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MARCO BERTORELLO/AFP/Getty Images
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Ma di chi è il blog di Beppe Grillo?

È suo quando insulta, è di altri quando rischia. Con un post sul suo blog, Beppe Grillo si è dimesso dal suo cognome, rinnega l’anagrafe per confondere i giudici.

Denunciato dal Pd per i contenuti pubblicati lo scorso anno durante l’inchiesta Tempa Rossa (finita con l’archiviazione), Grillo scappa dal web e si rifugia nella psicanalisi, fa il finto tonto per farci fessi.

E infatti nel suo ultimo commento, dal titolo bipolare “Il Blog di Grillo e i post di Beppe Grillo”, il comico ci rivela che il blog è suo ma gli sputi sono anonimi, che è sì titolare del sito ma di altri sono le responsabilità sia civili che penali.

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Con un’eccezionale e sofisticatissima ingegneria informatica e giuridica, il blog di Grillo è riuscito finora a sfuggire alle denunce per diffamazione, alle querele. È una chimera digitale prima ancora che un movimento politico.

La tecnica è sempre la stessa: incendiare e correre come i piromani, insolentire ma incappucciarsi. E insomma va detto che il web, che ha sempre facilitato l’anonimato, esaltato gli agitati dalle mille identità, è stato fino a oggi la tana di Grillo, la tenda di tutti gli inferociti d’Italia, che appunto in quel blog hanno trovato la zona franca per liberarsi, l’isola da dove urlare al mondo il loro malumore.

Usato da Grillo come acquedotto per far circolare la controinformazione contro vaccini, olio di palma e onorevoli, il blog non ha resistito e si è fatto tribunale, forca contro la politica “conteiner di merda liquida”, “larve ben pagate”, “scrofe ferite”… ; questa una ridottissima parte del repertorio.

Ebbene, prima ancora che l’inchiesta Tempa Rossa finisse con l’archiviazione, il blog aveva emesso la sentenza in un “post non firmato” del 31 marzo 2016: “RenzieBoschiaCasa. Tutti collusi. Tutti complici. Con le mani sporche di petrolio e denaro”.

Denunciato dal Pd, Grillo ha dunque mosso i suoi avvocati, sapienti di cavilli e di articoli, che hanno «contestato la riconducibilità ad esso del blog».

In pratica, per gli avvocati il Blog di Beppe Grillo non è di Grillo.

Come si vede ad ogni "vaffanculo" segue un avanzamento della scienza del diritto, ad ogni accusa corrisponde un progresso nell’arte della difesa.

Già in uno scorso processo, come ha scritto La Repubblica, Grillo aveva fornito materiale a Luigi Pirandello che, si sa, era un esperto di personalità in movimento. In quell’occasione, a rispondere delle accuse era stato chiamato un inafferrabile Emanuele Bottaro che per i legali - a proposito, uno di questi era Enrico Grillo, cugino di Beppe – risultava intestatario del sito. Il blog a oggi infatti risulta imprendibile e la proprietà latitante, nomade e mutevole. Come le miniature poliedriche dell’incisore olandese Escher, il titolare del trattamento del sito è sì Grillo, ma il responsabile del trattamento dei dati è la Casaleggio Associati che a sua volta li condivide con la neonata Associazione Rousseau.

Se non è un inferno di stratagemmi di certo è una foresta di codici, è l’oscurità dei garbugli al posto della luce dello streaming.

E non per rimproverare Grillo di ambiguità - che in politica rimane sempre una tecnica - ma solo per ricordarne la pratica consolidata, va detto che già lo Statuto, quello vero, del movimento è un condominio di tanti Grillo: Beppe presidente, il nipote Enrico socio fondatore, con l’aggiunta del commercialista, sempre di Grillo, Enrico Nadasi.

È dunque di Grillo il blog? Per Grillo «il Blog è una comunità online di lettori, scrittori e attivisti a cui io ho dato vita e che ospita sia i miei interventi sia quelli di altre persone che gratuitamente offrono contributi per il Blog».

Eppure lo sa per primo Grillo che un blog non può essere una latrina così come la tastiera non può essere un fumogeno. È Grillo per primo a spargere il concime della verità alternativa - è così che la chiama - ad avanzare la pretesa di essere informazione - il primo magazine solo on line si legge sul blog – ma senza i doveri della buona informazione.

Con una piroetta Grillo scrive oggi che “il pezzo oggetto della querela del Pd era un post non firmato perciò non direttamente riconducibile al sottoscritto. I post di cui io sono direttamente responsabile sono quelli, come questo, che riportano la mia firma in calce”. È vero. Ed è appunto questa la differenza che passa tra un giornale con le sue firme e un blog a volto coperto. Insomma, non per fare l’elogio dell’informazione, ma oggi che Grillo si dà alla macchia per non presentarsi in aula, ritorna come eco la minaccia che, di fronte ad Alessandro Di Battista, gli ambulanti romani lanciavano contro i giornalisti: «Ammazzamoli», «servi», «maledetti», «bastardi». Anche in quell’occasione c’erano i cronisti a raccontare firmandosi, a registrare mostrandosi.

Insomma, più Grillo scopre il valore della firma in calce e più il suo nome torna in testa. E chissà se, alla fine, non sia forse un bene.

È proprio oggi che traffica con i brocardi e con le procedure che Grillo si allontana dalla piazza. Si occupava di vaffanculo mentre oggi sembra l’avvocato Spaghetti di Totò.

«Avvocato lei? Ma mi faccia il piacere»

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