stessa direttrice sanitaria della Asl di Modena, più ragionevolmente, ha parlato di «un episodio spiacevole, ma fatto in buona fede».

Eppure, tanti giornali hanno seguito la linea tracciata da Arcuri, condannando senza appello i sanitari modenesi. Troppi. Per questo viene da pensare che il Covid faccia male non soltanto ai polmoni, o ai reni. Ma anche alla testa.

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