Michael Schumacher
(Getty Images)
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Michael Schumacher, dove sei?

Camere a colori stinti. Verde e crema. Azzurro e grigio metallico, satinato. Losanna come Grenoble. Il letto come una zattera dentro un mare ignoto. Sono calme le acque? Non c’è risposta. Non si conosce il meteo, la rotta, poco o niente delle correnti che spingono questo viaggio silenziosissimo e lontano. Dove si trova davvero Michael Schumacher non si sa. Ma certo, in un punto un non-luogo, una boa, un atollo.

Ma sì, corridoi e porte, suoni attutiti dentro la stanza. Voci e volti, parole affettuose, gesti carichi di un amore martellato dall’angoscia. Aghi e flebo, alimenti che solo lì stanno. Una moglie che veglia, va e torna come un’onda anche lei, trasportata da speranze che montano, spinta indietro da una disperazione muta. Noi, più distanti, presi a immaginare, a fare ipotesi senza contenuto, sballottati da fantasie e bugie, per mesi. È così dall’inizio, dal momento primo. La data, quella sì, è certa. 29 dicembre 2013. Il giorno, il mattino, il momento in cui una vendetta del destino l’ha infilato, infilzato, rapito. A tradimento, pensiamo da allora, come succede quando arriva un controtempo, uno schiaffo molto dopo la fine di una lite.

Adesso anche quel tonfo nella neve, quell’urto di una violenza incongrua, non importano, non più. Non ci servono cartelle cliniche evanescenti e scarne, non ha senso star qui a elencare le parole, le balle, le illazioni a fronte di progressi impalpabili, inferiori alle attese, alle voglie di ripristino completo. Schumi viaggia, resiste, combatte. Ma ci mancano parole e gesti, bloccati chissà dove, chissà come e perché. Sono aperti gli occhi, c’è chi assicura: sono minimi i movimenti, le dita a sfiorare le lenzuola, si muovono le spie che sorvegliano il corpo così come i sensori che stanno su una macchina. Telemetrie gelide anche quelle, una degenza come una corsa che non indica traguardo, tempi sul giro, medie orarie. Riabilitazione. Che significa? Parla, raccontaci, basterebbe una sola parola. Il viaggio di Schumi è una pena che ci riguarda, allude a un filo sul quale tutti stiamo, poveri e vulnerabili, basta un attimo, una piccolissima distrazione. La fine come spettro sfiorato, il coma come antro misterioso, il cervello come un rebus assoluto. Dove vanno i pensieri, come corrono i sogni, non possiamo dirlo affatto, sono fuori posto, per molti versi, persino i termini, i vocaboli, le parole, figlie di una percezione che pare adesso limitata, impalpabile. Eppure di pensieri e sogni possiamo dire soltanto, immaginando i suoi con gli ingredienti nostri, simili, appunto e in fondo, nel percepire un limite percorribile.

Perché nell’affetto verso un compagno di viaggio, di giochi, così rilevante e presente, per anni, possiamo almeno maneggiare adesso una comunanza, una possibilità di intesa attraverso le emozioni, le passioni, il bello della vita che resiste anche se non sale, non si fa codice, segno. La vita, ecco, la vita ci tiene insieme, ci accosta, è un fiume di sentimenti.

Per questo la voce di Corinna serve, gli servirà come un faro, come uno spunto per sapere di non essere solo, affatto. Gina Maria, la diciassettenne figlia maggiore, faticava a vederlo così, stretta in una pena tenera. Ma si presenta e parla, racconta. Piccole avventure, notizie come messaggi in bottiglia che percorrono canali oscuri e toccano sponde, producono piccoli rumori che sono campane, altri cardini nella notte.

Mick ha 2 anni di meno, ne ha 15. Anche lui ha attraversato una tempesta, spalancata da quel volo nella neve di Méribel, il sangue di suo padre come una voragine apparsa a un metro, l’impossibilità di capire, di parlare per ore, giorni, una violenza fuori luogo anche quella. Ha ripreso a correre sul kart. Beh? Bravo, forte come papà, con una luce negli occhi, un modo di stare al mondo preso dalla mamma, per i tratti più gentili; un argento vivo preso dal babbo, per andare in pista e per sopportare, in pista, un riferimento così ingombrante. Delle sue corse dice, riporta. Ed è bello pensare che lo faccia con un timore antico, in attesa di un rimprovero, di un consiglio, così come accadeva sino a un anno fa. Schumi sul tetto di un bilico a scrutare la pista mentre Mick provava a battersi in mezzo a uno stormo di ragazzini predestinati, lanciati sull’asfalto. Ha il corpo debole, magro, chili perduti anche quelli sulla zattera di Grenoble. Gli gireranno le balle come eliche, altroché, lui che faceva del tono muscolare una fissa, un vanto. Il compendio al talento, alla voglia di rischiare, sempre, comunque, anche quando tutti dicevano, ma dai, Schumi, basta! Macchine, motociclette, paracadute. Una lunghissima sequenza di atti deliberatamente a rischio, risolti con la sicurezza noncurante del padrone. Cancellati da una distrazione da miseria, durante le vacanze di Natale.

Ma certo, lo sa che questa Mercedes vince tutto. Dopo di lui, porcaloca. Lo sa che la Ferrari non vince più. Dopo di lui, accidenti. Lo sa che il suo mondo resta quello. Dentro il quale produsse una sterminata sequenza di meraviglie, sopra macchine meravigliose. Le fotografie restano, nella memoria, nelle nostre fantasie, nelle sue, sparse sopra la federa del letto. Senna che si sfila all’improvviso dalla vista, va a morire, scompare, Imola 1994, lasciandolo solo al centro della scena. Lo scarto che buttò là un’altra Williams, con dentro Damon Hill, nel giorno del primo titolo mondiale, Australia, stesso anno. Lo scarto che buttò fuori lui, contro una Williams, di nuovo, con dentro Jacques Villeneuve, campione in quell’attimo, Jerez, 1997. Istanti, flash. Le barriere di Silverstone che si avvicinano inesorabili, 1999. L’urto, la doppia frattura. E poi una sequenza in piena luce, luce rossa, smalti e sorrisi, cinque titoli, cinque voli perfetti dentro una gloria a misura ormai solo sua. Rubens Barrichello che frigna, che vuole la mancia, si lamenta sempre.

L’idea di smetterla quando di smetterla non aveva alcuna voglia. La decisione di tornare a correre. Contro la Ferrari, contro un buon senso da lasciare agli altri e basta. Quale attimo, fotogramma, dettaglio, avrà ora nelle quinte del suo sguardo? Possiamo navigare con Schumi, per tenergli compagnia, per continuare a rincorrerlo come abbiamo sempre fatto. Presi da una foga feroce, la voglia matta di un ragazzino che ebbe solo una pista di kart per giocare e poi campi miseri, la desolazione di una provincia tedesca e arida. Kerpen, il posto. Una casa a ridosso di un viadotto, un affarino a motore come un tappeto volante sul quale spingere, prendere il vento, il largo. Scorbutico, ma certo, preso com’era dalla propria fame. Egoista, egocentrico, vorace, è ovvio, come da pasta, da materia prima che segnala i fuoriclasse. Gesti magnifici e scorrettezze; curve perfette e perfettissime bugie. Ma anche, qualcosa di meno previsto, per nulla atteso.

Pepi Cereda era un giornalista destinato a intervistarlo ogni giorno. Presente sempre, così come tanti, del resto, in quel circo ambulante là. Si ammalò all’improvviso e la malattia era grave, gravissima, implacabile. Schumi aveva notato l’assenza, aveva chiesto e aveva avuto. Qualche notizia prima, il verdetto poco dopo. Chiese il numero di telefono. A fine prove, a fine gara, si chiudeva da qualche parte: chiamava Pepi, gli raccontava le cose della pista, ci scherzava sopra, lo coccolava un po’. Nessuna finzione, nessun atto dovuto. Un uomo, semplicemente, vicino a un altro uomo, meno fortunato di lui. Sono gesti piccoli ed enormi, questi qui. Quelli là. Rivelano un tratto nascosto ma per nulla perduto. La capacità di riconoscere e ricordare di essere
stato un bambino preso dalla solitudine. Di dover maneggiare doveri oltre ai diritti di chi è campione, campionissimo, sette titoli, tutti i record, nessuno come lui. La percezione del profumo che emana un essere umano, quando ogni resto, ogni giocattolo, ogni bellezza vola via e c’è soltanto un nodo, proprio quello, ultimo e primo, da sciogliere in una devastante solitudine. Così, adesso, mentre ogni giorno guardiamo il cielo, aspettiamo che il vento ci riporti qui Michael Schumacher, con lui continuiamo a parlare, a immaginare e a immaginarlo, custodendo una gratitudine carica di affetto. Nella sua carriera, che ora pare un malloppo unico e denso, ci sono i momenti portanti delle nostre vite. Quella domenica in cui nacque una figlia mentre lui vinceva a Indianapolis; quel giorno in cui se ne andò un padre, mentre lui lottava a Monza; quel pomeriggio dell’ultimo trasloco mentre lui superava a Spa. Insieme, per anni, abbiamo viaggiato. Continuiamo a farlo, presi da una vicinanza che adesso è solo pancia, cuore, umanità semplice, senza gesti meravigliosi, senza champagne sul podio alto. Uomini in viaggio, con lui, come lui, a domandarci insieme il senso delle nostre esistenze, il valore delle nostre fatiche, a misurare passi lenti, con la certezza di non essere mai stati tanto accomunati, tanto simili, tanto vicini.

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