Pakistan, la morte arriva dal cielo

(per Lookout News )

Si direbbe che sia la Siria il Paese più pericoloso al mondo. Ma non è così. Certamente, 93mila vittime per un conflitto deflagrato in soli due anni (ma se ne potrebbero contare molte di più) non sono poca cosa. Anzi, rappresentano la tragedia immane del nostro tempo.

Eppure, mentre sulla via di Damasco a spiegare quei numeri e quelle vittime c’è una guerra conclamata - espressione della follia etnica di una guerra civile che divide le molte anime di un Paese che lotta per l’affermazione di due modelli opposti e che vede coinvolte più nazioni e molteplici interessi - ci sono altri due Paesi, Iraq e Pakistan, dove invece si muore senza una ragione, dove non esiste un fronte e la guerra giunge sempre inaspettata.

Le cifre parlano chiaro: insieme all’Iraq, il Pakistan è il Paese più insicuro del mondo e la situazione sembra peggiorare di anno in anno. Basti pensare che, nel solo 2011, il terrorismo nell’antica Mesopotamia ha provocato circa 1.800 vittime. Nello stesso anno, in Pakistan le vittime sono state invece oltre 1.400, quasi la metà di quelle registrate nei primi cinque mesi di quest’anno, dove è stata già superata quota 2.000.

Il Pakistan, quindi, in questa mesta classifica si piazza al secondo posto, ma con una differenza significativa rispetto all’Iraq: stiamo parlando di una potenza nucleare di oltre 190 milioni di abitanti, la cui instabilità potrebbe creare problemi gravissimi al resto del pianeta.

Un decennio di sangue

Andando indietro nel tempo, i numeri sono da brivido. Dal 2003 a oggi in Pakistan sono morte - per azioni di terrorismo - oltre 47.000 persone. Di queste, 16.000 erano civili, 5.000 appartenenti alle forze dell’ordine e 26.000 terroristi o militanti di gruppi terroristici. Nei primi cinque mesi del 2013, in concomitanza con le elezioni dello scorso 12 maggio - che hanno visto un’impennata della violenza settaria rivolta contro esponenti e simpatizzanti dei partiti secolari - le vittime sono state 2.700 (1.400 civili, 283 militari, 962 terroristi).

Stando alle ultime statistiche delle autorità di sicurezza pakistana, nel Paese operano ben 12 formazioni terroristiche endogene, 32 gruppi transnazionali (tutti di matrice jihadista) e 4 formazioni estremiste, che si muovono lungo quella zona grigia al confine tra violenza politica e terrorismo.

I droni americani sul Pakistan

A tutto ciò si aggiungono le incursioni dei droni americani dirette contro i terroristi, che sinora hanno falcidiato una cosa come 3.500 persone, di cui 880 bambini. Solo due giorni fa, un obiettivo degli aerei-spia della CIA ha colpito la base di una cellula legata alla rete degli Haqqani, gruppo terroristico che da anni compie attacchi contro le forze NATO soprattutto al confine Af-Pak: i quattro missili lanciati dai velivoli senza pilota, sono caduti su Sarai Darpakhel, area vicina a Miranshah nel Nord Waziristan, uccidendo 17 persone.

Le più recenti stime calcolano che dal 2008 a oggi, gli attacchi dei droni USA sono però giunti al loro livello più basso: la “buona notizia” è che quest’anno i 13 attacchi in Pakistan hanno causato “solo” 82 vittime, contro i 122 strike e 849 vittime del 2010. Magra consolazione, certo, che rappresenta solo la speranza di un’auspicabile inversione di tendenza. L’altra faccia della medaglia è però poco rassicurante: sono diminuiti gli attacchi o è migliorata la mira dei droni?

La cultura della morte

Sia come sia, il tema dei droni è ormai penetrato a fondo nel cuore del popolo pakistano ed è divenuto parte integrante della cultura locale al punto che questa settimana ArtChowk, una galleria d’arte di Karachi, ha addirittura inaugurato una suggestiva quanto allucinante mostra d’arte, dal titolo “Dialogo sul Drone”. La mostra consiste in immagini, cartoline e lettere di studenti pakistani in patria e nel mondo, che discutono apertamente il programma della CIA. La mostra è stata voluta proprio per sensibilizzare la popolazione sul tema e stimolarla al dibattito su “l’orrore che piove dal cielo”.

Nel Pakistan del dopo Musharraf, dunque, il pericolo è in ogni dove: divampa lo scontro tribale, piovono missili imprecisi da aerei senz’anima, esplodono bombe piene d’odio, tutto sotto gli occhi impotenti del nuovo primo ministro, Nawaz Sharif. Il Paese resta traumatizzato dalle vicende dell’Afghanistan, dal legame a doppio filo con i talebani ed è dominato da feudi di potere che vanno dai gruppi terroristici ai militari dei servizi segreti.

Lo sguardo verso Oriente

Ciò detto, Islamabad sta faticosamente tentando di voltare pagina e, per farlo, guarda con sempre maggiore interesse alla Cina, forse la sola potenza che in questo momento è capace di accompagnare il Paese verso significativi progressi socio-economici e affrancarlo almeno da problemi quotidiani di ordinaria amministrazione, come la crisi energetica e i frequenti blackout che giornalmente lasciano al buio milioni di abitanti.

La Cina serve anche per affrancare il Pakistan dall’influenza e dai diktat americani, con i quali i rapporti sono andati via via raffreddandosi. E come potrebbe essere altrimenti, se ogni settimana ti piovono in testa bombe lanciate da un automa pilotato a migliaia di chilometri di distanza?

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