Si fa presto a dire No-Triv: l'Italia ha ancora bisogno di gas

Ci risiamo. Ancora una volta Movimento 5Stelle e Lega hanno dovuto approdare a un compromesso che lascia una lunga scia di polemiche. Il tema è quello delle trivelle: con il decreto Semplificazioni il governo ha stabilito il blocco per 18 mesi dei permessi per la ricerca di idrocarburi, scontentando sia l’anima ambientalista dei grillini, che voleva una linea più dura contro le fonti fossili, sia i leghisti, che vedono nello stop alle prospezioni un danno per le imprese e l’economia. Sul tavolo della trattativa le due parti hanno buttato argomenti forti: da una parte gli obiettivi di riduzione delle emissioni di anidride carbonica e i pericoli per l’ambiente (anche per l’utilizzo da parte di chi cerca nuovi giacimenti dell’«airgun», una tecnica che danneggerebbe la fauna marina) e, sull’altro piatto, le migliaia di posti di lavoro a rischio nel ravennate, dove si concentra l’industria italiana dell’estrazione, gli investimenti che sfumano, la maggiore dipendenza energetica. Ma al di là di questi argomenti più o meno strumentali, sullo sfondo resta un interrogativo fondamentale: l’Italia può rinunciare alla ricerca di nuovi giacimenti di gas e di petrolio? In altre parole, estrarre altro greggio o metano davanti alle nostre coste va solo a beneficio delle multinazionali o serve davvero al Paese?

Mettendo in fila un po’ di numeri e di fatti, si scopre che bloccare la ricerca di nuovi giacimenti non sembra proprio una buona idea, anche per chi vuole una rapida conversione alle fonti rinnovabili.

1 Quanti pozzi sono attivi in Italia?

Sono in funzione circa 750 pozzi e 120 piattaforme in mare. L’Italia è uno dei Paesi europei con le maggiori riserve petrolifere e di metano. Il primo a estrarre greggio fu nel 1905 un imprenditore piacentino, Luigi Scotti, a Fornovo Taro (Parma). Spetta invece all’Agip la scoperta, tra 1944 e 1946, nel lodigiano del più importante giacimento di gas nell’Europa Occidentale.

2 Quando si parla di ricerca di idrocarburi nel Mar Ionio e nell'Adriatico, si va a caccia di gas o di petrolio?

Nell’Adriatico si cerca il gas mentre nello Ionio soprattutto petrolio. Uno dei vantaggi del metano rispetto al greggio è che, in caso di perdite, il gas si disperde nell’aria e non inquina il mare. Nel caso del petrolio, c’è da chiedersi se è più sicuro avere propri pozzi o un traffico di petroliere che vanno e vengono da altri Paesi.

3 Quante tonnellate di idrocarburi consuma l’Italia ogni anno?

Nel 2018 abbiamo consumato 61 milioni di tonnellate di petrolio e 72 miliardi di metri cubi di gas, pari a 59 milioni tonnellate equivalenti petrolio (tep). «Sono consumi abbastanza stabili» dice Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia. «Ma aumentano le importazioni, perché cala la produzione interna. La russa Gazprom nel 2018 ha raggiunto un nuovo record di esportazioni di gas verso l’Italia con 30 miliardi metri cubi, il 41 per cento dei nostri consumi». Complessivamente importiamo il 93 per cento di petrolio e di gas.

4 A che cosa serve il petrolio e il gas che usiamo in Italia?

«Il petrolio soddisfa il 97 per cento dei consumi del settore trasporti» risponde Tabarelli. «Ma il petrolio serve anche per fare l’asfalto, i lubrificanti, i prodotti chimici, la plastica, il cherosene per far volare gli aerei. Il gas viene utilizzato per produrre quasi metà della nostra elettricità. Poi riscalda le case: l’80 per cento dei consumi per riscaldamento vengono dal metano». 

5 È vero che il gas è utile per la transizione energetica verso le fonti rinnovabili?

«La flessibilità dei sistemi elettrici» spiega Laura Cozzi, Chief energy modeller all’International energy agency (Iea) «è la parola d’ordine per una transizione verso le rinnovabili, per assicurare che le luci rimangano accese sempre (anche quando non c’è vento e sole) e per assicurare che i costi della transizione siano contenuti. La produzione di elettricità con il gas, per le sue caratteristiche tecniche e di esercizio, è quella che meglio può rivestire il ruolo di complemento ed integrazione delle oscillazioni di produzione date dalle fonti di produzione elettrica rinnovabili non programmabili. Ed è per questo motivo che al 2030 prevediamo ancora circa il 20 per cento della produzione a gas in Europa, valore sostanzialmente stabile rispetto ai livelli attuali». Aggiunge Andrea Ketoff, direttore generale di Assomineraria (Confindustria): «A causa del suo impatto ambientale molto ridotto e della sua disponibilità sul mercato, il gas naturale è la fonte energetica ideale per l’uscita del carbone dalla produzione elettrica e per la sostituzione di parte dei combustibili liquidi da petrolio». Quindi rinunciare alla ricerca di metano ora non sembrerebbe molto saggio.

6 In base agli studi più affidabili e seri, quale quota possono raggiungere le fonti rinnovabili nei prossimi anni?

Secondo Cozzi dell’Iea, «l’Europa arriverà a contare nel 2030 sul 55 per cento di generazione elettrica da fonti rinnovabili, soprattutto eolico e solare. Nell’arco della prossima decade, il settore elettrico vedrà una trasformazione senza precedenti con un declino di carbone e nucleare, e la generazione eolica che giungerà ad essere la prima tecnologia di produzione elettrica in assoluto nel vecchio continente». Per quanto riguarda l’Italia, la Proposta di piano nazionale integrato per l’energia e il clima messo a punto negli ultimi giorni del 2018 dai ministeri dello Sviluppo, dell’Ambiente e delle Infrastrutture, indica per il 2030 questi obiettivi per le rinnovabili: 55,4 per cento di quota nel settore elettrico; 33 per cento nel settore termico (riscaldamento e raffrescamento); 21,6 per cento nei trasporti grazie a biocarburanti, biometano e l’aumento dei veicoli elettrici in circolazione. «Non sono obiettivi irrealistici» commenta Tabarelli, «ma occorre ridurre i consumi di energia, e speriamo che questo non accada troppo in fretta, come nell’ultimi decennio, perché vorrebbe dire altra decrescita». 

7 Si può immaginare che un Paese come l'Italia possa ricavare tutta l'energia di cui ha bisogno, anche per i trasporti, dalle fonti rinnovabili?

«Nei prossimi 30 anni no» è la risposta, tranchant, di Tabarelli. Mentre Ketoff di Assomineraria argomenta: «Si può immaginare tutto, ma il fabbisogno energetico continuerà per molti decenni ad essere composto da un mix di elettricità e combustibili, liquidi e gassosi. Non solo per i trasporti ma anche per gli usi civili, e soprattutto per tutta l’industria pesante. Si consideri anche il problema della densità delle fonti, e quindi di occupazione di spazio, che nel caso delle rinnovabili può rivelarsi in forte competizione con altri usi del territorio». 

8 Frenare la produzione nazionale di idrocarburi potrebbe favorire una più rapida conversione dell'Italia alle energie rinnovabili?

«No, le due cose sono scollegate. Se non li produciamo qua, li prendiamo all’estero aumentando la dipendenza da altri Paesi» dice Tabarelli. Concorda Laura Cozzi dell’Iea: «Nel 2017 la produzione nazionale di petrolio e gas naturale è riuscita a coprire appena il 7 per cento della domanda di idrocarburi. Rallentare tale contributo potrebbe difficilmente avere un impatto decisivo in termini di sviluppo di energie rinnovabili nel Paese. Dall’altro lato, potrebbe determinare una più elevata dipendenza dalle importazioni, esponendo così l’Italia alle dinamiche dei mercati internazionali».

9 Il gas prodotto in Italia costa di più o di meno di quello importato?

«Costa molto, molto meno» risponde Tabarelli. «Il gas importato a fine gennaio 2019 costa 24 centesimi di euro a metro cubo, produrlo in Italia fra i 3 e i 5 centesimi. Ma il problema è che i consumatori pagano il gas in base ai prezzi internazionali legati ai principali mercati: è un meccanismo che va cambiato».

10 Estrarre petrolio o gas in Italia è pericoloso per l'ambiente?

Molto meno che portarli dall’estero, via tubo o via nave. Vi ricordate qual è stato il più grave disastro ecologico nel Mar Mediterraneo? Non fu provocato da un pozzo petrolifero o dalla rottura di oleodotto: fa causato nel 1991 dal naufragio della petroliera Haven davanti a Genova. Se continuiamo a consumare petrolio, il rischio maggiore arriva dalle navi che lo trasportano, più che dai pozzi.

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