Lorenzo Bini Smaghi: ci vuole un’Italia competitiva, non un’Italia tartassata

Ha sostenuto che il governo Monti, prima delle elezioni, avrebbe dovuto chiedere aiuto al Fondo monetario internazionale e concordare con gli «uomini in nero» un piano di sostegno. In maggio ha rincarato la dose dicendo che le banche italiane sono sottocapitalizzate e che bisognerebbe lanciare un sos al fondo europeo, facendo andare su tutte le furie sia le banche sia il neoministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni. Dopo sei anni da banchiere centrale ai massimi livelli (è stato nel comitato esecutivo della Banca centrale europea dal 2005 al 2011, quando ha lasciato il posto a Mario Draghi), Lorenzo Bini Smaghi non ha più bisogno di soppesare le virgole e può permettersi di dire quello che molti pensano ma che pochi osano dire. Come sui conti pubblici.

In ottobre l’Italia dovrà fare una manovra correttiva?
La probabilità di ritrovarci al di sopra del 3 per cento nel rapporto tra deficit e pil è alta. Bisognerà scegliere se stare sopra o sotto.

Ma la Commissione europea non ci lascia la libertà di scegliere.
Ci sono diversi paesi che stanno sopra a quel famoso 3 per cento. Il problema non è quello.

Allora qual è?
Il problema è essere credibili sul risanamento. I mercati non sono interessati alle virgole, ai 2,9 oppure ai 3,1. I mercati vogliono vedere una credibile sostenibilità dei conti. E questo lo si ottiene non con interventi tampone ma con provvedimenti strutturali.

Lei ha appena scritto un libro, «Morire di austerità», in cui sostiene che si tende sempre a intervenire con manovre fiscali perché sono politicamente più semplici delle riforme strutturali.
Non c’è dubbio. Questo vale in tutta Europa, ma soprattutto nel nostro Paese, dove sembra che il significato della parola competitività sia del tutto sconosciuto.

Sembra che il governo stia pensando a un intervento per abbattere il debito, che ha appena superato il 130 per cento del pil. Almeno è un primo passo...
Va benissimo se è un’operazione complementare ad altre. Nell’insieme, quello che conta è accelerare la dinamica con cui recupero di competitività e risanamento dei conti vanno di pari passo. Altrimenti succede come nel 2000.

Cioè?
Sono state effettuate delle privatizzazioni per abbattere il debito che alla prova dei fatti si sono rivelate solo sostitutive del risanamento. E infatti non sono servite, come dimostra lo stato dei conti pubblici oggi.

Ora, con la realizzazione di una vera unione bancaria nell’area euro, si può spezzare quel circolo vizioso che trasmette la crisi dalle banche agli stati?
Non mi pare che i risultati fin qui raggiunti siano entusiasmanti.

Perché?
Ancora una volta si sta mettendo in piedi un meccanismo destinato a funzionare in mancanza di crisi. Ma, come purtroppo abbiamo visto, le crisi ci sono e bisogna essere attrezzati per affrontarle.

Dov’è il punto debole?
Supponiamo che la Bce, una volta investita dei poteri di supervisione bancaria, accerti che un istituto sia in difficoltà. A quel punto non è possibile fare come negli Usa, dove esiste un meccanismo di «fiscal back stop», il che significa che un prestatore di ultima istanza può (deve) intervenire. Invece a quel punto in Europa la responsabilità torna a essere nazionale. Ma ci sono stati che possono non avere i soldi per intervenire.

Però c’è il fondo europeo.
Che deve ancora essere messo alla prova, nei tempi e nei modi. Inoltre in cambio dell’intervento del fondo vengono richiesti dei sacrifici, anche ai correntisti della banca, almeno per quelli che hanno depositi oltre i 100 mila euro.

Quindi il rischio di contagio resta?
Questo è il dilemma. Né la soluzione nazionale né quella europea sono soddisfacenti per evitare il diffondersi di un contagio. E intanto, in attesa che la Bce faccia le sue valutazioni sulla loro solidità patrimoniale, le banche continuano a fare «deleveraging» (cioè a ridurre la loro esposizione al rischio, ndr).

Intanto a settembre si rischia grosso: cosa succede se la Corte costituzionale tedesca impedisce alla Bce di usare l’arma antispread, cioè l’acquisto di titoli di stato dei paesi in difficoltà?
Francamente non credo che la Corte di Karlsruhe possa ridurre in modo autonomo i poteri della Bce. Potrà piantare qualche paletto, questo sì, ma non nei confronti della banca centrale.

Con le banche italiane lei è andato un po’ pesante, dichiarando che per uscire dal «credit crunch» e rilanciare l’economia è necessario ricapitalizzarle. L’Associazione bancaria non l’ha presa tanto bene, e nemmeno Fabrizio Saccomanni, ministro dell’Economia di provenienza Banca d’Italia...
Le banche sostengono di avere una corretta patrimonializzazione in rapporto alle loro attività. Il che è certo vero oggi, ma le sofferenze (i crediti a rischio, che a maggio hanno raggiunto la cifra di 135 miliardi di euro, in aumento del 22 per cento rispetto a un anno prima, ndr) stanno crescendo senza sosta e le ultime previsioni sull’andamento del pil nel 2013, fatte proprio dalla Banca d’Italia, sono state riviste al ribasso.

Quindi?
Quindi è prevedibile, per non dire certo, che nei prossimi mesi le sofferenze aumenteranno ancora e a quel punto le banche avranno bisogno di essere ricapitalizzate. Altrimenti continueremo a percorrere la strada del credit crunch, con un avvitamento della spirale recessiva.

Meglio dunque chiedere aiuto a Bruxelles?
Il punto è che bisogna uscire da questa spirale. Abbiamo due strade. La prima è quella di fare cose forti. Se però la politica non è abbastanza forte, l’alternativa è che qualcuno ci aiuti. Non ci vedo niente di disdicevole.

Le banche però sono già state aiutate. A quelle italiane la Bce ha concesso oltre 200 miliardi di liquidità, che non sono ancora stati restituiti.
Si è diffusa l’opinione che chi accedeva a quei finanziamenti fosse meno solido. In realtà non è detto che sia così. Se sono usati bene, cioè per finanziare le imprese, non c’è nulla di male.

E se vengono usati per comprare Btp?
C’è un problema, ma non è nei poteri di una banca centrale dire alle banche che cosa devono fare con i loro soldi.

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