La Roma di Mourinho e dei Friedkin

C'è l'essenza di Jose Mourinho dietro la cavalcata che ha spinto la Roma alla finale di Conference League, appuntamento a Tirana il prossimo 25 maggio contro gli olandesi del Feyenoord. Solo il tecnico portoghese, specialista di tituli, poteva entrare nella testa di un ambiente come quello romano convincendolo dell'essenzialità di giocare per vincere l'ultima coppa (da qualcuno svilita al ruolo di coppetta) inventata dalla Uefa. Non importa se il calcio italiano non solleva trofei internazionali dall'ormai lontano 2010 e se va in giro per l'Europa a collezionare brutte figure anche nelle competizioni minori: non fosse stato per Jose sarebbe stata snobbata anche questa opportunità che, invece, regala a Roma e alla Roma notti di emozioni fortissime.

Lo stadio Olimpico stracolmo contro il Leicester è stato uno spettacolo unico, ma era già entrato nei cuori contro il Bodo Glimt e in generale in una stagione in cui il sold out è la prassi dalle parti della Capitale giallorossa. Anche questo è un merito di Mourinho che è riuscito nell'impresa di replicare il senso di appartenenza e amore totale che lo ha reso immortale a Milano e in tante altre tappe della sua carriera da vincente.

Dopo l'inizio stentato della stagione c'era la tentazione di bollarlo come uomo e tecnico finito ad alti livelli, di pensare che la Roma non fosse altro che una scelta al ribasso non avendo più grandi panchina da inseguire. Guai a darlo per vinto. Ora va a Tirana per diventare il primo al mondo capace di conquistare Champions League (due volte), Europa League (altrettante) e Conference League: non si accettano scommesse su quali siano le extra motivazioni del portoghese.

La Roma non alza un trofeo al cielo da 5.114 giorni, non frequenta una finale europea da 31 anni (Coppa Uefa persa contro l'Inter nel 1991) e ha vissuto il suo punto più alto addirittura 37 anni fa nella notte amara col Liverpool, visto che i successi nella Coppa delle Fiere (1961) e nel Torneo Anglo-Italiano (1972) affondano le radici in altre ere geologiche del pallone. Quando Mourinho ricorda che sta cercando di vincere dove non si vince mai, non manca di rispetto alla piazza che lo adora ma dice semplicemente la verità. Anche questo è un merito: essendo consapevoli della propria storia e dei propri limiti si cresce.

Ma la finale della Conference League è anche e soprattutto la finale di Dan e Ryan Friedkin, proprietari silenziosi eppure appassionati della Roma. Senza i loro sforzi nulla di tutto questo sarebbe possibile. In un anno e mezzo hanno iniettato nel club 360 milioni di euro per garantirgli operatività, oltre a quelli messi per rilevarlo da Pallotta. Non si sono spaventati davanti al rosso monstre (-185) dell'anno scorso e non lo faranno al cospetto dell'annunciato -200 di questo 2022. Fatti e non parole.

Hanno supportato Mourinho sul mercato, investendo un'ottantina di milioni per seguire le indicazioni del portoghese. Hanno ribaltato la società dall'interno e hanno protetto le scelte fatte nei momenti difficili dello scorso autunno, quando la Roma ha perso 9 delle prime 21 partite di campionato, è stata eliminata in malo modo dalla Coppa Italia e ha attraversato l'inferno della notte di Bodo, 21 ottobre. Mai hanno deviato dal proprio percorso e oggi raccolgono i frutti anche se molto deve essere fatto perché non è etico chiedere a una proprietà di doversi dissanguare per tenere in piedi tutto.

L'equilibrio è imprescindibile anche a Roma, però sono ragionamenti che si possono sospendere per qualche giorno. Ora c'è da lavorare per fare l'ultimo passo e prendersi la Conference League che sarebbe un regalo anche al calcio italiano. La Roma siamo un po' tutti noi, a Tirana. Guai a non capirlo.

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