Trieste
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Trieste e la sua scontrosa grazia

Dalla classifica delle città più dimenticate d’Italia, alla numero uno per qualità di vita. Trieste è fatta così: sa stupirti da un momento all’altro. Senza preavviso. Dei contrasti che convivono, ha fatto da sempre la sua cifra. Da poco turistica che era, a destinazione da scoprire ad uso e consumo dei globe trotter che si taggano nei caffè storici che richiamano l’Austria-Ungheria, fino ai numeri uno dell’outdoor di tutta Europa, che ogni anno si danno appuntamento, in gennaio, per la Corsa della Bora.

Una scoperta, per molti. Eppure Trieste è immutata nel fascino da quando era il centro di scambi come affaccio sul mare dell’Impero: bisognava soltanto che qualcuno se ne accorgesse. Materia prima di un melting pot culturale fin dall’anno mille, con quattro mandati di un sindaco visionario come Roberto di Piazza, è diventata un gioiello, sorpassando a destra la patinata Milano di Beppe Sala, che si posiziona quest’anno al secondo posto.

Il sole 24 ore, nella storica e inflessibile top list delle città italiane dove si vive meglio, ha piazzato al primo posto la città di Freud, di Svevo, di Magris e Margherita Hack, ma anche quella della Barcolana, storica regata autunnale, dei caffè letterari dove un caffè si ordina in 100 modi differenti e dove il cappuccino si chiama caffelatte, delle Osmize sul Carso e delle messe di Natale dove Cattolici e Greco-Ortodossi celebrano insieme. Il tutto senza bisogno degli influencer.

Una città, Trieste, dove nelle vetrine del centro come Rosi Serli o Griffe, lo stile ha la meglio sulla moda, dove gli incontri al ristorante si fanno più facilmente all’ora di pranzo che all’ora di cena, dove i Freccia Rossa fanno finta di esserci e dove se ci vai, significa veramente che ci vuoi andare. A Trieste non ci finisci per caso e nemmeno di passaggio: è forse per questo che chi ci viene a vivere è felice di starci. Una scelta, Trieste, non certo una comodità. E chi arriva per un week end, torna a casa con la sensazione che l’appetito vien mangiando. Se hai vissuto la città di mare, rimani incuriosito dal Carso, se ne hai apprezzato le chiese di tutte le religioni, vorrai goderti l’opera, la commedia o il balletto nei numerosi teatri del centro storico.

Per non parlare della cucina: gli gnocchi di susina o di albicocche introvabili altrove, gli spaghetti alla busara di Franco Zulian o i cevapcici alla griglia, il panino coi bolliti di Pepi in piazza della Borsa già dalle 9 del mattino invece della brioche, la lubjanska che batte la milanese 1 a 0 e la jota: zuppa tipica e acidula che se prendi a morsi un triestino qualsiasi esce al posto del sangue. Se Milano è da bere, Trieste è da gustare.

Perfino le proteste dei no vax hanno trovato modo di distinguersi. Tutto puoi fare ai triestini, tranne smontarli sulle loro posizioni: quando in un negozio non hanno ciò che chiedi ti rispondono “volentieri”. Per anni sono rimasto in attesa senza capire che il significato fosse “vattelo pure a comprare altrove”.

La chiave di lettura di Trieste non è facile, non esiste un manuale di istruzioni: quando ci ho messo piede la prima volta all’età di tredici anni, era la prima volta che trascorrevo più di una notte fuori casa. Visitando il castello di San Giusto venni sorpreso dalla bora- impreparato- ma fu una sorta di colpo di fulmine o una premonizione: sapevo che quella gita scolastica sarebbe stata una sorta di sliding door. Eppure di ricordi dettagliati ne ho ben pochi: era più questione di aria che si respira, di sensazioni andando in giro, di scorci capaci di sorprenderti di salite ripidissime e di un mare che sembra chiudersi, mentre in realtà ti sta solo abbracciando. Ho capito che certe cose di Trieste o dei triestini non bisogna nemmeno sforzarsi di capirle: vanno amate così come sono.

Solo vent’anni dopo, quando ho deciso di farmi adottare, sebbene part time, da un luogo così poco considerato à la page, dove gli amici fanno fatica a mettersi in viaggio per venirti a trovare (ma quando arrivano poi li devi rispedire a casa con le cannonate, perché non se ne andrebbero più) ho compreso lo spirito autentico e ammaliatore di questa città che Umberto Saba ha saputo descrivere meglio di come potrei fare io o chiunque altro. E che oggi come ieri ne sintetizza l'essenza: “Trieste ha una scontrosa grazia, se piace è come un ragazzaccio aspro e vorace con gli occhi azzurri e mani troppo grandi per regalare un fiore”.

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