Nell’Italia della crisi aumentano le persone di mezza età che accettano contratti da tirocinanti – accanto a giovanissimi – pur di trovare un impiego: in 10 anni i 35-54enni sono raddoppiati; gli over 55 più che triplicati. Inseguendo una pensione lontanissima.
«Non pensavo che mi sarei ridotto così. Sognavo, dopo la laurea in Scienze della telecomunicazione, un futuro da manager o quantomeno uno stipendio dignitoso. Invece mi ritrovo a 37 anni a passare da uno stage all’altro, e non riesco a trovare un vero posto di lavoro». Esordisce così Marco T., che vive con i genitori in un quartiere popolare di Livorno. «Con i 500 euro che arrivo a portare a casa non riesco a fare niente. Magari ci pago la pizza fuori il sabato con la mia ragazza, ma il futuro non esiste per noi. Siamo imprigionati nel qui, e nell’ora».
La storia di Marco – e della rabbia che si fa strada fra le sue parole, rivolta non solo nei confronti dell’università che non è riuscito a tutelarlo, ma anche di un mercato del lavoro che definisce «cannibale» e incapace di premiare il merito – è solo una di quelle che punteggiano il nostro Paese. I dati sono impressionanti e peggiorati nel corso degli anni. Tra il 2012 e il 2021, il numero di persone tra 35 e 54 anni coinvolte in esperienze di tirocinio extra-curricolare è aumentato di quasi il 90 per cento, cioè è quasi raddoppiato, passando da poco meno di 26 mila a poco meno di 50 mila. E il numero di persone di oltre 55 anni è più che triplicato, da poco più di 3 mila a quasi 10 mila.
Nel dettaglio, andando indietro di quasi un decennio a compulsare i numeri riportati nei vari Rapporti annuali sulle Comunicazioni obbligatorie del ministero del Lavoro, si scopre che nel 2012 erano stati attivati 25.807 tirocini su persone tra 35 e 54 anni, più 3.139 su persone di oltre 55 anni; nell’ultimo rapporto relativo al 2021 si legge che l’anno scorso sono partiti 40.305 tirocini a favore di persone tra 35 e 54 anni, più 9.595 su persone di oltre 55 anni. Un boom tanto inaspettato quanto preoccupante.
Il paradosso è proprio questo: in un purgatorio lavorativo che si declina in stage e tirocini, sempre più spesso trovano ospitalità – accanto ai giovanissimi – cinquantenni con alle spalle decenni di lavoro (e quasi mai altrettanti di contributi, soprattutto a causa di un lavoro sommerso che si configura come piaga incurabile).
«Siamo impiegati di serie B. Anzi, C o D» sbotta Marta, 58 anni, marchigiana, che contattiamo su Facebook attraverso un gruppo di annunci lavorativi in cui non è raro incontrare anche ultra-sessantenni. «Non abbiamo ferie, né contributi, né Tfr. Dopo il Covid ho perso il mio lavoro da segretaria, alla fine mi sono arrangiata. Se mi ammalo è un disastro, ogni giorno vado in ufficio per portare a casa, per 40 ore di lavoro la settimana, 600 euro. Dove trovo la forza? Nel beato miraggio della pensione».
Le storie di chi è sprofondato in questo limbo che fa prigionieri in tutta Italia – senza distinzioni fra Nord e Sud, né fra quaranta e cinquantenni – spicca la storia del «tirocinante senior» Vincenzo M., torinese, 61 anni. «La fabbrica dove lavoravo ha chiuso. Mi sono messo subito a cercare un impiego in tutta la zona. Mi dicevo: con 30 anni di esperienza non sarà difficile. Avrò fatto 10 colloqui, nessuno ha portato a niente. Fino a quando mi hanno offerto uno stage per sei mesi per poche centinaia di euro. Non nascondo di essere sprofondato in una depressione nera. Avevo perso la dignità che il mio lavoro, per quanto faticoso, mi aveva sempre garantito. Ammetto di aver anche pensato al suicidio, perché non vedevo via d’uscita. Poi mia moglie mi ha convinto e così mi sono rimesso in gioco».
Le storie di questi lavoratori paiono intercettare il copione de Lo stagista inaspettato, il film commedia del 2015 in cui un 70 enne Robert De Niro cerca nuova linfa vitale improvvisandosi stagista per la rampante Anne Hathaway.
Peccato che nella vita reale difficilmente sia garantito il lieto fine in questo meccanismo molto ambito dalle aziende, perché il contratto di lavoro che prevede l’inserimento formativo è una soluzione conveniente per il datore di lavoro che accede così a regimi fiscali agevolati. L’unico limite è che il soggetto abbia concluso il ciclo di studi e siano trascorsi meno di 12 mesi dal conseguimento del titolo. Un discrimine che favorisce una situazione paradossale, nella quale pur di portare a casa qualcosa uomini e donne over 50 optano per stage e tirocini (a fronte di una diminuzione dei giovanissimi).
C’è chi poi arriva a rimpiangere il sommerso e, in attesa del reddito di cittadinanza, si piega a fare di tutto. Emblematica la storia di Elena M., lucana di 57 anni: «Facevo la badante a Bergamo, poi la signora è morta e io mi sono ritrovata disoccupata da un giorno all’altro. Ho cercato ovunque un lavoro simile, ma alla fine la famiglia mi ha mandato via dalla casa dove vivevo perché doveva venderla. Non sapevo dove stare e così sono tornata a Potenza. Qui l’unico lavoro che ho trovato è quello di cameriera in una pizzeria. Credevo che il contratto sarebbe stato quello canonico, invece mi hanno proposto uno stage extra-curricolare con 500 euro di rimborso spese al mese». Un’umiliazione per Elena che prima guadagnava più del triplo. «Se non fosse per mio fratello che mi ha accolto a casa, non saprei dove dormire. Sono sincera: a questo punto avrei preferito lavorare in nero». n
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