Tfr in busta paga, perché l'operazione rischia il flop

Alla fine, il progetto di dare il Tfr sulla busta paga è entrato nella Legge di Stabilità. Come annunciato da tempo dal premier Matteo Renzi, nel 2015 milioni di lavoratori italiani avranno la possibilità, probabilmente da febbraio, di farsi pagare direttamente sullo stipendio le quote di salario (circa il 7% del totale) che vengono accantonate da sempre per la liquidazione e che si chiamano appunto Tfr-trattamento di fine rapporto.


Tfr in busta paga, i vantaggi e gli svantaggi


Questa misura farà crescere indubbiamente le retribuzioni ma potrebbe nascondere una polpetta avvelenata per i lavoratori, tanto da spingerli tenersi il Tfr così com'è, senza averlo sulla busta paga. Secondo le indiscrezioni che circolano in queste ore, in attesa di leggere il testo definitivo della Legge di Stabilità, le quote della liquidazione dirottate sul salario verranno infatti tassate come un normale aumento di stipendio, cioè saranno assoggettate all'irpef (imposta sui redditi delle persone fisiche). Il che, si tradurrebbe per milioni di lavoratori in un aggravio fiscale, almeno per chi guadagna più di 15mila euro lordi all'anno, cioè poco più di mille euro netti al mese.


Tfr in busta paga, quanto si perde a fine carriera


Per capire cosa potrebbe accadere il prossimo anno, è meglio però chiarirsi le idee prendendo in esame dei casi concreti. Innanzitutto, va fatta una premessa importante: oggi il Tfr subisce un prelievo fiscale meno pesante rispetto agli stipendi. Quando vengono riscattate, le quote della liquidazione sono infatti soggette a una tassazione separata, cioè all'aliquota media dell'irpef pagata dal contribuente negli ultimi 5 anni. Gli stipendi, invece, subiscono il normale prelievo dell'irpef, che è un imposta progressiva, suddivisa per scaglioni. Sui primi 15mila euro guadagnati, il contribuente paga un'imposta del 23%, che sale al 27% per la parte di reddito compresa tra 15mila e 28mila euro. Se la retribuzione lorda supera i 28mila euro, invece, l'aliquota irpef applicata su ogni euro in più guadagnato cresce fino al 38% e così via fino a raggiungere il 43% per la parte di reddito superiore a 75mila euro annui.


Qualche esempio concreto

Questo sistema progressivo basato sugli scaglioni, dunque, fa sì che l'aliquota media applicata alle quote del Tfr (con la tassazione separata) sia sempre più bassa dell'aliquota marginale dell'irpef, cioè quella dovuta sulla parte di reddito più alta. Ecco, di seguito due esempi concreti:

- Chi guadagna 35mila euro lordi all'anno (cioè 1.900 euro netti circa al mese), paga un'aliquota marginale del 38% su ogni euro in più guadagnato, mentre l'aliquota media applicata sul suo Tfr (nell'ipotesi che lo stipendio sia rimasto più o meno invariato negli ultimi anni) è molto meno elevata, cioè pari al 25% circa.

- Chi ha una retribuzione di 40mila euro lordi all'anno, paga sempre un'aliquota irpef marginale del 38%, mentre il suo Tfr viene tassato con un prelievo di circa il 27%.

Leggendo questi esempi, non è difficile capire cosa accadrebbe se le quote del Tfr in busta paga venissero considerate come un normale aumento di stipendio. Per i due profili di contribuenti sopra esaminati, l'intero trattamento di fine rapporto liquidato sul salario verrebbe tassato al 38%, con un aggravio di 11-13 punti percentuali rispetto a chi sceglie di accantonare i soldi per la liquidazione. Tradotto in soldoni, chi guadagna 35mila euro lordi annui avrebbe un aumento di stipendio netto pari a 125 euro al mese, corrispondenti a 1.500 euro all'anno. Lasciando il Tfr così com'è, lo stesso lavoratore accantonerebbe invece per la liquidazione un po' di più, cioè circa 150 euro al mese e 1.800 euro all'anno, con una differenza di ben 300 euro ogni 12 mesi. E' chiaro, dunque, che il Tfr sulla busta paga non è un affare per i lavoratori ma lo è soprattutto per le casse dello stato, che raccoglierebbe dunque po' di imposte in più.


Il rischio di un flop

L'unica categoria di contribuenti che non pagherebbe maggiori tasse è rappresentata da chi guadagna meno di 15.000 euro lordi all'anno, cioè circa mille euro netti al mese. Chi ha una retribuzione così bassa, infatti, versa un'irpef del 23%, equivalente all'aliquota media applicata sul suo Tfr. In questo caso, però, chi si fa pagare la liquidazione sullo stipendio avrebbe un aumento di salario abbastanza modesto, fino a 40-60 euro netti al mese, dato che le quote del trattamento di fine rapporto sono assai poco consistenti, essendo bassi anche i redditi.

Conti alla mano, dunque, è probabile che molti lavoratori rinuncino all'offerta del governo e mantengano il Tfr nelle forme tradizionali, proprio per non subire un aggravio di tasse. Senza dimenticare, poi, un altro particolare importante: sempre secondo le indiscrezioni di stampa che circolano in queste ore, chi sceglierà di farsi dare la liquidazione sulla busta paga non potrà più fare marcia indietro fino al 2018. La scelta su come destinare il Tfr sarà facoltativa ma, una volta effettuata, diventerà comunque vincolante per 4 anni. Solo dal 2019 in poi, chi ha preso sullo stipendio le quote della liquidazione potrà accantonarle di nuovo nelle forme tradizionali. Già oggi, secondo i sondaggi, più del 50% degli italiani dice di non volere il Tfr sulla busta paga. Se ci sarà anche l'aggravio fiscale sopra descritto, però, è probabile che questa percentuale aumenti ancora e che la misura del governo finisca inevitabilmente in un flop.



Tfr in busta paga, i problemi per le banche

YOU MAY ALSO LIKE