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Perché Matteo Renzi deve temere l'Italia e non l'Europa

Matteo Renzi deve temere più l’Italia che l’Europa. Nella chimica delle leadership, anche la fortuna vuole la sua parte. E Renzi è capitato in un momento ben diverso da quello nel quale si è dovuto muovere, con un carisma personale magari controverso ma anche più assertivo, lo stesso Silvio Berlusconi. Fino a tutto il 2011, la Germania aveva una presa ferrea sulla politica economica europea nella linea del consolidamento dei bilanci e cioè dell’austerità nuda e cruda. Aveva al suo fianco, giocoforza, anche la Francia, che ricavava dalla sua complicità con Berlino la tolleranza verso le proprie manchevolezze di budget. In più, si era incancrenito lo scontro diretto e personale tra Berlusconi, portatore di una visione più flessibile e aperta dell’Europa nell’affrontare la crisi epocale inaugurata in America nel 2008 e presto trasferita e diventata da finanziaria a economica nella UE, e i suoi principali partner europei. Il venir meno del potere di Bush negli Stati Uniti e l’isolamento progressivo di un altro suo grande amico, Putin, insieme alla deriva islamista e orientale di Erdogan, avevano poi modificato profondamente il contesto generale in cui si era fino allora mossa, perfettamente a suo agio, il Cavaliere.

Ed ecco che l’unica stella del firmamento europeo rimasta a brillare nella sua freddezza era Angela Merkel. Cancelliere d’acciaio, più che di ferro, non priva però di alcune buone ragioni dovute ai sacrifici e alle riforme che il suo Paese, grazie più al socialdemocratico Shroeder che a lei, aveva compiuto e realizzato negli anni precedenti.

Oggi, quasi senza che ce ne fossimo accorti, il quadro è tutto diverso. La Francia di Hollande si trova in condizioni finanche peggiori delle nostre, per di più zavorrata da una sinistra interna ancora molto retrò, quasi più della nostra, e da una prosopopea sciovinista ottusamente fiera dei propri stili di vita sopra le righe e del proprio mitologico Welfare. Per farla breve, Renzi ha varato una manovra della crescita, contravvenendo agli impegni che l’Italia ha assunto con i Trattati (e nei diversi summit europei) pur di dare il segnale di una riduzione della pressione fiscale e di qualche timida riforma (tutta da verificare), come quella dell’articolo 18, totem forse ma necessaria per dimostrare la nostra buona volontà all’Europa.

La nuova “malata” di turno, in prospettiva, sembra essere la Francia. Colto l’attimo, afferrata l’opportunità di mettere a segno una legge di stabilità saggiamente trasgressiva, Renzi lo ha fatto. E nel passaggio di consegne tra i due Consigli Europei e le due Commissioni, uscenti e entranti, il premier italiano, confortato anche dall’atteggiamento “responsabile” dell’opposizione di centro-destra, può finalmente imprimere una svolta al Paese. Purché non deluda le aspettative affogando nell’inconsistenza i suoi tanti annunci.

In ogni caso, l’Europa farà forse la faccia cattiva, ma non potrà mordere.

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