draghi fischer
Mario Draghi con Stanley Fischer a Gerusalemme il 18 giugno 2013.
Politica

La clessidra internazionale di Draghi

Su di lui, anche all'estero, il consenso è diffuso. Ma è transitorio. E va subito consolidato.

Lo status di presidente del Consiglio non è che una condizione transitoria per Mario Draghi. Tra un anno dovrà avvicendare Sergio Mattarella, altrimenti uscirà di scena. Solo l'elezione a capo dello Stato sottrarrà Draghi alla micidiale volatilità della politica italiana e gli consentirà di impadronirsi delle vere leve del potere. A suggerire questa drastica conclusione è un duplice ordine di ragioni.

Sul piano interno, nemmeno Draghi potrà sfuggire alla solita alternanza delle stagioni politiche: luna di miele, «plateau» e declino. Per lui sta iniziando la luna di miele. È incensato da tutti i politici e venerato dai giornali. Ma non camminerà sul velluto. Settori di coloro che lo sostengono non vedono l'ora di riproporre la «Maggioranza Ursula», escludendo la Lega. Inoltre l'agenda che Draghi propone è un amaro calice, i soldi del Recovery Fund si dovranno accompagnare a riforme. Privilegi antichi dovranno essere smantellati. E quanto potrà durare la luna di miele? Alcuni mesi, ma non più di un anno. Se Draghi «piazzerà» un Recovery Fund completamente rivisto e la situazione pandemica migliorerà, allora la luna di miele sarà lunga e Draghi avrà la strada spianata per ascendere al Quirinale, succedendo dunque a Mattarella.

E veniamo al piano internazionale, dove Draghi beneficia dell'allineamento di astri potenti. A Washington (e New York) può contare su vecchi amici nella nomenclatura democratica, così come a Francoforte e Bruxelles, negli «ultramondi» dei banchieri centrali e degli eurocrati. A Tel Aviv Draghi, amico da molti anni del mitologico ex banchiere centrale Stanley Fischer, è molto apprezzato. Questo ingrediente, si badi, è fondamentale per poter concorrere con successo per il Quirinale. Senza il placet di Israele, è difficile ascendere al Colle. Con Israele contro, poi, l'impresa si fa letteralmente impossibile. Per chi cercasse conferme di ciò, basterebbe considerare il caso di Giuliano Amato, eterno candidato per il Quirinale a cui il coinvolgimento nella vicenda dell'Achille Lauro non ha certamente giovato.

Passando all'Europa, molto importante sarà il fattore-tempo. In particolare potrebbe rivelarsi cruciale la partita del voto politico tedesco nella seconda metà di quest'anno. Questa tornata è assai delicata, dal momento che vedrà l'uscita di scena di Angela Merkel dopo decenni, e rimetterà dunque in moto equilibri cristallizzati da tempo. Il rischio è che l'Italia diventi argomento di campagna elettorale, e che riprenda fiato la retorica tedesca sulle «cicale dissipatrici» del nostro Paese. L'arrivo di Draghi è fondamentale per mitigare questo rischio e mantenere sia la coesione europea che il bilaterale italo-tedesco.

L'economista è infatti consapevole della profonda integrazione tra Italia e Germania nelle catene del valore industriali, ed è il naturale pontiere tra Berlino e Roma. Il suo incarico coincide non a caso con l'uscita in libreria di interessanti pubblicazioni, come Italia e Germania - L'intesa necessaria (per l'Europa), saggio a tre firme scritto per Bollati Boringhieri dal «banker» Flavio Valeri, dallo storico dell'economia Federico Niglia e dal giornalista Beda Romano. Non è davvero poco, e dovrebbe servire a rassicurare chi teme che Draghi sia stato gettato troppo presto nella mischia, con la certezza di bruciarlo.

Il suo avvento è importante anche per il Vaticano, dove pure la Segreteria di Stato e la Cei avevano a lungo sostenuto Giuseppe Conte. Il favore con cui è accolto Oltretevere l'arrivo del professore non va confuso con mero opportunismo tattico. Il punto è un altro: il Vaticano ha bisogno di recuperare un rapporto tanto con gli Usa quanto con la Germania. I primi sono in allarme per l'avvicinamento a Pechino di Bergoglio, e anche Joe Biden sembra nutrire gli stessi timori. Il clero nordamericano, tradizionalista, si attesta inoltre su una linea di dissenso rispetto a papa Bergoglio. In Germania, invece, è il clero progessista a guardare con disappunto a Roma. Il papa non intende cambiare rotta, ma nemmeno può permettersi di perdere per strada Usa e Germania.

Se non vi riuscisse, si ritroverebbe ancor più dipendente dalla Cina. È un rischio che il Vaticano, dove c'è da sempre forte attenzione al raffinato gioco di pesi e contrappesi, non può e non vuole permettersi. Per questa ragione la Santa sede ha interesse non solo a sostenere Draghi a Palazzo Chigi, ma anche a propiziarne, tra un anno, la sua elevazione a presidente della Repubblica. Per Pechino, infine, un governo Draghi è una doccia gelata. Ai cinesi, dunque, non resta che tifare perché a gennaio dell'anno prossimo Mattarella inizi un secondo mandato, e Draghi resti alla testa dell'esecutivo fino a fine legislatura, nel 2023. Logorandosi.
* Esperto di scenari strategici, fondatore di Policy Sonar

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