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Emmanuel Macron in visita alla Alsachimie in Alsazia (Ansa).
Politica

La politica industriale, punto debole di Macron

«Nel 2002 la parte sul Pil di ricchezza prodotta dall'industria era intorno al 16%. Adesso siamo attorno all'11%. È per questo che la Francia ha il peggior deficit commerciale della sua storia: pari al 3,4% del Pil». Lo storico Francesco Dendena, per anni collaboratore da Parigi di Panorama, commenta l'esplosione del deficit commerciale francese: 84,7 miliardi di euro nel 2021, contro i 64,7 del 2020. Attraverso questi numeri, Dendena, oggi ricercatore alla Biblioteca nazionale di Francia, ci racconta le fragilità del Paese che ad aprile eleggerà il suo presidente. E, di conseguenza, del candidato più forte: Emmanuel Macron.

Il deficit commerciale record ha gettato una brutta luce sull'andamento dell'economia francese.

«Qui in Francia se ne è parlato abbastanza, perché sono 20 miliardi di euro in più rispetto al 2020. Questo è dovuto soprattutto all'aumento dei prezzi dell'energia. Però il problema più grosso, strutturale, di fondo, è che la Francia non ha un tessuto industriale forte e soprattutto esteso come la Germania o l'Italia. al contrario la Francia è specializzata in certi settori che vanno fortissimo, ma che sono usciti male dalla crisi».

Ad esempio?

«Uno per tutti: l'aeronautica. Nel 2021 la produzione aeronautica francese era a circa il 40% rispetto a quello che era nel 2019, anche se poi gli ordini negli ultimi mesi dell'anno sono ripresi. I dati che sono usciti ieri si riferivano all'intero 2021, marcato da forti incertezze e restrizioni di spostamenti. La Francia ha deciso di puntare non solo sull'industria aeronautica, ma anche su quella aerospaziale. E sulle armi: l'industria dell'armamento francese è importantissima. Per quello c'era stato tutto quel clamore attorno alla Legion d'onore conferita da Macron ad Al Sisi... Tra le tante armi vendute dalla Francia all'Egitto, ci sono anche due portaelicotteri Mistral e due dozzine di aerei da combattimento Rafale. Poi, anche se si tratta di un altro tipo di introito, è da notare la forte inflessione del turismo, che fino a due anni fa faceva arrivare nelle casse francesi vari miliardi di euro. Al di là della congiuntura, però, la Francia ha un tessuto industriale meno ricco rispetto all'Italia o alla Germania».

E pensare che un tempo ne aveva tante...

«La situzione attuale è il frutto di una scelta fatta una ventina d'anni fa circa. In realtà, l'eccedente di scambio di servizi è positivo: i servizi sono aumentati. E infatti i francesi esportano servizi, soprattutto al Regno Unito e agli Stati Uniti, ma importano in primis dalla Cina e poi dalla Germania. E anche dall'Italia: in particolare meccanica di precisione, plastica e prodotti agricoli. Perché hanno perso quel savoir faire industriale che avevano nel secolo scorso. E non a caso è da almeno cinque, sei anni che in Francia si ripete “Dobbiamo reindustrializzare”, “Dobbiamo rilanciare le nostre industrie”. Però non hanno fatto molto, sostanzialmente. Anche se le cose stanno cambiando: l'anno scorso le industrie che hanno aperto sono superiori a quelle che hanno chiuso. È un'inversione di tendenza».

Ci vorranno anni, se non decenni.

«Senz'altro. I francesi guardano al tessuto industriale italiano con molto interesse. Per esempio studiano con attenzione i distretti. Questa particolarità della produzione concentrata in un'unica zona loro non ce l'hanno, a parte eccezioni come l'areonautica a Tolosa o l'informatica nella zona di Grenoble. Quindi parlano di imitarci soprattutto in questo. Anche se, naturalmente, guardano soprattutto alla Germania, partner naturale all'interno dell'Ue».

Paese che ha capito da tempo che doveva mantenere un'industria manifatturiera, puntando però sull'eccellenza. E non delegando a tutto a Cina ed Estremo Oriente.

«La Francia si è concentrata sui filoni d'eccellenza: aeronautica, come abbiamo visto, e anche i treni. Ma il resto lo ha lasciato andare. Per esempio sono state vendute agli americani delle aziende che producevano componenti per le centrali nucleari, per esempio le turbine. Il pezzo necessario a un'industria che era il fiore all'occhiello della Francia, quella nucleare, è stato smembrato. Comunque in Francia le industrie che funzionano bene sono quelle di Stato o quelle in cui lo Stato ha un ruolo importante. Ai francesi manca quello che chiamano tessuto intermedio, cioè quelle aziende piccole e medie».

È quello che in Germania chiamano Mittelstand.

«Esatto. Le loro grandi industrie francesi, invece, hanno per lo più delocalizzato».

In Cina e in Nord Africa?

«Soprattutto in Cina: l'idea era: “Non si produce più perché tanto c'è la Cina”. In Nord Africa è stata delocalizzata la produzione di tessuti: soprattutto Tunisia e Marocco. La conseguenza è che in Francia ci sono zone estremamente povere. Molto più povere dell'Italia».

Anche del Sud Italia?

«Forse non di tutto il Sud Italia, ma di una parte sì. Ci sono delle cartine della distribuzione della ricchezza che è peggio dell'Italia, concentrate in alcune zone. In Francia tutta la ricchezza è prodotta in Ile de France, la regione di cui è capoluogo Parigi, e la zona del Rodano, dove la produzione è concentrata soprattutto nel campo dell'informatica. Per esempio stanno investendo tantissimo nei semi-conduttori, perché hanno visto che da qua a cinque/dieci anni l'Europa sarà in mano soprattutto ai cinesi. E quindi hanno cercato di rilanciare la loro produzione interna. Ma a parte queste due regioni, che producono tantissima ricchezza, ce ne sono altre veramente disastrate dal punto di vista industriale, per esempio il Nord. Ma ci osno grossi problemi anche nelle regioni a Est, per esempio l'area a Nord di Strasburgo è tutta devastata».

A che area si riferisce?

«Alla Lorena, dove c'erano gli altiforni e le miniere. Tutto chiuso, comprese le industrie automobilistiche e quelle siderurgiche. E se si guarda, quelle sono le zone dove il Fronte nazionale riscuote più consensi».

E ora c'è anche Eric Zemmour.

«Che ha un altro tipo di elettorato, ma pesca sempre nelle stesse zone».

Quindi si può dire che l'economia è il tallone di Achille di Macron?

«Non esattamente. Al di là della questione del deficit commerciale, l'economia in generale va molto bene e quello che conta, dal punto della politica interna, è che si è abbassata la curva della disoccupazione, ora all'8,1%. Se si vuol parlare di tallone Achille, piuttosto, è la questione della sicurezza, sul cui bilancio ci sono molte critiche soprattutto da destra. Comunque è pressoché certo che Macron verrà rieletto».

Però, visto che nelle zone deindustrializzate Marine Le Pen è fortissima, si può dire che il punto debole di Macron è la deindustrializzazione?

«Sì. Nel senso che, pur non essendo colpa sua, Macron non ha risolto questo problema. E infatti quello che gli si rimprovera sempre è di essere “il presidente della start-up nation”, che peraltro è una delle espressioni usate da Macron in maniera un po' sprezzante per indicare la svolta liberale che voleva imprimere alla Francia. in fondo, il presidente voleva continuare il percorso della trasformazione della Francia in un'economia di servizi totale».

Non aveva capito che la parte industriale e manifatturiera è importante?

«Anche se all'interno della sua équipe c'era chi la pensava diversamente, inizialmente lui non era molto sensibile a questo tema. Macron è molto liberale: puntava molto su quelle che in Italia chiamiamo “partite Iva”, cioè sul fatto che tutti dovevano trasformarsi in imprenditori di se stessi. E poi puntava sui nuovi filoni dell'industria, come per esempio quella dei videogiochi. Adesso Macron ha cambiato registro perché ci sono stati i Gilets jaunes nel 2018, dopo di che c'è stata la crisi pesante del 2020 e si è convinto che necessario investire anche nell'industria classica. Il vero cambiamento sono stati i Gilets jaunes, un trauma fortissimo. In sostanza, la Francia periurbana o dei centri con meno di 10.000 abitanti che si è risvegliata e ha detto: “Ora basta: andiamo a Parigi e imponiamo un nuovo rapporto di forze, perché sono 20 anni che ci avete dimenticato". In altri termini, Macron impersonificava meno una politica che un sistema”».

Comunque anche l'Economist ritiene estremamente probabile che Macron verrà rieletto. Secondo il modello statistico del settimanale, le sue chance di rielezione sono al 79%.

«Io non ne sarei così sicuro, ma non c'è dubbio che sia il candidato più forte sullo scacchiere. Macron ha anche una visione molto europea, molto internazionale, che non fa che accrescere la sua aurea di uomo decisionista».

Il viaggio da Vladimir Putin a Mosca rientra in quest'ottica?

«Da un lato c'è l'eredità lunga della Francia come interlocutore privilegiato della Russia rispetto ai due blocchi della Guerra fredda. Dall'altro perché la Francia ha in questo semestre la presidenza di turno dell'Unione europea. Gli uomini di Macron insistono molto su questo punto: “Si sta prendendo sulle spalle l'Unione europea” sostengono. Lui stesso l'altro giorno l'altro giorno ha detto che il 50% del suo tempo lo dedica all'Ucraina. Sottintendendo che il resto sono frattaglie, che non si occupa di piccolezze».

Quindi Macron punta sulla politica estera per dare di sé l'immagine di grande statista internazionale e cerca di nascondere le sue fragilità, come la deindustrializzazione.

«Esattamente. Lui sta investendo sulla sfera internazionale perché sa che tutta l'elezione si gioca a destra. E sa benissimo che l'elettorato di destra è più sensibile alla tematica della grandeur. Nel contempo, riesce a distogliere l'attenzione da temi per lui delicati come la sicurezza e il deficit commerciale».

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